
Parole A-F
Le parole A-F della filosofia rock stoica sono strumenti per pensare e parlare. Ecco alcune delle più importanti parole filosofiche (dalla A alla F) scelte nel repertorio originale della lingua greca antica e spiegate a modo nostro.
Qui l’elenco delle parole in questa sezione.
Agape (vedi la sottovoce Agape nella sezione ARGOMENTI alla voce Affectus).
Anteros (vedi la sottovoce Anteros nella sezione ARGOMENTI alla voce Affectus).
Chara (vedi anche la sottovoce Charis nella sezione ARGOMENTI alla voce Affectus).
Eros (vedi la sottovoce Eros nella sezione ARGOMENTI alla voce Affectus).

Adiáphoron
(ἀδιάφορον)
Qualcosa di ‘non fondamentale’, non buono e non cattivo, quindi filosoficamente “indifferente“ (non fa la differenza).
Riferimento in greco antico
τῶν ὄντων τὰ μὲν ἐστιν ἐφ᾿ ἡμῖν, τὰ δ᾿ οὐκ ἐφ᾿ ἡμῖν. ἐφ᾿ ἡμῖν μὲν ὑπόληψις, ὁρμή, ὄρεξις, ἔκκλισις, καὶ ἑνὶ λόγῳ, ὅσα ἡμέτερα ἔργα: οὐκ ἐφ᾿ ἡμῖν δὲ τὸ σῶμα, ἡ κτῆσις, δόξα, ἀρχή, καὶ ἑνὶ λόγῳ, ὅσα οὐχ ἡμέτερα ἔργα.
kαὶ μέμνησο, ὅτι τὸ μὲν ἀδιάφορον φύσει, τὸ δὲ προαιρετικὸν ἢ ἐκκλιτικόν: καὶ ὅτι τὸ μὲν οὐκ ἔστιν ἐφ᾿ ἡμῖν, τὸ δὲ ἐφ᾿ ἡμῖν (Ἐπίκτητος – Ἐγχειρίδιον).
Traslitterazione
Traslitterazione: Tôn óntôn tà mèn estin eph’ hēmîn, ta d’ ouk eph’ hēmîn. eph’ hēmîn mèn hypólēpsis, hormḗ, órexis, ékklisis, kaì heni lógōi, hósa hēmêtera érga: ouk eph’ hēmîn dè tò sôma, hē ktêsis, dóxa, archḗ, kaì heni lógōi, hósa ouch hēmêtera érga.
Kaì mémnēso, hóti tò mèn adiáphoron phýsei, tò dè proairetikòn ē ekklitikón: kaì hóti tò mèn ouk éstin eph’ hēmîn, tò dè eph’ hēmîn (Epíktētos – Enkheirídion).
Traduzione
Traduzione: Delle cose esistenti, alcune dipendono da noi [“eph’ hēmîn“], altre non dipendono da noi. Dipendono da noi il giudizio [“hypólēpsis“], l’impulso [“hormḗ“], il desiderio [“órexis“], l’avversione [“ékklisis“] e, in una parola, tutte le azioni nostre. Non dipendono da noi il corpo, i beni materiali, la reputazione [“dóxa“], le cariche pubbliche e, in una parola, tutte le azioni non nostre.
E ricordati: una cosa è per sua natura indifferente [“adiáphoron“], l’altra è oggetto di scelta [“proairetikòn“] o di avversione [“ekklitikón“]; la prima non dipende da noi, mentre l’altra dipende da noi (Epitteto – Manuale).
PERIMETRO DELLA FILOSOFIA STOICA
Il filosofo stoico di duemila anni fa agisce come guida (soprattutto etica, comportamentale) nella complessità del mondo. Vuole accendere una luce per fare chiarezza, innanzitutto a sé stesso. Perciò, questa luce (la luce del ragionamento), gli serve, innanzi tutto, ad affrontare un compito: distinguere fra bene e male. Ma a cosa esattamente si applica questa distinzione? A tutto l’esistente o solo ad alcune mirate faccende? Il filosofo vede davanti a sé l’enorme complessità del mondo e riflette: <devo occuparmi di tutte queste cose diverse?>.
Insomma, il nostro acuto pensatore si chiede: <l’onestà e la ricchezza sono due fatti del mondo a cui applicare la stessa indagine filosofica per discernere fra bene e male? Il coraggio e l’opinione su di me da parte della gente sono due temi di eguale rilievo? La saggezza e la miopia oculare sono entrambi temi nel perimetro filosofico?>.
Qui il filosofo capisce di dover ridurre il proprio campo d’azione. Infatti, molte faccende sono fuori dalla questione sul buono e il cattivo. Solo alcuni fatti e concetti ricadono nel dominio filosofico.
ESEMPIO DEL RAGGIO D’AZIONE FILOSOFICO
Facciamo alcuni esempi, cominciando con l’onestà.
L’onestà rientra nella scelta fra bene e male. Quindi è questione filosofica. Rientra perché è una virtù, cioè un bene (da essa consegue una vita sociale e personale buona, corretta, in accordo con il “lógos“. Ma l’aspetto essenziale è la dipendenza dell’onestà dal singolo soggetto. L’onestà è nella disponibilità di ciascuno. È l’individuo a decidere se essere onesto o disonesto. Per esempio, anche chi sta morendo di fame può sempre decidere di non rubare, lasciandosi morire pur di non compiere atti disonesti. L’onestà è una scelta di vita, una scelta filosofica (se non è dettata solo dalla paura di sanzioni o del biasimo sociale).
Passiamo alla ricchezza. Avere o non avere molte risorse economiche è una questione filosofica? No, la ricchezza è certamente preferibile alla povertà e non è, di per sé, un male, tuttavia, non è nemmeno un bene perché l’abbondanza di denaro può essere rivolta a scopi turpi e abbietti.
Al di là del suo possibile uso negativo, la ricchezza non sempre è un bene pure per chi è capace di usarla correttamente. Infatti, il ricco ha diversi problemi: i grattacapi delle tasse da pagare (o evadere), gli investimenti da decidere, i continui conteggi da effettuare, le suppliche da affrontare da parte di parenti e amici (ma anche di sconosciuti) affamati di prestiti, donazioni o regalie. Certo, questi grattacapi sono sempre preferibili alla povertà, ma risultano piuttosto sgradevoli e antipatici. Non tanto da rappresentare un ‘male’, ma sufficienti a rendere la ricchezza non un ‘bene’.
Poi c’è il punto riguardante la diretta (ir)responsabilità del soggetto: la ricchezza può dipendere non dalle azioni del ricco, ma da circostanze assolutamente imprevedibili e da veri e propri colpi di fortuna. Quindi, la ricchezza, in sé – cioè filosoficamente – non è un valore ma nemmeno un disvalore (non è né bene né male).
ALTRI ESEMPI
Consideriamo ora il coraggio. Ecco: il coraggio è un bene perché mette in gioco chi lo esercita rispetto a una esistenza indolente, paurosa, sfuggente. Inoltre, il coraggio dipende da scelte consapevoli di vita. Insomma, si può scegliere di agire con coraggio.
Passiamo all’opinione della gente su di me. E diciamo subito una cosa: la reputazione può dipendere non da miei comportamenti, ma – per esempio – da un pregiudizio ostile nutrito da alcuni nei miei confronti. Può dipendere dalla meschinità della gente oppure da ignoranza o anche da vari interessi a mettermi in cattiva luce. Ecco: io potrei essere perfetto e tuttavia non godere di buona reputazione (perché, appunto, l’opinione della gente su di me non dipende solo da me e dalle mie caratteristiche).
Ancora qualche esempio: un agire accorto e saggio è bene perché preserva l’individuo e anche la collettività in cui egli vive. Inoltre, il modo di agire sapiente dipende da scelte personali.
La miopia oculare dalla nascita, invece, non è né un bene né un male, in sé, perché talvolta può essere utile vedere bene da vicino e altre volte no. Ma, soprattutto, la miopia oculare dalla nascita capita al singolo senza una sua responsabilità legata a scelte e comportamenti.

A NOI INTERESSA LA VIRTU’ CIOE’ IL BENE DIPENDENTE DA NOI
Ripetiamo: il termine “adiáphoron” (noi lo elenchiamo fra le parole della filosofia stoica) si applica ad azioni, situazioni o eventi, considerati non rilevanti dal punto di vista filosofico. Ritrovarsi inzuppati sotto un imprevisto acquazzone, avere gli occhi azzurri, essere derubati pur avendo applicato ogni cautela. Stiamo parlando di cose, contingenze e attività non capaci di determinare – da sole – un giudizio positivo o negativo.
L’acquazzone passeggero con cui mi inzuppo, in quanto tale (in quanto pioggia forte), non è né un bene né un male. È solo un fatto.
La “irrilevanza” filosofica ricade in varie fattispecie. 1. Può dipendere dalla non importanza, in assoluto, di qualcosa: abbiamo fatto l’esempio dell’acquazzone passeggero; un altro esempio è sbattere le ciglia guardando una rappresentazione teatrale oppure essere colpiti da un insetto molesto. 2. Può derivare dal non essere – una certa realtà – inserita nel nostro controllo o nella nostra volontà. Ecco due esempi: una eruzione vulcanica; alzarsi di notte e camminare per sonnambulismo. 3. Può trattarsi di evenienze rispetto a cui conta soprattutto il nostro atteggiamento: ricevere una grossa eredità non è né un fatto buono né un fatto cattivo, finché non si usa la somma in modi orrendi oppure nobilissimi oppure insignificanti.
AL DI LA’ DELLA LEGGE MORALE
La conseguenza filosofica dello “statuto di indifferenza” è, per tali cose (plurale greco traslitterato: “adiáphora“), il loro non essere vietate e non essere obbligatorie, quindi la loro collocazione è al di là della legge morale. Insomma, nessun filosofo prescriverebbe il divieto di sbattere le ciglia, né il divieto di vagare sonnambuli, né tanto meno il divieto di ricevere una cospicua eredità. Allo stesso modo, nessun filosofo – in possesso di comuni facoltà mentali – indicherebbe obblighi riguardanti le attività appena citate (o analoghe).
COSE IN SE’ NON BUONE NE’ CATTIVE
Nella presentazione di questo sito (Chi Siamo), si accenna a come ricchezza, potere e fama siano, nella vita umana, obbiettivi banali, volgari, essenzialmente stupidi. Ma si specifica pure la natura non disdicevole – a priori – di questi ‘asset‘. Infatti, la loro problematicità non è nella loro essenza (cioè il punto non è cosa tali risorse sono di per sé), bensì nella loro possibilità di essere trasformati in ossessioni.
Ricchezza, potere e fama possono diventare dipendenze, cose di cui è impossibile fare a meno, addirittura ridicole misure del valore delle persone. Quindi, la questione sta tutta in come tali cose sono considerate da ciascuno di noi. Per questo, la disponibilità economica, la posizione di potere oppure la notorietà pubblica sono “adiáphora“, ossia non ricadono – in quanto tali – nelle sfere del male o del bene.
SAPER GESTIRE COSE, CIRCOSTANZE ED EVENTI
Opulenza, autorità e gloria possono, però, rappresentare un male – dal canto nostro – quando il lusso diventa un vizio, quando il potere viene utilizzato per schiacciare i deboli e quando la rinomanza è mero motivo di auto-glorificazione personale. All’opposto, poi, il benessere economico può essere usato per nobili fini; il potere può essere esercitato con saggezza; il successo può servire a influenzare attività benefiche e utili alla collettività. Insomma, non tutto è bianco o nero. Nel nostro mondo, ci sono cose in bianconero (o in grigio) e siamo noi a trasformarle in completamente bianche o nere, coi nostri atteggiamenti.

LE COSE NON INDIFFERENTI
A questo punto, può essere utile citare cosa non è “adiáphoron“: per esempio, una condotta dissoluta, irresponsabile e disonesta. Infatti, essa è palesemente contraria alla virtù, fa male al singolo, fa male alla collettività e, soprattutto, è una scelta personale. Le azioni contrarie alle virtù e dipendenti dai singoli non sono mai “indifferenti”.
Precisiamo: una reazione incontrollata è contraria alla fondamentale virtù filosofica dell’autocontrollo. Ma abbiamo usato, appunto, l’aggettivo ‘incontrollata’ per chiarire il suo essere fuori dalle scelte personali. E, anche se una interpretazione “stretta” (molto stretta) suggerirebbe l’inesistenza di azioni veramente incontrollabili, vogliamo essere realisti e accettare l’incontrollabilità di talune reazioni istintive. Dare un automatico ceffone a chi ci punge a sorpresa con uno spillo è chiaramente una reazione rapidissima e naturale, cioè di difficile gestione, anche da parte di un santo o di un soggetto dotato di notevole ‘self control‘.
Possiamo, invece, esercitarci a non reagire agli insulti, alle offese e alle provocazioni, dimostrando la superiorità di cui sono meritevoli coloro i quali raggiungono alti livelli di autocontrollo. Il caso del ceffone dopo la puntura rientra tranquillamente negli “adiáphora” e pertanto non è qualificabile né positivamente né negativamente, mentre il ‘self-control‘ di un individuo sottoposto a sputi e ingiurie è lodevole, è un bene.
AUTOCONTROLLO NON PAURA
Il comportamento di chi non reagisce alle provocazioni è encomiabile quando è il frutto di forti capacità d’autodisciplina, non quando l’assenza di reazioni dipenda da codardia e paura. La differenza fra le due circostanze è nell’istanza del soggetto agente: qualora resti impassibile per vigliaccheria (il caso di una persona desiderosa di difendersi, ma paralizzata dalla paura di soccombere) non ci sono ragioni per complimentarsi, anzi, il rimprovero “filosofico” diventa persino doppio. Il primo rimprovero è per la pulsione a reagire (chi è davvero “pacificato” non ha tale pulsione); il secondo rimprovero è per non aver nemmeno il coraggio di dar seguito alla pulsione.
Brano suggerito: “It doesn’t matter” – Chemical Brothers (1997) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Agathós
(ἀγαθóς)
Il “bene morale“, portatore di una propria qualità di bellezza, di un proprio splendore, di una propria eccezionalità.
Riferimento in greco antico
o μὲν γὰρ ἀγαθὸς πονεῖ καὶ κάμνει φίλους ὠφελῶν καὶ πατρίδα, κἂν δέῃ ὑπεραποθνῄσκειν, προήσεται: τὸ γὰρ καλὸν αἱρήσεται (Ἀριστοτέλης – Ἠθικὰ Νικομάχεια, Θ, ͵αρχθ α).
Traslitterazione
Ho mèn gàr agathòs poneî kaì kámnei phílous ōphelôn kaì patrída, kàn déēi hyperapothnḗiskein, proḗsetai: tò gàr kalòn hairḗsetai (Aristotélēs – Ēthikà Nikomácheia, 9, 1169a).
Traduzione
Infatti l’uomo valente [“agathós“] si affatica e si prodiga per giovare agli amici e alla patria, e se necessario, sarà disposto a morire: egli sceglierà infatti il bello morale [“kalón“] (Aristotele – Etica Nicomachea, Libro IX, 1169a).
In greco antico, l’espressione καλὸς καὶ ἀγαθός (“kalós kai agathós“, anche nella forma contratta “kalòs k’agathós“) definisce un individuo “bello e buono” inteso come “valoroso in guerra e in possesso di tutte le virtù“. Secondo Werner Jaeger, l’espressione riflette “l’ideale cavalleresco di una personalità completa” cioè di una personalità armoniosa in tutte le sue componenti.
Nelle sue opere Etica nicomachea (greco antico: Ἠθικὰ Νικομάχεια / trasl: Ēthikà Nikomácheia; inglese: Nicomachean Ethics) ed Etica eudemia (greco antico: Ἠθικὰ Εὐδήμεια / trasl: Ēthikà Eudḗmeia; inglese: Eudemian Ethics), Aristotele (greco antico: Ἀριστοτέλης / trasl: Aristotélēs, inglese: Aristotle) usa μεγαλοψυχία (trasl: megalopsychía) – ‘grandezza d’animo’ o ‘magnanimità’ – per le qualità del bello e buono. Secondo Jennifer Whiting (1998) il termine “megalopsychía” indica una sorta di καλοκαγαθία (trasl: kalokagathía – perfezione fisica e morale su larga scala -). Aggiunge: “per Aristotele, kalokagathía e megalopsychía sono virtù non riferibili solo a persone il cui intento è conquistarsi rispetto facendo cose ritenute buone“. Insomma, c’è qualcosa di più. In fin dei conti, la nozione di “agathós” (fra le parole anche della filosofia stoica), riguarda pure un bene estetico. Spesso la bellezza (bene apparire) è associata a un valore morale. In breve, una cosa moralmente valida è anche bella, così come una cosa bella è senz’altro valida.

IL BELLO DEL BUONO E LA BONTA’ DEL BELLO
Anche noi, oggi, dinanzi alla perfezione di una orchidea o alla bellezza della Cappella Sistina, proviamo una sensazione di apprezzamento non limitabile al campo meramente estetico, ma comprendente aspetti morali e pure spirituali. La bellezza di un gesto sportivo perfettamente eseguito, come un gol realizzato in rovesciata a mezz’aria o come una volee nel tennis, è ammirevole ben oltre la bellezza estetica.
Brano suggerito: “The good” – Cynthia Erivo (2021) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Aischrón
(αἰσχρόν)
“Male morale”, qualcosa di essenzialmente disdicevole, un ‘fatto deprecabile’, un’azione da considerare con disprezzo, con vergogna e con disdegno.
Riferimento in greco antico
tὸ αἰσχρὸν φεύγε (ἀρχαῖος ἑλληνικὸς ἀφορισμός).
Traslitterazione
Tò aischròn pheúge (archaios hellēnikòs aphorismós).
Traduzione
Fuggi la cosa vergognosa [“aischròn“] (aforisma greco antico).
“Aischrón” sta per “male morale”. Altri significati del termine sono ‘ingiusto’, ‘disdicevole’ e ‘disonorevole‘ (inglese: ‘bad‘, ‘evil‘, ‘ugly‘, ‘unjust‘, ‘morally deplorable‘, ‘contemptible‘). Quindi, si può considerare questo termine (incluso da noi fra le parole della filosofia rock stoica) non solo in opposizione ad “agathós” ma anche a “kalón” inteso, quest’ultimo, come ‘auspicabile’ e ‘moralmente bello’ (inglese: ‘morally beautiful‘, ‘admirable‘, ‘laudable‘, ‘commendable‘, ‘worthy‘).
Tutte le parole riferibili a giudizi sono soggette a profondi mutamenti di significato nei diversi momenti storici, luoghi e culture in cui sono usate. Perciò, oggi, nel mondo occidentale, potremmo definire “disprezzabile” un oggetto o una situazione la cui valutazione sarebbe nettamente diversa in altre epoche e magari è tutt’ora diversa in altre parti del mondo.
RICERCA FILOSOFICA DI ALCUNI STANDARD
A fronte di questa mutevolezza dei costumi, un possibile compito filosofico è quello di cercare standard, criteri e principi dotati almeno di una certa durevolezza. In parole povere: c’è un qualcosa sempre rigettabile o accettabile, indipendentemente da tempi, usi, circostanze e luoghi? Per esempio, possiamo sostenere, senza dubbi, la perenne condanna delle torture a danno di bambini? Probabilmente sì, anche se qualcuno ipotizzerebbe, comunque, la necessità di torturare i figli del più sanguinario despota del pianeta se fosse in possesso (solo lui) del codice per salvare milioni di persone da morte certa e il cui unico punto debole fosse proprio l’incapacità di assistere a qualsiasi violenza sui propri figli. Interessante dilemma filosofico, no?!

MEGLIO SUBIRE INGIUSTIZIE E NON COMMETTERLE
Tornando alla nostra parola e al binomio oppositivo “aischrón“/”kalón“, notiamo qualche differenza, per esempio, con il binomio ‘doloroso’/’piacevole’ (inglese: ‘painful‘/’pleasant‘). Nel dialogo Gorgia, l’autore, Platone (greco: Plátōn, inglese: Plato), specifica: “generalmente è meglio patire una ingiustizia invece di commetterla, poiché soffrire un male è soltanto doloroso, mentre, perpetrare un male è proprio deprecabile (è un male morale)”. Insomma, per Platone commettere un’azione ingiusta, cattiva, disdicevole è molto peggio rispetto a subirla. Il patimento di un dolore, o di un dispiacere, passa e va, comunque non dipende da noi proprio perché lo subiamo.
Sempre nel Gorgia, ci sono alcuni passaggi in cui Callicle (greco: Kalliklês, inglese: Callicles) qualifica una determinata azione come “aischrón” (condannabile, spregevole) solo in determinate circostanze, ossia non sempre. Socrate (greco: Sōkrátēs, inglese: Socrates) ribatte sostenendo l’esistenza di criteri stabili per decidere se un’azione umana è ingiusta e fa riferimento a una sorta di “matematica armonia” in cui le azioni giuste devono necessariamente ricadere, tutte.
LA MATEMATICA ARMONIA SOCRATICA
Per Socrate, la matematica armonia è il “lógos” (altro termine fra le parole della filosofia rock stoica), ossia il principio generale a cui l’intero universo è sottomesso. In sintesi: un agricoltore i cui campi siano colpiti da una siccità di molti mesi potrà certamente definire “aischrón” una bellissima giornata di sole (l’ennesima). Ma questa giornata soleggiata ha motivi climatici collocabili ben al di là dei piccoli e circostanziali desideri dell’agricoltore, quindi resta una bellissima (non “aischrón“) giornata di sole.
Brano suggerito “The evil that men do” – Iron Maiden (1988) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Alloíōsis
(ἀλλοίωσις)
“Cambiamento”, nel senso di modifica qualitativa, di ‘diversità sostanziale’, di ‘alterazione nella natura stessa di una cosa’.
Riferimento in greco antico
o κόσμος ἀλλοίωσις, ὁ βίος ὑπόληψις (Μάρκος Αὐρήλιος – Τὰ εἰς ἑαυτόν, Δ, γ´).
Traslitterazione
Ho kósmos alloíōsis, ho bíos hypólēpsis (Márkos Aurḗlios – Tà eis heautón, IV, 3).
Traduzione
Il mondo è mutamento [“alloíōsis“], la vita è opinione [parere, giudizio, valutazione](Marco Aurelio – Colloqui con sé stesso, Libro IV, 3).
In greco antico, il vocabolo “alloíōsis” (incluso da noi fra le parole della filosofia rock) si riferisce a un’alterazione di qualità, non implicando un mutamento anche di quantità. Per afferrare meglio il concetto, può essere utile richiamare la nozione di ‘movimento’ (“metabolē“) in Aristotele (greco: Aristotélēs, inglese: Aristotle).
ALTERAZIONI/MOVIMENTI SECONDO ARISTOTELE
Per il filosofo di Stagira, il primo tipo di ‘movimento’ riguarda cambiamenti di luogo, cioè spostamenti da un posto ad altro. La parola greca è “phorá“. Se uno si trasferisce da Roma ad Atene, questo è un caso di “phorá“. Il secondo tipo è una modifica di quantità. Può trattarsi di dimensioni, numeri, pesi o altre proprietà implicanti aumento o diminuzione. Le parole greche per questa seconda accezione sono due e opposte fra esse: “aúxēsis” (accrescimento) e “fthísis“ (decremento). Aggiungere cinque mele a un cestino di dieci è “aúxesis“ (toglierne dal cestino è “fthísis“). La terza modalità è in rapporto all’essere o non essere e si dice con le parole “ghénesis” (‘generazione’, ‘nascita’) e “fthorá” (‘distruzione’, ‘morte’). Il quarto movimento è qualitativo espresso dal termine “alloíōsis”. Se effettuo un lavoro su di me, trasformando il mio carattere da iracondo a paziente, eccomi protagonista di “alloíōsis“.
MUTANO LE COSE MUTABILI E MUTANO NEI LORO LIMITI
Aristotele è chiaro nel sostenere la non applicabilità universale dei movimenti/cambiamenti: affinché qualcosa subisca una mutazione, essa deve essere innanzi tutto mutabile. Per esempio, l’entità matematica “pi greco” essendo una “costante” non è soggetta a mutamento. Lo stagirita, inoltre, chiarisce la non mutabilità oltre i limiti imposti dalla natura: il seme di una pianta può trasformarsi in albero, ma non in mattone.

A questo punto, nasce una domanda filosofica: un vigliacco fatto e finito può mai subire una alterazione qualitativa (“alloíōsis“) tale da renderlo fieramente “cuor di leone”? Noi riteniamo possibile questo “movimento dell’anima”, pur sapendo di trovarci dinanzi a una impresa complicata. Rifiutiamo atteggiamenti del tipo “ragazzi, non chiedetemi di andare in palestra per due ore al giorno perché io sono nato pigro, mi dispiace ma sono fatto così“. Nessuno è fatto immutabilmente così o colì. Tutti possono cambiare, in meglio e in peggio.
Brano suggerito: “Wind of change” – Scorpions (1991) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Andreía
(ἀνδρεία)
“Coraggio”, una delle quattro virtù cardinali della filosofia antica, ben distinto da qualsiasi avventatezza e precipitazione.
Riferimento in greco antico
ἔστιν ἄρα ἡ ἀνδρεία μεσότης περὶ φόβους καὶ θάρρη (Ἀριστοτέλης – Ἠθικὰ Νικομάχεια, Γʹ, ͵αριε´β).
Traslitterazione
Êstin ára hē andreía mesótēs perì phóbous kaì thárrē (Aristotélēs – Ēthikà Nikomácheia, III, 1115b).
Traduzione
Il coraggio [“andreía“] è medietà rispetto a paura e ardimento (Aristotele – Etica Nicomachea, Libro III, 1115b).
Per la filosofia classica, le virtù fondamentali degli esseri umani sono quattro. E quattro sono le parole della filosofia rock stoica corrispondenti.
1. Saggezza (greco: “phrónēsis“, latino: “prudentia“, inglese: “prudence” oppure “wisdom“).
2. Giustizia (greco: “dikaiosýnē“, latino: “iustitia“, inglese: “justice” o anche “righteousness“).
3. Moderazione (greco: “sōphrosýnē“, latino: “temperantia“, inglese: “temperance” oppure “self-control” o anche “moderation“).
4. Coraggio (greco: “andreía“, latino: “fortitudo“, inglese: “fortitude” oppure “courage“).
Non c’è contraddizione nella presenza, fra le quattro virtù, sia della ‘moderazione’ sia del ‘coraggio’. In realtà, ‘moderazione’ non corrisponde a remissività o paura e, quindi, è coerente anche con atteggiamenti forti e generosi. Egualmente, ‘coraggio’ non significa avventatezza o spavalderia, quindi può convivere con misura e auto-controllo.
CORAGGIO NON SIGNIFICA IRRUENZA O IMPREVIDENZA
Coraggio è virtù ben distinta da ogni temerarietà, baldanza, animosità e avventatezza. Il “coraggio” ha proprio bisogno di accompagnarsi a temperanza e moderazione per essere virtuoso e non trasformarsi in slanci esagerati o comunque fuori misura. Mai essere codardi, però nemmeno eccedere in audacia assumendosi rischi impropri e fine a sé stessi.

L’aspetto virtuoso di “andreía” (termine da noi incluso fra le parole della filosofia rock stoica) risiede nelle qualità della forza, della sopportazione, della resilienza, così come nella capacità di affrontare paure, incertezze e intimidazioni.
Brano suggerito: “Courage” – Manowar (1996) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Apátheia
(ἀπάθεια)
“Pace mentale”, ‘equanimità’, ‘sereno distacco dalle passioni’, ma non indolenza, inerzia e altri significati attuali della parola italiana ‘apatia’.
Riferimento in greco antico
συντόμως δέ σοι πᾶν τὸ κεφάλαιον τοῦ πράγματος ῥηθήσεται· ἐκτὸς τοῦ ἰδίου δόγματος οὐδὲν οὔτε κακὸν οὔτε ἀγαθόν ἐστιν· ἡ δ᾽ ἀπάθεια κακῶν καὶ ἀγαθῶν ἡμῖν πᾶσιν ῥᾷστα γίνεται (Ἐπίκτητος – Διατριβαί, λα´).
Traslitterazione
Syntómōs dé soi pân tò kephálaion toû prágmatos rhēthḗsetai: ektòs toû idíou dógmatos oudèn oúte kakòn oúte agathón estin: hē d’ apátheia kakôn kaì agathôn hēmîn pâsin rhâista gínetai (Epíktētos – Diatribai, 31).
Traduzione
In breve ti sarà detto tutto l’essenziale della questione: fuori dal nostro proprio giudizio non c’è né bene né male; l’imperturbabilità [“apátheia“] di fronte al male e al bene si raggiunge da tutti noi con estrema facilità (Epitteto – Diatribe, 31).
Il contenuto semantico della parola greco-antica “apátheia” è ben diverso dal termine italiano ‘apatia’, con cui si indicano per lo più pigrizia e abulia. Basta considerare la sua composizione: ἀ (alfa) in funzione di prefisso privativo (come in italiano la ‘a’ di “amorale” o “asimmetrico”), quindi con il significato di “senza”; πάθος (“páthos“) ossia “passione”, “emozione”, “sofferenza”, “turbamento”. Nella filosofia stoica di derivazione socratica, la “apátheia” è il culmine positivo del lavoro su di sé, cioè uno stato di tranquillità e imperturbabilità rispetto ad affetti, traumi, sentimenti, sorprese ed emozioni.
Un concetto è dirimente: la pace mentale di Socrate o dei successivi stoici non è <fredda assenza di passioni>, bensì <assenza dei tumulti eccessivi causati dalle passioni>. La questione sta tutta nel “controllo” (dominio di sé), essenziale per qualificare maturo e rispettabile un essere umano la cui vita esprima “aretḗ“. Tra l’altro, il tema della “apátheia” (da noi inserita fra le parole della filosofia rock stoica) trascende la sfera personale e assume caratteri sociali. I maestri dello Stoicismo sostengono l’impossibilità di governare una città (ai nostri giorni, potremmo anche aggiungere “governare un’azienda” oppure una comunità, una organizzazione lavorativa) da parte di chi non sia in grado di governare innanzi tutto sé stesso.
TUTTO DIPENDE DAL NOSTRO GIUDIZIO
In una delle sue “Lettere a Lucilio“, il drammaturgo e uomo politico romano Seneca (latino: Lucius Annaeus Seneca, inglese: Seneca the Younger) scrive: “il dolore è sostenibile quando non lo rendiamo pesante con una nostra valutazione negativa. Se lo giudichiamo leggero, esso è e resta leggero. Perciò, tutto è opinione: ambizione, agio, avidità, tutto si riduce a opinione. Sono i pensieri a farci soffrire. Pertanto, usiamoli per costruirci una strada vincente. Le ricompense saranno virtù, fermezza d’animo e serenità in tutte le situazioni“.

EMOZIONI E SENTIMENTI VANNO BENE SE GOVERNATI
Nel mondo stoico, una forte avversione verso i moti dell’anima è innegabile. Dubitando dell’umano controllo sui rivolgimenti interiori, gli stoici preferiscono escluderli tout court, seguendo il detto <più facile astenersi di contenersi>. Tuttavia, ognuno sa, per esperienza, quanto sorgano spontanee gelosie, invidie, risentimenti. Perciò, è saggio allenarsi (“áskēsis“) a mitigare le eruzioni emotive senza troppo illudersi di poterle bloccare prima del loro stesso nascere. Ma c’è un altro punto: coltivare il controllo delle passioni conduce – magari dopo anni – a una diminuzione del sorgere stesso di tali stati d’animo. A conferma di come il carattere possa trasformarsi (e trasformare), immaginiamo chi continuamente si dispiaccia dei propri accessi d’ira (doppio difetto: prima l’ira non trattenuta e poi anche il rincrescimento per l’esplosione d’ira) e quindi si applichi – egli – ogni volta, a resistere un po’ di più alla propria rabbia. Ebbene, è probabile osservare in costui un progressivo decremento dell’attitudine iraconda.
Brano suggerito: “Stillness of heart” – Lenny Kravitz (2002) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Aphormḗ
(ἀφορμή)
“Inibizione”, ‘inazione’, ‘astensione’ in conseguenza di una considerazione morale. ‘Restar fermi in posizione di partenza’.
Riferimento in greco antico
αἱ μὲν οὖν ὁρμαὶ διτταί· αἱ μὲν πρὸς ἀφορμήν, αἱ δὲ πρὸς ὁρμήν (Πλούταρχος – Περὶ Στωικῶν ἐναντιομάτων, ͵αλη´ϛ).
Traslitterazione
Haì mèn oûn hormaì dittaí: haì mèn pròs aphormḗn, haì dè pròs hormḗn (Ploútarchos – Perì Stōikôn enantiomátōn, 1037f).
Traduzione
Gli impulsi [morali] sono dunque di due tipi: alcuni sono repulsioni [“aphormḗn” punti di partenza lontani da], altri sono attrazioni [“hormḗn” punti di partenza verso] (Plutarco – Sulle contraddizioni degli Stoici (latino: “De Stoicorum repugnantiis“), 1037f = SVF III 175, citando il filosofo stoico del III secolo a.C. Crisippo di Soli).
Il termine “aphormḗ” (da noi inserito fra le parole della filosofia rock stoica di derivazione socratica) nella Grecia antica si collocava inizialmente in un’area semantica militare. Indicava la posizione adatta – logisticamente – (letteralmente “lontano dal porto”) come punto da cui sferrare un attacco. Attraverso una serie di traslazioni, il termine venne ad assumere alcuni significati anche nell’ambito della filosofia stoica. In tale ultimo caso si usa soprattutto per indicare una prescrizione morale a non preferire, a non gradire, ad astenersi. Si tratta di una disposizione dubitativa verso qualcosa, qualcuno o una situazione, in conseguenza di un processo di rigetto prevalentemente morale.
LE “CONTRADDIZIONI” DEGLI STOICI
Lo storico Plutarco (greco: Ploútarchos, inglese: Plutarch) tratta di “aphormḗ” nel suo “Le contraddizioni degli Stoici” (opera in cui critica la filosofia stoica, fornendo a noi posteri copioso materiale di studio). In particolare, nel passaggio di riferimento, Plutarco definisce “hormḗ” (anche questa espressione noi la inseriamo fra le parole della filosofia rock stoica) il comando a fare qualcosa di moralmente rilevante e “aphormḗ” il comando a non fare qualcosa (“hormḗ” è “lógos prostaktikós” mentre “aphormḗ” è “lógos apagoreutikós“). Per Plutarco, non darsi al furto (evitare di rubare), in alcune circostanze, è un’azione (è una scelta) né più né meno come è un’azione (è una scelta) il rubare.

NON PIGRIZIA MA LA SCELTA DI NON FARE UNA COSA
Nella mitologia della Antica Grecia, compare la dea Aergia (inattività) la quale impersona pigrizia, indolenza, inerzia (latino: “socordia“, “ignavia“). Essendo così abulica, Aergia ha a disposizione molti servitori per l’esecuzione, nel mondo mortale, dei suoi ordini. Una sua caratteristica è il dominio su tutti gli esseri umani incapaci di starle alla larga. Comunque, qui importa soprattutto rimarcare la differenza fra l’immobilismo di cui è portatrice Aergia e l’avversione, il distacco, il non gradimento, l’astensione, rappresentati dal termine “aphormḗ“. Il punto da fissare è, per riprendere Plutarco, l’azione non agente implicata dal termine “aphormḗ“. In parole povere, “aphormḗ” è un impulso (attivante) il cui risultato è però una non azione (cioè un trattenersi rispetto al compiere l’azione immediatamente possibile dopo l’impulso).
Infine, citiamo anche la figura di Horme, divinità dello slancio attivo: il ritrarsi di “aphormḗ” può, dunque, essere considerato una mancanza di propulsione attiva ossia una privazione di “hormḗ“.
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Apóphthegma
(ἀπόφθεγμα)
“Aforisma”, breve sentenza di contenuto filosofico, ‘conciso precetto di vita’, ‘succinta prescrizione’ di un atteggiamento.
Riferimento in greco antico
oὐκ ἔστιν ἄλλου τινὸς τὸ ἀπόφθεγμα πλὴν τοῦτο (Πλούταρχος – Ἠθικά, Ἀποφθέγματα Λακωνικά, Ἀγησίλαος Β΄, σδ´γ).
Traslitterazione
Ouk éstin állou tinòs tò apóphthegma plìn toûto (Plútarchos – Ethikà, Apophthegmata Lakonika, Agesilaos II, 204 C.
Traduzione
L’apoftegma [“apóphthegma” cioè il detto memorabile] non appartiene a nessun altro se non a costui [Plutarco parla del re spartano Agesilao] (Plutarco – Moralia, Detti Spartani [o Laconi], Agesilao II, 204C).
Un “apóphthegma” è una massima da usare in appropriate circostanze discorsive (quando viene impartita) e in conformi contesti pratici (quando viene adottata). Si tratta di una frase breve, capace di sintetizzare, in maniera efficace, concisa e ficcante, una posizione filosofica, un modo di vedere le cose, una previsione di comportamento. Leggermente diversi dagli “apophthégmata” sono ‘aneddoti’ ed ‘epigrammi’, la cui lunghezza è generalmente superiore a quella dei ‘motti’, dei ‘proverbi’ e dei ‘detti’ a cui qui ci riferiamo.
L’importanza degli “apophthégmata“ (parola da noi inserita fra quelle della filosofia rock stoica) è notevole nel campo della didattica filosofica. Molti maestri ricorrono ad aforismi per instillare negli allievi concetti e prescrizioni da memorizzare facilmente. A loro volta, gli allievi possono, poi, appellarsi ai detti memorizzati quando hanno necessità di valutare/ricordare come bisognerebbe comportarsi in una determinata situazione.

APOPHTHÉGMATA E HYPOMNÉMATA
Un termine piuttosto simile ad “apóphthegma” è “apomnemoneúma” mentre la parola “hypomnēma“ (plurale: “hypomnēmata“), scritta anche “hupomnēma“, indica un “memo”, una ‘nota’, un ‘promemoria’, un ‘appunto’. Secondo il pensatore francese Michel Foucault, “gli hypomnēmata costituiscono la memoria di cose lette, sentite o pensate. Quindi sono un tesoro da rileggere o su cui meditare in seguito. Inoltre, sono la materia prima a cui attingere poi per realizzare trattati più sistematici. Questi lavori sono ricchi di argomentazioni e spunti con cui combattere difetti quali rabbia, invidia, pettegolezzo, lusinga. Oppure per superare circostanze difficili come un lutto, l’esilio, il fallimento“.
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Apoproēgména
(ἀποπροηγμένα)
“Cose da trascurare” a causa del loro essere innanzi tutto ‘indifferenti’ e comunque da non cercare per una naturale indesiderabilità.
Riferimento in greco antico
kαὶ τῶν ἀδιαφόρων τὰ μὲν εἶναι προηγμένα, τὰ δὲ ἀποπροηγμένα (Διογένης Λαέρτιος – Βίοι καὶ γνῶμαι τῶν ἐν φιλοσοφίᾳ εὐδοκιμησάντων, ζ’, ρε´).
Traslitterazione
Kaì tôn adiáphoron tà mèn eînai proēgména, tà dè apoproēgména (Dioghénēs Laértios – Bíoi kai gnômai tôn en philosophía eudokimḗsántōn VII, 105).
Traduzione
E tra le cose indifferenti [“adiáphoron“], alcune sono preferibili [“proēgména“], altre sono non-preferibili [“apoproēgména“] (Diogene Laerzio – Vite e dottrine dei filosofi illustri VII, 105).
Alla parola “apoproēgména” dovrebbe essere associato il significato contrario di “proēgména”. Quest’ultimo è un fatto – per esempio l’esser ricchi – filosoficamente ‘indifferente’ (vedi “adiáphoron“) ma comunque preferibile rispetto ad altre circostanze ‘indifferenti’ le quali sono da evitare – per esempio l’esser poveri. Pertanto, nel nostro vocabolario, con il termine “apoproēgména” (da noi annoverato fra le parole della filosofia rock stoica di derivazione socratica), si indica qualcosa di essenzialmente disprezzabile.
In ogni caso, siamo nell’area delle cose, delle situazioni e degli eventi su cui gli esseri umani non esercitano il loro controllo. Un altro esempio, dunque, potrebbe essere la condizione di malattia (il malanno non è desiderabile e tuttavia non ricade nel nostro pieno dominio). Un altro esempio possibile è la morte di un caro familiare (di norma non è un fatto auspicabile ma non ci si può fare nulla se non accettarlo). Seguendo gli stessi due criteri appena individuati (1. cose da dispregiare; 2. cose fuori dalla volontà individuale), potremmo includere nella casistica un terremoto o l’aborto spontaneo in una donna il cui desiderio sia di mettere al mondo un figlio.
In sintesi, rientrano sotto la categoria degli “adiaphora“ sia “apoproēgména” sia “proēgména” poiché entrambe le ‘sottocategorie’ si collocano fuori dal pieno controllo umano. C’è, però, una certa differenza fra la bruttezza fisica di Socrate (“apoproēgména” di cui si farebbe volentieri a meno) e la bellezza seducente di Alcibiade soprattutto in gioventù (“proēgména” in quanto naturalmente preferibile rispetto alla bruttezza). Pertanto, con il termine “apoproēgména” trattiamo qui di situazioni connotate negativamente, non di faccende “indifferenti” e basta.
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Apotynchánō (ἀποτυγχάνω)
“Fallimento”, ‘mancata acquisizione di un obiettivo’, ‘cattiva riuscita’ di un’azione o di un proposito.
Riferimento in greco antico
πειρῶνται μὲν ἅπαντες ἄρχειν, πλεῖστοι δὲ ἀπέτυχον (Ξενοφῶν – Ἀπομνημονεύματα, Γʹ, δ´, ιγ´).
Traslitterazione
Peirôntai mèn hápantes árchein, pleîstoi dè apétuchon (Xenophôn – Apomnēmoneúmata, III, 4, 13).
Traduzione
Tutti cercano di comandare, ma per lo più falliscono [“apétuchon” verbo in forma aorista] (Senofonte – Memorabili , Libro III, 4, 13).
Il concetto di “fallimento”, di ‘obbiettivo mancato’, di ‘smacco’, di ‘insuccesso’, nella nostra filosofia di ispirazione socratica ha un’accezione particolare. Innanzi tutto, non ha nulla in comune con l’interpretazione ordinaria. Quindi, per esempio, la mancanza di denaro o una posizione sociale umile per noi non sono insuccessi.
Per noi, un ‘fiasco’ è tale quando non si ottiene un obbiettivo caratterizzato da determinati contenuti morali. Si fallisce quando non si riesce a mantenere la calma pur desiderandola, quando si cade preda di invidia e gelosia malgrado si disprezzino tali emozioni, quando ci si comporta da meschini, taccagni, malvagi, ingiusti, ladri, bugiardi, truffatori, vigliacchi, manipolatori nonostante il proposito di mantenere una dirittura e un contegno.
Il fallimento filosofico è la perdita – per propria colpa – di credibilità, autorevolezza, onorabilità. La decenza è molto più importante di un conto in banca, perché, in questo nostro mondo, è molto più difficile mantenere la giusta postura morale rispetto al fare soldi.
REAZIONI A UN FALLIMENTO
Anche al cospetto di un fallimento nel vero senso filosofico, comunque, è impensabile farsi prendere da disperazione o autocommiserazione. L’unica risposta corretta è riconoscere la propria mancanza e rimboccarsi le maniche per rimediare. Prendersela troppo a cuore, significherebbe attribuirsi un’importanza eccessiva: tutti possiamo sbagliare perché tutti siamo esseri umani, colmi di difetti e insufficienze. Quindi, nessuna clamorosa sorpresa deve coglierci se non ce la facciamo a mantenere la nostra postura morale: chiniamo il capo e poniamo rimedio all’errore.

INAZIONE CONSAPEVOLE O INCONSAPEVOLE
C’è un altro tipo di “apotinchánō” (parola da noi inclusa fra le parole della filosofia rock stoica): un tipo più sottile e meno appariscente. E’ la mancata azione quando si avrebbe il dovere morale di agire o di intervenire. Un esempio è il restare immobili dinanzi alla evidente necessità di aiuto da parte di chi lo meriterebbe (magari una persona incolpevole in procinto di affogare). Patricia G. Smith considera due tipologie del genere: inazione consapevole e inazione non consapevole. L’inazione consapevole è, ovviamente, di natura intenzionale (derivante dalla decisione di non fare) mentre la inconsapevole è dovuta a distrazione, negligenza, ignoranza, superficialità. Scavando ulteriormente a fondo, si potrebbe moralmente concludere a sfavore anche della negligenza e della distrazione poiché derivanti da comportamenti filosoficamente ‘colpevoli’: disattenzione, leggerezza, approssimazione. Anzi, in un certo senso, la svagatezza dovrebbe essere ritenuta un difetto persino peggiore rispetto alla lucida e netta decisione di non agire.
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Aretḗ
(ἀρετή)
“Virtù”, intesa sia come ‘particolare capacità’ sia come ‘integrità generale’ di una persona compiuta nelle sue abilità e nella sua rettitudine.
Riferimento in greco antico
oὐκ αἰσχύνῃ φροντίζων χρημάτων ὅπως σοι ἔσται πλείστα, καὶ δόξης καὶ τιμῆς, ἀρετῆς δὲ καὶ φρονήσεως, καὶ ψυχῆς ὅπως ἀρίστη ἔσται, οὐκ ἐπιμελῇ οὐδὲ φροντίζεις (Πλάτων – Ἀπολογία Σωκράτους, λ´β).
Traslitterazione
Ouk aischýnēi phrontízon chremáton hópōs soi éstai pleísta, kaì dóxēs kaì timês, aretês dè kaì phronḗseōs, kaì psychês hópōs arístē éstai, ouk epimélēi oudè phrontízēis? (Plátōn – Apología Sōkrátous, 30b).
Traduzione
Non ti vergogni a preoccuparti di come avere più denaro possibile, e di fama e di onore, mentre della virtù [“aretês“, al genitivo], e della saggezza, e di come la tua anima sarà la migliore possibile, tu non ti curi e non te ne preoccupi? (Platone – Apologia di Socrate, 30b).
Nella Grecia Antica “aretḗ” indica una nozione di eccellenza, la piena espressione di un potenziale, per esempio una grande capacità nello svolgimento di attività come cavalcare oppure tirare con l’arco.
Il dialogo “Protagora“, scritto da Platone (greco: Plátōn, inglese Plato), prende il nome da uno dei padri della sofistica, Protagora (greco: Prōtagóras, inglese: Protagoras), ed è dedicato all’eventuale insegnabilità della virtù. La tesi su cui si impegna Protagora, dialogando con Socrate (greco: Sōkrátēs, inglese: Socrates) è, prima di tutto, relativa alla unicità e omnicomprensività della virtù. A parere del retore, sbaglia chi parla di singole virtù come onestà e autocontrollo, poiché tutte le cosiddette ‘singole virtù’ sono, in realtà, declinazioni e applicazioni di una qualità unica, di una eccellenza appartenente all’individuo integerrimo, probo, di valore.
Nell’epica omerica, il termine “aretḗ” è spesso riferito alla generale efficacia di cui sono capaci le persone virtuose quando utilizzano al meglio le loro qualità per ottenere un risultato.
SOCRATE E LA VIRTÙ
Socrate contesta la trasmissibilità della virtù citando il caso dei molti ateniesi di valore i quali non hanno figli egualmente virtuosi. Per Socrate, le virtù devono sorgere interiormente, poi coltivate e sviluppate tramite un lavoro su di sé (“askēsis“, altro termine da noi aggiunto alle parole della filosofia rock stoica). Un maestro, un mentore, può stimolare questo processo formativo (esattamente come Socrate nei suoi dialoghi con personaggi da scuotere, risvegliare e spronare: vedi Alcibiade). Inoltre, è per lui facile osservare, a dimostrazione della separatezza delle varie virtù, la presenza – in alcune persone – solo di talune specifiche eccellenze e l’assenza di altre. Infine, per Socrate, la mancanza di virtù in una persona non è dimostrazione della cattiveria di quella persona. Per il “padre della filosofia”, trattasi semplicemente di ‘ignoranza’. Ecco, quindi, l’importanza di avere un maestro (“kathēgetḗs“), il senso formativo del dialogo filosofico, il valore del lavoro su di sé.

VIRTÙ COME PUNTO DI ARRIVO DEL LAVORO FILOSOFICO
Come è facile desumere da quanto accennato, per la filosofia greco-antica, il tema della virtù è di massima importanza e nessun dettaglio può essere trascurato. In fin dei conti, l’uomo virtuoso (“anḕr agathós“) è il punto di arrivo a cui mirano tutte le pratiche della “epiméleia heautoû“, tutti i procedimenti di “askēsis“, tutte le lezioni e tutti gli esercizi filosofici.
Brano suggerito: “Virtue” – Jesse Cook (2000) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Áskēsis
(ἄσκησις)
“Addestramento” nel senso di pratica da svolgere in continuità nel tempo, ‘esercizio’ a cui sottoporsi in vista di un fine, ‘allenamento’ per impratichirsi.
Riferimento in greco antico
εἰ μέν που ἦσαν πεπαιδευμένοι, ἔδει ἂν τὸν ἐπιχειροῦντα αὐτοῖς ἀνταγωνίζεσθαι μαθόντα καὶ ἀσκήσαντα ἰέναι ὡς ἐπ’ ἀθλητάς (Πλάτων – Ἀλκιβιάδης A, ρια´ε).
Traslitterazione
Ei mén pou êsan pepaideuménoi, édei an tòn epicheiroûnta autoîs antagōnízesthai mathónta kaì askésanta iénai hōs ep’ athlētás (Plátōn – Alkibiádēs I, 111e).
Traduzione
Se [costoro] fossero stati in qualche modo istruiti, chi avesse voluto competere con loro avrebbe dovuto prepararsi ed esercitarsi come se stesse per affrontare degli atleti (Platone – Alcibiade I, 111e).
“Áskēsis” è uno dei concetti fondamentali della nostra filosofia. Il termine greco antico, da noi aggiunto alle parole della filosofia rock stoica, si riferisce all’esercitazione a cui si sottopone un atleta per superare un test, una sfida, una gara. In questo caso, si può pensare a una specifica “áskēsis” per prepararsi alle competizioni di lancio del giavellotto, giusto per fare un esempio. In ambito filosofico, la nozione di “áskēsis” si dilata, anche temporalmente, e assume il più ampio significato di addestramento formativo. Quindi, non si tratta solo di una circostanza limitata nel tempo, bensì di un atteggiamento da tenere nel corso dell’intera esistenza. Ecco perché il campo semantico di questa parola include, in seguito, anche le idee di ‘ascesa’ e ‘ascetismo’. Infatti, l’ascesa è un lungo e paziente percorso da svolgere compiendo sforzi e vincendo resistenze. L’ascesi è una pratica fisica e spirituale al cui fondamento ci sono concentrazione, determinazione e rinunce.
VITA FILOSOFICA COME SCELTA “ASCETICA”
Una vita genuinamente filosofica non può prescindere dalla “áskēsis“. Il fatto stesso di scegliere un’esistenza nel nome della filosofia comporta il rigetto di altre forme di vita più facili e diffuse. La vita filosofica richiede costante focalizzazione su pochi difficili obbiettivi. Insomma, la condotta del filosofo (in senso antico) richiede un impegnativo addestramento per irrobustire la volontà e rendersi indipendenti rispetto alle futili tentazioni mondane. Da questo punto di vista, la “áskēsis” mostra notevoli punti di contatto con alcune forme di vita religiosa, quelle più autenticamente dedicate al proprio credo e ai propri dettami. In effetti, la vita filosofica è una vita consacrata alle proprie convinzioni, senza la necessità di un dio o di altre entità sovrannaturali.
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Ataraxía
(ἀταραξία)
“Tranquillità” dell’anima, imperturbabilità, lo scopo di tutto il lavoro di “áskēsis” e della stessa vita filosofica.
Riferimento in greco antico
ὁ δίκαιος ἀταρακτότατος, ὁ δ᾽ ἄδικος πλείστης ταραχῆς γέμων (Δημόκριτος – DK ΟΗ´ B ροδ´).
Traslitterazione
Ho díkaios ataraktótatos, ho d’ ádikos pleístēs tarachês gémōn (Dēmókritos – DK 78 B 174).
Traduzione
L’uomo giusto è il più imperturbabile (libero da “ataraxía“), mentre l’ingiusto è pieno del massimo turbamento (Democrito – DK 78 B 174).
Il termine “ataraxía” indica la condizione umana di inalterabilità a cui volge tutta la filosofia morale riguardante la ricerca della felicità, intesa come liberazione da angosce e crucci. Già usato da Democrito (greco: Dēmókritos, inglese: Democritus), il termine viene adottato dalle scuole post-aristoteliche stoica, epicurea e scettica. In breve, “ataraxía” (da noi acclusa alle parole della filosofia rock stoica di derivazione socratica) indica la pace dell’anima derivante dall’affrancamento dalle passioni. La parola impiegata dai latini è “tranquillitas” sempre a indicare un olimpico distacco dalle turbolenze mondane. Nella mitologia romana, “Tranquillitas” è anche una divinità, personificazione di saldezza, serenità e calma. Probabilmente, c’è una connessione con Annona, divinità del raccolto agricolo, poiché un cospicuo accantonamento di grano è – nelle civiltà antiche – garanzia di molti mesi tranquilli. Giova qui ricordare il dialogo De Tranquillitate Animi in cui Seneca (latino: Lucius Annaeus Seneca, inglese: Seneca the Younger) si occupa delle ansie e delle preoccupazioni del suo amico Sereno (un tipo, quindi, non proprio sereno).
Occorre sgombrare il campo dal possibile fraintendimento della “ataraxía” filosofica con uno stato di insensibilità, freddezza e indifferenza. L’imperturbabilità propiziata da saggezza e discernimento non è una diminutio derivante dalla paralisi o dalla rottura dei legami affettivi con gli altri esseri e con l’ambiente circostante. E’, invece, una piacevole situazione in cui si provano emozioni e sentimenti evitando semmai una loro esondazione con il conseguente rischio di arrivare fino al punto di annichilire la volontà dell’individuo.
Brano suggerito: “Solid” – Eric Church (2018) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Axía
(ἀξία)
“Valore” soprattutto nei significati riguardanti aspetti ideali, etici, spirituali. Può anche indicare ‘pregio’, ‘merito’.
Riferimento in greco antico
ἦ δικαιοσύνη ἐστὶν ἰσότης τις, ἡ δ᾽ ἀξία οὐκ εἰς πᾶσιν ἡ αὐτή (Ἀριστοτέλης – Ἠθικὰ Νικομάχεια, Π, γ´, ͵αρα´ α κγ´-κδ´).
Traslitterazione
Hē dikaiosýnē estìn isótēs tis, hē d’ axía ouk eis pâsin hē autḗ (Aristotélēs – Ēthikà Nikomácheia, V, 3, 1131a 23-24).
Traduzione
La giustizia è una forma di uguaglianza, ma il valore [“axía“] non è lo stesso per tutti (Aristotele – Etica Nicomachea, Libro 5, 3, 1131a 23-24).
Il peso morale di un’azione, il significato ideale di una scelta, il livello di importanza di un fatto. Queste fattispecie possono essere rappresentate da “axía“, una delle parole della filosofia greca. In gioco c’è un profondo criterio di orientamento da utilizzare nel corso dell’esistenza. Infatti, se una determinata iniziativa è connotata da un valore alto e prioritario, allora l’individuo sa quanto sia importante realizzarla ai fini di una vita giusta. Conoscere correttamente il valore di gesti e cose consente di muoversi con un solido sostegno orientativo fra le mille faccende del mondo. Ma, naturalmente, le attribuzioni valoriali sono tantissime e molto diverse fra loro. C’è chi reputa la lealtà superiore a qualsiasi convenienza. C’è chi considera la scaltrezza meritevole di lode e ammirazione.
La filosofia stoica di derivazione socratica indica senza ambiguità alcuni valori decisivi: rettitudine, franchezza, abnegazione, rispetto, educazione, umiltà, autocritica, istruzione, onestà, determinazione, sopportazione, generosità, impegno, lealtà.
Chi stabilisce un valore? Cosa determina il peso morale di un’azione rispetto a un’altra? Si tratta di meccanismi complessi, in cui entrano in gioco cultura, emozioni, logica e attitudini. Perciò, i sistemi valoriali (“êthos“) sono numerosi e fortemente differenziati. Infatti, il pensiero logico può produrre risultati abbastanza simili in persone diverse, ma la sfera dei sentimenti è meno uniformabile. Siccome il valore dipende anche da un intimo sentire, noi esseri umani non arriviamo a conclusioni uguali quando si tratta della dimensione “assiologica” (termine derivante, appunto, da “axía“).
Un esempio può aiutare: un vecchio e logoro fazzoletto avrà valore pari a zero in qualsiasi contrattazione commerciale. Ma lo stesso fazzoletto sarà definito ‘antico’ (non ‘vecchio’) e rappresenterà anche un alto valore affettivo per il nipote della simpatica vecchina alla quale è appartenuto.
Brano suggerito: “Value” – John Splithoff (2021) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Bláptō
(βλάπτω)
“Io danneggio”, inteso qui come procurare una ferita nell’anima, un colpo morale, un patimento interiore, una sofferenza causata da una questione spirituale avversa.
Riferimento in greco antico
Ἕσθ’ ὅστις βούλεται βλάπτεσθαι; (Ἀπολογία Σωκράτους – Πλάτων, 25d).
Traslitterazione
Esth’ hostis boúletai bláptesthai? (Plátōn – Apología Sokrátous, 25d).
Traduzione
C’è qualcuno che vuole essere danneggiato? [Socrate utilizza questa domanda retorica per smontare l’accusa di Meleto, chiedendo se lui (Socrate) stia danneggiando i giovani intenzionalmente] (Platone – Apologia di Socrate, 25d).
“Bláptō” vuol dire “io nuoccio”, “io faccio del male”. L’accento di questo verbo (in greco antico i verbi non si indicano all’infinito ma alla prima persona dell’indicativo presente) cade in chiave filosofica sulla fattispecie del ‘danno morale’, a indicare cose in grado di “ferire una vita in sintonia con la virtù“.
Nella lingua francese, un’eco di questo termine è riconoscibile in “blesser“. Questo verbo francese significa ‘colpire’, ‘arrecare danno’, ‘addolorare’. Voltaire, nelle sue “Questioni sull’Enciclopedia“, fa risalire l’origine della parola a una colonia greca di Marsiglia.
Per noi, oggi, non è difficile elencare cose e avvenimenti capaci di ostacolare una vita filosofica virtuosa: tentazioni e distrazioni sono ovunque.
“Blapto”, quindi, come “danneggiamento” (soprattutto in campo morale). Per esempio, si infligge un ‘danno morale’ insultando o diffamando. Infatti, “bláptō” costituisce la prima parte della parola “βλασφημία” (blasphēmía, “bestemmia” o “calunnia”) che letteralmente significa “ferire con la parola” (da blapto e phēmē, cioè “danneggiare” e “fama”). Danno morale è pure quello causato inducendo (con parole e azioni) qualcuno a cadere in uno stato d’animo vile e degradante. Per esempio, provocare risentimento, invidia, gelosia. Quando ci sono molteplici rischi di cedere a tentazioni seducenti ma deprecabili, l’autodisciplina è una buona protezione. Nel caso dei vizi più comuni, la ricerca dell’anima è il punto di partenza per trasformare se stessi.
LA QUOTIDIANA LOTTA CONTRO IL MALE MORALE
La trasformazione integrale del soggetto umano è uno dei temi principali della “epiméleia heautoû” (filosofia della CURA DI SÈ di derivazione socratica, a partire da Alcibiade I di Platone). L’autoanalisi è l’inizio di un lungo processo verso la purificazione. In altri termini, l’obiettivo delle pratiche filosofiche è una trasformazione strutturale, antropologica. L’individuo diventa così saldo da resistere alle tentazioni comuni. Inoltre, abbandona i vizi, i cattivi sentimenti e altre impurità piuttosto ordinarie. Per compiere tale conversione costitutiva, è importante essere attenti e prudenti.
Brano suggerito: “Damage” – H.E.R. (2020) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Charā́
(χαρᾱ́)
Significa “gioia naturale”, una letizia ordinata e armoniosa, una piacevole sensazione di appagamento semplice e maturo.
Riferimento in greco antico
Oἵ τε λιτοὶ χυλοὶ ἴσην πολυτελεῖ διαίτῃ τὴν ἡδονὴν ἐπιϕέρουσιν, ὅταν ἅπαν τὸ ἀλγοῦν κατ’ ἔνδειαν ἐξαιρεθῇ, καὶ μᾶζα καὶ ὕδωρ τὴν ἀκροτάτην ἀποδίδωσιν χαρᾱ́ν, ἐπειδὰν ἐνδέων τις αὐτὰ προσενέγκηται (Ἐπίκουρος – Ἐπιστολὴ πρὸς Μενοικέα, Ιʹ, ῤκαʹ).
Traslitterazione
Hoí te litoì khyloì ísen polyteleî diaítēi tḕn hēdonḕn epipʰérousin, hótan hápān tò algoûn kat’ éndeian exairethêi, kaì mâza kaì hýdōr tḕn akrotátēn apodídōsin charā́n, epeidàn endéōn tis autà prosenénkētai (Epíkouros – Epistolē pròs Menoikéa, 10, 131).
Traduzione
I cibi semplici producono un piacere uguale a una dieta sontuosa, quando tutto il dolore causato dal bisogno è rimosso; e pane e acqua danno la gioia [“charā́“] più grande, quando se ne nutre chi ne è privo (Epicuro – Lettera a Meneceo, Libro 10, 131).
La parola “charā́” vuol dire “gioia armoniosa”. Più di preciso, questo termine (noi lo elenchiamo fra le parole della filosofia rock stoica) si riferisce a un certo tipo di piacere razionale, ordinato, corretto. Quindi, soltanto persone di notevole saggezza e lunga esperienza sono in grado di esperire “charā́“.
L’analisi del concetto espresso da questa parola permette di smascherare un malinteso sullo Stoicismo. Infatti, l’idea che gli stoici siano nemici di piaceri e godimenti è sbagliata. Nel linguaggio comune dei nostri tempi, usiamo la parola “stoico” per indicare chi sappia sopportare sofferenza e dolore. Ci riferiamo a soggetti ai quali non interesserebbe godere di gratificazioni e piaceri. Ma saper sopportare la sofferenza non significa amare la sofferenza. Non indugiare lungamente nei sollazzi non significa disprezzarli o negarli. D’altro canto, una scuola filosofica popolare come lo Stoicismo non poteva certo arruolare soltanto masochisti, autoflagellanti, amanti di attività penose, dure e fastidiose.
“Charā́” vuol dire “gioia armoniosa”. E gli stoici sanno certamente apprezzare gioie e piaceri come tutti gli altri esseri umani. In effetti, gli stoici si conformano a tutte le situazioni, le condizioni e le cose “naturali”. E il piacere è senza dubbio una sensazione molto naturale. Lo prova il fatto di essere (il piacere) appannaggio di ogni animale. Anzi, gli animali sono guidati nelle loro azioni proprio dalla ricerca del piacere (equivalente alla fuga dal dolore). Il piacere di sfamarsi (fuga dalla fame). Quello di dormire (fuga dalla stanchezza). E anche quello di essere al sicuro (fuga dai pericoli).
Gli stoici, semmai, hanno atteggiamenti critici nei confronti del predominio assoluto dei piaceri nel quadro generale dell’esistenza. A loro non piacciono gli effetti travolgenti e sconsiderati dei piaceri quando spadroneggiano nella vita degli individui. Perciò gli stoici sono ancora più critici nei confronti dei piaceri deviati (forme innaturali di godimento). In altri termini, la stella polare dello Stoicismo è sempre la valorizzazione di tutte le cose/azioni naturali e il ripudio dei sottoprodotti spuri della nostra mente.

GIOIA COME APPAGAMENTO SERENO E RAZIONALE
Lo Stoicismo promuove lo sviluppo dell’autocontrollo e della forza d’animo per dominare emozioni caotiche, eccessive, distruttive. Per questa ‘corrente’ della filosofia, un pensatore libero (non guastato da derive mentali improprie) è sempre in grado di capire e apprezzare la ragione universale (“lógos“, una delle parole chiave della filosofia). Un tratto significativo dello Stoicismo è il miglioramento del benessere in un quadro di compenetrazione degli individui con la ragione universale. Quindi, secondo gli stoici, la virtù corrisponde alla volontà quando è in linea con la Natura (“physis“).
Questa nozione si applica anche alle relazioni interpersonali. Pertanto, gli stoici predicano l’importanza del mantenersi immuni da rabbia, invidia, gelosia e altre inutili porcherie umane (di una umanità allontanatasi dalla naturalezza). Inoltre, in tempi antichi, gli stoici davano l’indicazione di accogliere gli schiavi come uguali agli altri uomini, perché tutti gli uomini, allo stesso modo, sono parte della Natura.
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Daímōn
(δαίμων)
E’ lo “spirito divino”, ma anche una sorta di folletto interiore, forse una personificazione dell’intuito, elemento di contatto fra la dimensione mondana e il sovrumano.
Riferimento greco antico
Ἔστι γάρ τι θεῖον καὶ δαιμόνιον σημεῖον ὅ μοι γίγνεται (Πλάτων – Ἀπολογία Σωκράτους, ΛΑʹδ).
Traslitterazione
Esti gár ti theîon kaì daimónion sēmeîon hó moi gígnetai (Plátōn – Apología Sokrátous, 31d).
Traduzione
C’è in me qualcosa di divino e demoniaco, un segno che mi si manifesta [Socrate durante il processo a proprio carico descrive questo ‘fenomeno’ interiore di cui è passivo protagonista] (Platone – Apologia di Socrate, 31d).
A causa della loro notevole vicinanza semantica (e di origine) in greco antico e, quindi, anche nelle traduzioni, c’è uno storico intreccio e una inestricabile sovrapposizione fra “daimōn” [δαίμων] e “daimónion” [δαιμόνιον]. Una generica differenziazione potrebbe essere questa: “daimōn” sarebbe uno spirito divino, un essere soprannaturale, una divinità (minore). “Daimónion” sarebbe una manifestazione interiore del “daimōn“, una sorta di ‘genio’ annidato nell’anima, una voce con funzione di guida spirituale. Tuttavia, nei testi di studio attuali i due termini vengono usati molto spesso in modo intercambiabile.
Uno degli scopi del “daimónion” sarebbe allertare e suggerire (in ciò simile all’angelo custode), mettere in guardia, generalmente sconsigliando o addirittura impedendo una scelta. Si tratta di un nostro ‘folletto personale’ in funzione di consigliere, di risvegliatore, di motivatore. Perciò, è importante conoscere bene il proprio “daimónion” (parola da noi elencata fra le parole della filosofia rock stoica) essendo capaci di ascoltarlo e interpretarlo.
Nel “Simposio” di Platone (greco: Plátōn, inglese: Plato), la sacerdotessa Diotima insegna a Socrate (greco: Sōkrátēs, inglese: Socrates) come l’amore sia un ‘grande demone’. Per Diotima, ‘demoniaco’ (oppure ‘demonico’) significa “tra divino e mortale”. È così perché i demoni “interpretano e portano agli dei le cose provenienti dagli uomini e agli uomini le cose provenienti dagli dei“. In un’altra opera di Platone, “Apologia di Socrate“, è Socrate stesso ad asserire di avere un “δαιμόνιον” (un qualcosa di divino) dal quale gli giungono continui ammonimenti. Questo “daimónion“, spiritello imprevedibile ma caparbio, si manifesta a lui come una voce soprannaturale, non da altri udibile. Questa voce mette in guardia Socrate sui possibili errori (da evitare), sebbene non gli dica mai esplicitamente cosa fare.

DAIMON COME PONTE FRA NOI E L’UNIVERSALE
La parola “daimōn” indicherebbe, dunque, uno “spirito divino”, una entità ultramondana. Il Socrate platonico non parla mai del “daimónion” come di un “daimōn“, ma come di un “qualcosa” di impersonale capace di esprimere moniti, avvisi e richiami. Con questa parola Socrate sembra indicare la più profonda e istintivo/divina natura dell’anima umana, la sua ritrovata autocoscienza, una specie di guardian angel in grado di trattenerlo da ogni atto contrario ai suoi veri interessi morali e spirituali.
I greci ellenisti operavano una distinzione tra i demoni buoni e quelli malvagi. “Agathodaímōn” (spirito nobile) è una parola derivante da “agathós” (buono, nobile, utile). Mentre “Kakodaímōn” (spirito malevolo) deriva da “kakós” (cattivo, malvagio).
È importante avere una giusta relazione con il “daimōn“ e con il proprio “daimónion“. Ascoltarlo e comprenderlo non è facile, ma lo sforzo fa parte del processo di ricerca dell’anima (sull’anima) a noi umani indispensabile. Dopo tutto, questo spirito divino interiore è il mediatore tra noi e il “lógos” cioè lo spirito universale.
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Diaíresis
(διαίρεσις)
Significa “suddivisione” soprattutto come effetto di un processo di analisi razionale costituito da una serie di passaggi sempre più dettagliati e specifici.
Riferimento in greco antico
Τὸ μὲν οὖν ἕν, εἰς πολλὰ διαίρεσις κατ’ ἄρθρα, ᾗ πέφυκεν, καὶ μὴ ἐπιχειρεῖν διακόπτειν μέρος μηδέν (Πλάτων – Φαῖδρος, σξεʹ).
Traslitterazione
Tò mèn oûn hén, eis pollà diaíresis kat’ árthra, hēi péfyken, kaì mḕ epicheireîn diakóptein méros mēdén (Plátōn – Phaîdros, 265d-e).
Traduzione
L’altra [parte del metodo] è la divisione [“diaíresis”] dell’uno in molteplici specie, secondo le loro articolazioni naturali, senza cercare di spezzarne alcuna parte [in modo improprio] (Platone – Fedro, 265d-e).
“Diaíresis” vuol dire “suddivisione”. Questo termine del greco antico (noi lo consideriamo fra le parole della filosofia rock stoica) esprime il concetto di ‘separazione’, ‘spartizione’, ‘scomposizione’, ‘analisi’. Nella Logica (una delle tre branche del sapere stoico, insieme a Fisica ed Etica), “diaíresis” è il procedimento utile a organizzare le nozioni per giungere alle definizioni.
Il processo inizia quando dividiamo una nozione in due sotto-nozioni. Quindi, dopo aver accantonato una delle due sotto-nozioni, ripetiamo – con la sotto-nozione rimanente – la stessa operazione iniziale, suddividendola, a sua volta, in due ulteriori sotto-sotto-nozioni. La procedura va avanti tutte le volte necessarie per arrivare a una nozione/definizione conclusiva. Il fondatore della “diaíresis” come metodo è Platone (greco: Plátōn, inglese: Plato).
In effetti, la procedura di suddivisione emerge in molti dialoghi platonici: “Fedro“, “Sofista“, “Politico” e “Filebo“. Altri esempi sono presenti nei dialoghi denominati “Leggi” e “Timeo“.
“Diaíresis” vuol dire “suddivisione”. Per esempio, nel “Sofista”, il forestiero eleatico ‘analizza’ la nozione di illusione, suddividendola nelle due sotto-nozioni di “parole” e “oggetti visivi”. Utilizzando ancora la “diaíresis“, suddivide a loro volta gli “oggetti visivi” (opere d’arte) in due categorie: “eikastikḕ téchnē“ cioè l’arte di fare somiglianze e “phantastikḕ téchnē“ cioè l’arte di creare apparenze illusorie. Il forestiero apprezza maggiormente la prima categoria perché la seconda produce solo un’apparenza di bellezza.

LA SUDDIVISIONE E’ UN METODO PER ANALIZZARE LA REALTA’
Questo modus operandi è presente nei primi passi della classificazione in biologia, cioè nella zoologia di Aristotele (greco: Aristotélēs, inglese: Aristotle) e nella botanica di Teofrasto (greco: Theóphrastos, inglese: Theophrastus). È anche importante negli studi clinici di Galeno. Per quest’ultimo, infatti, molti errori commessi dai medici nel curare i malati hanno come causa principale le ‘divisioni’ (analisi) fatte senza competenza. Menzioni e riferimenti riguardanti il metodo della “diaíresis“ sono piuttosto diffuse tra gli esponenti dell’Accademia platonica. Abbondano soprattutto in Speusippo (greco: Spéusippos) e Senocrate (greco: Xenokrátēs).
Anche tra gli esponenti della Scuola peripatetica sono ricorrenti, specialmente in Aristotele, Aristosseno (greco: Aristóxenos), Teofrasto.
Inoltre, citazioni non mancano tra i filosofi riconducibili allo Stoicismo, particolarmente in Crisippo (greco: Chrýsippos ho Soléus, inglese: Chrysippus).
Ancora se ne trovano tra alcuni pensatori del Medioplatonismo, come Alcinoo (greco: Alkínoos, inglese: Alcinous), Massimo di Tiro (greco: Máximos Týrios, inglese: Maximus of Tyre), Filone (greco: Phílōn; inglese: Philo of Alexandria).
Infine, tra alcuni rappresentanti del Neoplatonismo del calibro di Plotino (greco: Plōtînos, inglese: Plotinus) e Porfirio (greco: Porphýrios, inglese: Porphyry of Tyre). In epoca medioevale la “divisio” era una operazione comune in molte pratiche filosofiche.
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Diánoia
(διάνοια)
“Ragionamento logico” costituito da premesse e passi razionali successivi, attività conoscitiva di tipo discorsivo basata su premesse e conclusioni.
Riferimento in greco antico
Οὐκοῦν διάνοια μὲν καὶ λόγος ταὐτόν· πλὴν ὁ μὲν ἐντὸς τῆς ψυχῆς πρὸς αὑτὴν διάλογος ἄνευ φωνῆς γιγνόμενος τοῦτ’ αὐτὸ ἡμῖν ἐπωνομάσθη, διάνοια; (Πλάτων – Σοφιστής, 𝐂𝐂𝐋𝛏𝛄).
Traslitterazione
Oukoῦn diánoia mèn kaì lόgos tautón; plèn ho mèn entòs tēs psychēs pròs hautḗn diálogos áneu phonès gignómenos tout’ autò hēmῖn eponymásthē, diánoia? (Plátōn – Sophistḗs, 263e).
Traduzione
Dunque ‘dianoia‘ e ‘lógos’ sono la stessa cosa; tuttavia il dialogo silenzioso dell’anima con sé stessa, senza voce, è stato chiamato da noi proprio con questo nome: ‘dianoia‘? [la domanda è posta dallo Straniero di Elea a Teeteto] (Platone – Sofista, 263e).
“Diánoia” possiamo tradurlo come “pensiero razionale di tipo discorsivo”. In Platone (greco: Plátōn, inglese: Plato), questo termine (da noi annoverato fra le parole della filosofia rock stoica), indica uno specifico modo di ragionare, soprattutto a proposito di materie matematiche e tecniche. È la capacità del ragionamento articolato il cui procedere parte dalle premesse e, poi, si svolge progressivamente. Questo modo di pensare è molto diverso dalla comprensione immediata (“nόēsis” come atto di intellezione pura reso possibile dal “nõus“ cioè dall’organo profondo della mente).
In filosofia, il termine “nõus” indica l’entità preposta alla conoscenza assoluta di tipo non sensoriale, quindi un organo la cui funzione è diversa dall’attività del ragionare. È qualcosa di simile alla percezione immediata, ma funziona all’interno della mente (una sorta di “senso immediato” della mente). Il significato di base di “nõus” è anche legato al concetto di “consapevolezza”.
Nell’inglese colloquiale, “nõus” denota anche il “buon senso”, avvicinandosi al significato in auge nella Grecia antica.

RAGIONARE CON INTELLIGENZA
“Diánoia” vuol dire “pensiero razionale discorsivo”: la sua etimologia deriva da “dia” (attraverso) e, appunto, “nous” (intelligenza, intelletto, mente, ragione). Tuttavia, la presenza di “nõus” nell’etimologia di “diánoia” non deve ingannare poiché “diánoia” è un percorso mentale deduttivo e non un atto conoscitivo ‘folgorante’ come “nόēsis“. In Aristotele (greco: Aristotélēs, inglese: Aristotle), la conoscenza è divisa in teorica (“epistéme“) e pratica (comprensiva di “téchne” e “phrόnēsis“).
Nel dialogo “Repubblica” di Platone (507a7-509b9), Socrate (greco: Sōkrátēs, inglese: Socrates) paragona il ‘bene’ al ‘sole’. Quindi dice a Glaucone di immaginare una linea AE e di dividerla in due sezioni disuguali, AC e CE, con la prima più lunga della seconda. AC è il mondo intelligibile e CE è quello visibile. Queste due sezioni richiedono un’ulteriore divisione, rispettando la proporzione tra AC e CE. Pertanto, AC si fraziona in AB e BC. Poi, a sua volta, CE si suddivide in CD e DE.
Socrate assegna quattro ‘stati mentali’ alle quattro sottosezioni. Così, l’intellezione (“nόēsis“) si associa ad AB. Poi il ragionamento discorsivo (“diánoia“) si abbina a BC. Subito dopo, il filosofo collega la credenza (“pístis“) a CD. Infine, l’immaginazione (“eikasía“) la lega a DE. L’intellezione è al più alto livello di chiarezza (“saphḗneia“). Seguono: il pensiero discorsivo, la credenza e l’immaginazione.
Socrate attribuisce l‘intellezione ai dialettici e il pensiero discorsivo ai matematici. Dice: il dialettico procede dalle ‘ipotesi’ fino a giungere al loro ‘principio’ (“archḗ“) mentre il matematico dà per scontate le ‘ipotesi’ traendone ‘conclusioni’.
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Dikayosýnē
(δικαιοσύνη)
“Giustizia” come realizzazione pratica della massima correttezza assoluta, quindi attuata con pieno equilibrio fra diritti e doveri.
Riferimento in greco antico
ἐν δὲ δικαιοσύνῃ συλλήβδην πᾶσ᾽ ἀρετὴ ἔνι (Ἀριστοτέλης – Ἠθικὰ Νικομάχεια, εʹ, αʹ, ͵αρκθʹ βʹ).
Traslitterazione
En de dikaiosýnē syllḗbdēn pâs’ aretḕ éni (Aristotélēs – Ēthikà Nikomácheia, V, 1, 1129b).
Traduzione
Nella giustizia [“dikaiosýnē“] è compresa ogni virtù [“aretḗ“] (Aristotele – Etica Nicomachea, Libro 5, 1, 1129b).
“Dikaiosýnē” vuol dire “giustizia”. Il termine deriva da Dike o Dice, la dea della giustizia e spirito dell’ordine morale. In particolare, in greco antico, la parola esprime il senso della giustezza, dell’integrità morale. È una delle quattro virtù cardinali secondo la nostra filosofia di ispirazione socratica. Le altre tre (tutte fra le parole della filosofia rock stoica) sono: la fortezza d’animo intesa come “coraggio” (“andreía“), la “temperanza” (“sōphrosýnē“) e la “prudenza” (“phrónēsis“).
Rettitudine e franchezza sono qualità molto apprezzate nella “pólis” (città) greca. La fiducia nei confronti di qualcuno in posizione di rilievo è, infatti, uno degli elementi fondamentali per costruire e rafforzare la comunità.
Dal nostro punto di vista, comportarsi in modo giusto e imparziale è anche la prova di un duro lavoro su di sé. Perché è raro avere determinate qualità dalla nascita. Allora, l’unico modo per perfezionarsi è un lungo allenamento (“áskēsis“), spesso in solitudine.
L’autodisciplina è inevitabile per tenere sotto controllo tentazioni umane fuorvianti. Per esempio, tendenzialmente favoriamo gli amici, non le persone sconosciute. Oppure, tutti siamo inclini a vendicarci dei colpevoli di qualche torto inflitto a noi, non ad altri. Insomma, è prassi comune trarre vantaggi personali da ruoli di potere e da situazioni di influenza.

GIUSTIZIA, MA COS’E’ LA GIUSTIZIA?
“Dikaiosýnē” vuol dire “giustizia”, ma il percorso è lungo e lo sforzo faticoso nel tentativo di avvicinarsi alla rettitudine. Tra l’altro, la prima difficoltà sta già nel definire e individuare cosa sia ‘il giusto’.
Nella Grecia antica, Dike era la personificazione del giudizio equo derivante da usanze senza tempo, nel senso di norme socialmente molto diffuse e di regole non legate solo a determinate contingenze. Secondo la “Teogonia” di Esiodo (greco: Hēsíodos, inglese: Hesiod) il padre di Dike è Zeus e la madre è Themis. Anche sua madre è una personificazione della giustizia. In diverse raffigurazioni, Dike è una donna giovane e slanciata con una bilancia in mano e in testa una corona d’alloro.
Brano suggerito: “If there’s any justice” – Lemar (2004) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Dógma
(δόγμα)
“Convincimento”, convinzione, credenza non suffragata da elementi e/o procedimenti di tipo razionale e scientifico.
Riferimento in greco antico
ἔστι δὲ τὸ δόγμα κατά τινας συγκατάθεσις πράγματί τινι τῶν κατὰ τὰς ἐπιστήμας ζητουμένων ἀδήλων (Σέξτος Ἐμπειρικός – Πυρρώνειοι ὑποτυπώσεις, αʹ, ιγʹ, ιγʹ).
Traslitterazione
Ésti dè tò dógma katá tinas sygkatáthesis prágmatí tini tōn katà tàs epistēmas zētouménōn adēlōn (Sékstos Empeirikós – Pyrrṓneioi hypotypṓseis, I, 13, 13).
Traduzione
Il dogma è, secondo alcuni, l’assenso dato a una qualsiasi delle cose oscure oggetto di ricerca nelle scienze (Sesto Empirico – Lineamenti pirroniani, Libro I, 13, 13).
“Dógma” vuol dire “forte persuasione”, pensiero radicato. Rispetto a oggi, nella Grecia antica la parola presenta sfumature diverse e simili a “opinione” (“doxa“), “giudizio emotivo”, “stima a pelle”, “valutazione non derivante da processi logici e dimostrativi”.
Ora, il termine ha, il più delle volte, sfumature negative, associate a nozioni di rigidità, testardaggine e chiusura mentale.
I “dógmata” sono ‘cattivi’ quando si basano su fragili preconcetti, su presupposti aleatori e pregiudizi sommari. Sono ancora peggio se difficili da correggere e rimuovere. Sappiamo quanto è arduo sradicare dalla nostra mente tutte le preclusioni e le aspettative da cui è popolata, benché siano estremamente deboli o addirittura totalmente infondate. Tuttavia, nei casi positivi, le convinzioni solide, veritiere e salde sono utili e importanti come i mattoni con cui costruiamo la nostra casa.
“Dógma” (fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire “forte persuasione”, ma il punto è capire da dove provenga questa convinzione. Nello Stoicismo il “dógma“ è un principio alle cui origini ci sono intelletto ed esperienza. Si tratta di un concetto importante perché, per gli stoici, un “dógma” non cade dal cielo all’improvviso. Anzi, la combinazione di intelletto ed esperienza costituisce una base alquanto solida a sostegno di una convinzione forte. E lo Stoicismo di convinzioni forti ne ha molte, come il famoso dogma <l’unico bene è il bene morale, l’unico male è il male morale>.

IL DOGMA NELL’EPICUREISMO E NEL PIRRONISMO
L’Epicureismo è una filosofia dogmatica secondo cui la verità è comunque raggiungibile da parte degli esseri umani. Secondo questa scuola filosofica, esistono verità comprensibili, misurabili, osservabili. Il dogmatismo di questa corrente si basa sulla visione epicurea dell’empirismo e sulla evidenza dei sensi.
Nella filosofia pirronista il dogma si riferisce all’assenso a una proposizione su questioni non evidenti. La tesi principale del Pirronismo è la “akatalēpsía“, il rifiuto delle dottrine sulla verità delle cose nella loro stessa natura (incomprensibilità della realtà). Secondo i pirronisti, i dogmatici – come gli stoici, gli epicurei e i peripatetici – non riescono a dimostrare la veridicità delle loro dottrine su questioni non evidenti.
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Dokimázein
(δοκιμάζειν)
“Esaminare” nel senso di soppesare, valutare, indagare, saggiare. Da qui il termine ‘docimologia’ (scienza della valutazione).
Riferimento in greco antico
καὶ πῶς δὲ χρὴ φίλον δοκιμάζειν (Ξενοφῶν – Ἀπομνημονεύματα, β´, ς´, α´).
Traslitterazione
Kaì pôs dè chrè phílon dokimázein (Xenophôn – Apomnēmoneúmata, II, 6, 1).
Traduzione
E in che modo dunque bisogna mettere alla prova un amico? (Senofonte – Memorabili , Libro II, 6, 1).
“Dokimázein” vuol dire “esaminare” nel senso di “verificare l’autenticità”. Nella Grecia antica il termine (noi lo consideriamo fra le parole della filosofia rock stoica) si collega a funzioni e abilità di una persona il cui compito è di saggiare (testare) metalli pregiati. Oppure si riferisce alle capacità di chi controlla le monete per provarne l’autenticità. Insomma, stiamo parlando di specialisti provvisti di competenze qualificanti. Si tratta di esperti il cui compito professionale è di effettuare perizie specifiche per scopi valutativi. Il punto importante è la loro attitudine a quotare, giudicare, stimare. Infatti, sono professionisti molto esperti nella valutazione oggettiva e nella misurazione. E, naturalmente, il loro non comune tipo di preparazione richiede una combinazione di sensi e intelletto da aggiungere a una vasta esperienza.
La faccenda è qui rimarchevole perché indica il prototipo di un essere umano integrale. Non qualcuno dotato soltanto di acuta sensibilità. Non qualcuno provvisto esclusivamente di un’elevata capacità intellettuale. E non una persona provvista solo di lunghissima esperienza pratica. Il nostro ‘maestro’ è bravo per un ampio mix di qualità.

SAGGIARE, TESTARE, SOPPESARE
Epitteto (greco: Epíktētos, inglese: Epictetus) confronta il bisogno umano di mettere alla prova le sensazioni con quanto si fa nei riguardi delle monete. Cita, infatti, un abile mercante in grado di distinguere (dal solo suono) una moneta falsa gettata su un tavolo. E lo paragona a un musicista capace di percepire al volo una nota stonata. Così come è sempre necessario ricontrollare (sottoporre a verifica) le impressioni sensoriali, così le nostre credenze (“dógmata“) richiedono un contro-esame per essere pienamente testate.
“Dokimázein” vuol dire “esaminare”. In un senso più ampio, la competenza, l’attenzione scrupolosa e il talento di un perito o di un controllore sono le stesse qualità da applicare nella vita filosofica quotidiana. La nostra filosofia, infatti, richiede di tenere un comportamento da ‘esaminatori’ innanzi tutto verso noi stessi, e, poi, quando scegliamo i nostri amici, la casa, il lavoro, i comportamenti, le reazioni.
Brano suggerito: “The test” – The Chemical Brothers (2002) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Dóxa
(δόξα)
“Opinione comune”, credenza diffusa, convincimento popolare (quasi sempre derivante da impressioni superficiali e non da dati comprovati e veritieri).
Riferimento in greco antico
δόξα μὲν ἄρα ἐπιστήμης ἄλλο, ἀγνοίας δὲ ἄλλο; (Πλάτων – Πολιτεία, ε, υοζ’β).
Traslitterazione
Dóxa mèn ára epistḗmēs állo, agnoías dè állo? (Plátōn – Politeía, V, 477b).
Traduzione
L’opinione [“dóxa“] dunque è qualcosa di diverso dalla scienza [“epistḗmēs“] e qualcosa di diverso dall’ignoranza? (Platone – Repubblica, Libro V, 477b).
“Dóxa” vuol dire “credenza comune”. Altre traduzioni ben note di questo termine greco antico (dal verbo “dokeîn“, con il significato di “apparire”, “sembrare”) sono opinione popolare, convinzione diffusa. Nella retorica classica, “dóxa” si contrappone a “epistḗmē” (conoscenza scientifica). Poi, a loro volta, “epistḗmē” e “dóxa” sono diversi da <téchnē> (arte, tecnica o pratica specialistica).
Platone (greco: Plátōn, inglese: Plato) descrive i sofisti come parolieri abituati a usare senza scrupoli la “dóxa” delle moltitudini a proprio vantaggio. In questo senso, “dóxa” (da noi inclusa fra le parole della filosofia rock stoica) è una credenza priva di relazione con la ragione (vedi anche “dógma” il cui rapporto con la “verità” è comunque più forte, nel senso di essere un convincimento assoluto e, quindi, ritenuto veritiero). Il problema della “dóxa” è uno dei maggiori affrontati agli albori della filosofia (non solo occidentale: vedi māyā, concetto religioso e filosofico indiano assai presente nella speculazione Vedānta dove assume definitivamente il significato di «illusione cosmica»).

DALLA ‘DOXA’ ALLA ‘ORTHOS DOXA’
“Dóxa” vuol dire “credenza comune”. Tuttavia, nei libri di Platone intitolati “Teeteto” e “Menone” la conoscenza è “orthos doxa” (dal greco “orthòs“, cioè “retto”, e “dóxa“, cioè “opinione”, quindi a significare “opinione retta”, “opinione conforme a verità”). Questa particolare “dóxa” si caratterizza per essere accompagnata (suffragata) da un “lógos” ossia da un “senso”, da una “ragione”, da un “ragionamento”. Ecco, dunque, come si arriva alla definizione tradizionale di conoscenza: “credenza vera giustificata“.
Sempre secondo Platone, la “dóxa” risiede nelle parti inferiori dell’anima (le parti dove non funziona la ragione). Questo punto di vista si perfeziona nel concetto di “doxastá” nel quadro della teoria delle forme di Platone, secondo cui le cose fisiche sono “dóxa” e quindi non sono nella loro forma autentica.
La definizione platonica di “dóxa” come antagonista della conoscenza, conduce alla classica opposizione tra errore e verità. Pertanto, l’errore è negativo e può presentarsi in varie forme, tra cui quella dell’illusione. In sintesi, punti di vista ragionevoli hanno bisogno di essere supportati da argomentazioni solide. Altrimenti sono errori e illusioni. Tuttavia, sappiamo dalla nostra esperienza di ogni giorno, quanto la diffusione di tutte le forme di “dóxa” sia capillare, per esempio nell’attuale società dominata dal web. E, spesso, non è affatto facile distinguere tra “dóxa” ed “epistḗmē“.
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Ékklisis
(ἔκκλισις)
“Avversione”, idiosincrasia, repulsione, insofferenza, quindi atteggiamento opposto a “órexis” (inteso come desiderio o attrazione).
Riferimento in greco antico
φόβος δὲ ἄλογος ἔκκλισις (Ἰωάννης ὁ Στοβαῖος – Ἀνθολόγιον, SVF III, 394).
Traslitterazione
Phóbos dè álogos ékklisis (Iōánnēs ho Stobaíos – Anthológion, SVF III, 394).
Traduzione
La paura è un’avversione irrazionale (Giovanni Stobèo – Antologia, SVF III, 394).
“Ékklisis” vuol dire “avversione”. Questa antica parola greca è anche traducibile con il termine “disinclinazione” (inclinazione ad allontanarsi da qualcosa). È per molti versi il contrario di “órexis” (da noi inserito fra le parole della filosofia rock stoica) ossia “desiderio”, “attrazione”, “trasporto”.
Secondo Epitteto (greco: Epíktētos, inglese: Epictetus), è auspicabile provare avversione (“ékklisis“) solo verso cose rientranti nel nostro controllo. Pertanto, il suo consiglio è di non indulgere mai in “ékklisis” nel caso di faccende in potere altrui o addirittura del tutto incontrollabili (da noi). In linea con Epitteto, anche Marco Aurelio (greco: Marcus Aurelius Antoninus Augustus, inglese: Marcus Aurelius) ci esorta a limitare la nostra avversione unicamente a quanto sia in nostro potere.
La nozione non è difficile da comprendere. Per esempio, se sentiamo avversione nei confronti del maltempo, siamo destinati a incontrare molte difficoltà nella nostra vita. Questo semplicemente perché non possiamo esercitare alcuna influenza sulle condizioni meteorologiche. Le nuvole e la pioggia non ricadono sotto il nostro controllo. Il tempo brutto si verifica inevitabilmente quando la Natura (o Dio) lo vuole. E noi ne soffriamo per colpa di una inutile e ridicola avversione verso i piovaschi.
Al contrario, se proviamo repulsione nei confronti di una pianta con aculei possiamo facilmente evitare di avvicinarci a essa e ovviamente di toccarla. Di solito, la frequentazione di piante e fiori ricade sotto il nostro controllo. Quindi, non subiamo dolore o delusione a causa degli sgraditi vegetali pungenti.

ÉKKLISIS DELLE “ÉKKLISIS FUORI DAL NOSTRO DOMINIO”
La nostra “ékklisis” dovrebbe rivolgersi alle “ékklisis” incontrollabili. In questo senso, dovremmo essere avversi all’avversione contro il maltempo. Ma, al di là di questo innocente giochetto di parole, sulle “avversioni fuori il nostro controllo” occorre lavorare attraverso la sopportazione, il distacco o lo sradicamento. Ovviamente, la “ékklisis” riguardante piante con aculei, invece, non rappresenta un grosso problema (stare alla larga dall’oggetto di tale avversione è possibile, non solo raccomandabile). Tuttavia, concludiamo il ragionamento auspicando, in ogni caso (e a uno stadio più elevato del discorso), di evitare ogni forma di avversione.
“Ékklisis” vuol dire “avversione”. Questa condizione di non concordia sembra essere piuttosto spontanea, ma non esattamente “naturale”. Se fosse naturale andrebbe accettata come tutte le cose naturali. Quindi, come insegnano i nostri filosofi, non dobbiamo accettare e subire le nostre idiosincrasie (apparentemente naturali, ma derivanti da storture caratteriali). Possiamo, infatti, lavorare su noi stessi per evitare tutte le ostilità nei confronti delle cose fuori dal nostro dominio.
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Ekpýrōsis
(ἐκπύρωσις)
“Periodica distruzione” dell’intero creato, conflagrazione universale onnidistruttrice, disintegrazione ciclica precedente ogni rigenerazione.
Riferimento in greco antico
δοκεῖ δὲ αὐτοῖς φθαρτὸν εἶναι τὸν κόσμον […] εἰς πῦρ αἰθερῶδες μεταβάλλοντος τοῦ παντός, ὃ καλοῦσιν ἐκπύρωσιν (Διογένης Λαέρτιος – Βίοι καὶ γνῶμαι τῶν ἐν φιλοσοφίᾳ εὐδοκιμησάντων, ζ´, ρλζ´).
Traslitterazione
Dokeî dè autoîs phthartòn eînai tòn kósmon […] eis pŷr aitherôdes metabállontos toû pantós, hò kaloûsin ekpýrōsin (Dioghénēs Laértios – Bíoi kaì gnômai tôn en philosophíai eudokimēsántōn, 7, 137).
Traduzione
Essi [gli stoici] ritengono che il mondo sia corruttibile […] trasformandosi l’universo in un fuoco etereo, evento che chiamano ecpirosi (Diogene Laerzio – Vite dei filosofi, Libro VII, 137).
“Ekpýrōsis” vuol dire “distruzione periodica”. Questo antico vocabolo greco (per noi da annoverare fra le parole della filosofia rock stoica) si riferisce alla teoria della conflagrazione ciclica dell’universo (nascita e rinascita). Così, dopo ogni demolizione integrale, il cosmo affronta una rinascita (“palingenesía“) solo per subire un’altra disintegrazione alla fine del nuovo ciclo.
Questo tipo di ‘catastrofe totale’ è il contrario del termine “kataklysmós” con cui si indica l’inondazione, la distruzione della Terra da parte dell’acqua. L’idea di “ekpýrōsis” è centrale nella fisica e nella cosmologia stoica. Gli stoici identificano questo fuoco distruttivo con la ragione onnipervasiva (“lógos spermatikós” ovvero “ragione seminale”) dell’universo.
“Ekpýrōsis” vuol dire “distruzione periodica”, nozione mutuata da Crisippo di Soli (greco: Chrýsippos ho Soléus, inglese: Chrysippus), secondo quanto riferisce Plutarco (greco: Ploútarchos, inglese: Plutarch). Comunque, non è una teoria recepita da tutti gli stoici. Per esempio, Zenone di Tarso (greco: Zénōn ho Tarséus) e Boeto di Sidone (greco: Boēthós) non la condividono o ne danno interpretazioni diverse. Per altri, poi, “ekpýrōsis” è sostanzialmente un fenomeno positivo di “purificazione”.
Anche questa pulizia dell’anima fa parte delle operazioni di rinnovamento, mutazione e trasformazione implicate da molte filosofie e psicologie della metanoia (greco: “metanoéin“). Al contrario, secondo Lucano (latino: Marcus Annaeus Lucanus) “ekpýrōsis” indica una cessazione senza conseguente rinascita. Per il poeta romano, “ekpýrōsis” corrisponde al punto finale del mondo.

MOVIMENTO DI SISTOLE E DIASTOLE
Una spiegazione di “ekpýrōsis” è la progressiva crescita dell’universo terminante con il suo stesso riassorbimento. Secondo un’altra lettura, il sole è così caldo da arrivare progressivamente a prosciugare il cosmo, infine incendiandolo.
Tuttavia, per Zenone, il grande fuoco non pone fine ai mari, a cui si deve l’origine dell’universo. La preoccupazione di Zenone è di risolvere il problema derivante dalla teoria della “anathymíasis” (evaporazione delle acque da cui tutte le altre cose sono nate). Per questo, il fuoco non può distruggere i mari.
Una terza spiegazione di “ekpýrōsis” è il ritorno dei pianeti nelle loro posizioni originali. Quando essi ritrovano i posti occupati al momento della creazione, inizia il processo di “ekpýrōsis“.
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Eleuthería
(ἐλευθερία)
“Libertà” da intendersi in una forma regolata e quindi sottoposta a certi limiti e a determinate condizioni (ben distinta dall’anarchia e dalla libertà assoluta).
Riferimento in greco antico
ὑπόθεσις μὲν οὖν τῆς δημοκρατικῆς πολιτείας ἐλευθερία (Ἀριστοτέλης – Τά Πολιτικά, ͵ατιζ α μ´).
Traslitterazione
Hypóthesis mèn oûn tês dēmokratikês politeías eleuthería (Aristotélēs – Tá Politiká, 1317a 40).
Traduzione
Presupposto fondamentale della costituzione democratica è la libertà (Aristotele – Politica, 1317a 40).
“Eleuthería” vuol dire “libertà”. Nel nostro contesto filosofico di derivazione socratica, il significato di questa parola deve collocarsi lontano da qualunque forma di “libertà di far tutto”. Infatti, dovrebbe avvicinarsi di più alla “libertà in relazione con l’autogoverno di sé”. La forma ideale consiste nel godimento della libertà con il costante ausilio e accompagnamento dell’autocontrollo. In pratica, gli esseri umani non devono consentire agli ‘appetiti’ e alle ‘volizioni’ di dominare la propria vita, senza alcun controllo razionale. In mancanza di auto-dominio si diventa schiavi dei propri desideri e, paradossalmente. non si è affatto “liberi”.
Pertanto, “eleuthería” (termine da noi inserito fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire “libertà”. Ma libertà connotata da regole e da autogoverno. Un tale autocontrollo razionale, capace di risolversi nella liberazione dai nostri difetti innati, non si scosta molto dal concetto di “libertà positiva”, elaborato da alcuni filosofi moderni. Secondo una certa vulgata, soltanto gli uomini liberi possono diventare sapienti, mentre, per gli stoici, solo i sapienti (o almeno gli istruiti) possono diventare veramente liberi.
Tali limitazioni al concetto di libertà spiegano un atteggiamento tiepido nei suoi confronti da parte di alcuni filosofi.

POSIZIONE DI SOCRATE E PLATONE
Secondo il giornalista e scrittore statunitense I. F. Stone, due monumenti del pensiero filosofico come Socrate (greco: Sōkrátēs, inglese: Socrates) e Platone (greco: Plátōn, inglese: Plato) non sono pieni estimatori della libertà, “eleuthería“. Lo sostiene nel suo libro “The Trial of Socrates” (Anchor Books, 1988). Per Stone, i due grandi filosofi erano ammiratori di Sparta più di Atene e favorivano la monarchia o l’oligarchia, non la democrazia, non la repubblica. La presenza, fra i discepoli di Socrate, di Crizia (uno dei più estremisti dei Trenta Tiranni) è una delle prove addotte da Stone per sostenere la sua tesi.
Il filosofo francese Michel Foucault, nelle conferenze a Berkley e Boulder, propone argomentazioni simili, facendo riferimento all’atteggiamento di Socrate non sempre a sostegno della “parrhēsía“, “libertà di parola”. Socrate, infatti, non si attiene al dovere morale di dire la verità per il bene comune, nemmeno nel caso più estremo (cioè per il proprio bene, per la propria vita).
Come è noto, infatti, il ‘padre della filosofia’ (e ispiratore ideale di questo sito) non invoca la verità a propria difesa, durante il processo in cui è coinvolto, preferendo morire, dopo la condanna capitale, in obbedienza alla legge vigente. Insomma, Socrate fa prevalere la forza impositiva della legge (persino in una circostanza “estrema” quale il procedimento penale a suo carico, fondato, tra l’altro, su accuse palesemente pretestuose) a discapito della libertà di parola con cui potrebbe difendersi in tribunale (secondo alcune tradizioni il filosofo non disse una sola parola durante il processo).
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Enkheirídion
(ἐγχειρίδιον)
“Manuale pratico”, compendio di regole di vita, prontuario di prescrizioni utili per le circostanze dell’esistenza.
Riferimento in greco antico
ἐγχειρίδιον δὲ κέκληται, διότι δεῖ πάντας τοὺς εὖ ζῆν προαιρουμένους πρόχειρον τοῦτο ἔχειν καὶ διὰ παντὸς αὐτῷ συνεῖναι (Σιμπλίκιος ὁ Κίλιξ – Σχόλια εἰς τὸ Ἐγχειρίδιον Ἐπικτήτου, πρόλογος).
Traslitterazione
Enkheirídion dè kéklyitai, dióti deî pántas toùs eû zên proairouménous prókyiron toûto ékyyin kaì dià pantòs autôi syneînai (Simplíkios ho Kilix – Schólia eis tò Encheirídion Epiktḗtou, prólogos).
Traduzione
È chiamato Manuale [“enkheirídion“] perché è necessario a chi scelga di vivere bene l’averlo sempre a portata di mano ed essere costantemente in sua compagnia (Simplicio di Cilicia – Commentario al Manuale di Epitteto, prologo).
“Enkheirídion” vuol dire “a portata di mano”. Quindi, questa parola sta per “comodo da maneggiare e usare”. Nell’ambito della nostra filosofia, il termine (per noi fa parte delle parole della filosofia rock stoica) designa un manuale, un vademecum. Si riferisce principalmente agli scritti di Arriano (greco: Arrianós, inglese: Arrian), un discepolo di Epitteto (greco: Epíktētos, inglese: Epictetus) del II secolo d. C.
Nel “Manuale di Epitteto” (greco: “Enkheirídion Epiktetou“, inglese: “Enchiridion of Epictetus“), troviamo le prescrizioni di base formulate dagli stoici. Il testo comincia così: “alcune cose dipendono da noi, altre non dipendono da noi“ (vedi la voce “adiáphoron” in questa stessa sezione di sokratiko.it).
Quindi, la preoccupazione principale, nella filosofia stoica, riguarda le questioni sotto il nostro controllo, non dipendenti dal caso o da fattori esterni. In primo luogo, Epitteto distingue tra la nostra dimensione interiore (è nel nostro controllo) e il mondo esterno (è fuori dal nostro controllo). Perciò la libertà di scelta – privilegio umano – riguarda solo le cose nel nostro dominio. Non possiamo scegliere di non essere colpiti da un fulmine (evento esterno, fuori dal nostro controllo).
Tuttavia, possiamo scegliere il nostro atteggiamento dinanzi a qualsiasi evento incontrollabile. Per esempio, se sopravviviamo al fulmine ma restiamo gravemente menomati, possiamo scegliere di non farci travolgere da dolore, rabbia, sconforto.
Occorre una vigilanza costante per non distogliere mai l’attenzione dalla nostra ragione perché a sconvolgerci non sono le cose in sé, ma le nostre valutazioni e interpretazioni delle cose in sé.
La ragione, molto utile a comprendere il corso naturale delle cose, deve essere il principio dominante in ogni occasione. Pertanto, dobbiamo esercitare il nostro potere razionale di valutazione (oltre le impressioni superficiali) e non desiderare cose dipendenti da altre persone o da forza maggiore.

UN MANUALE FATTO DI PRESCRIZIONI PRATICHE
Nei “Discorsi”, Epitteto motiva i suoi allievi ricorrendo ad argomenti e logica. “Enkheirídion“, invece, è un insieme di regole da seguire. Ecco perché “Enkheirídion” si può definire “manuale pratico”. Secondo Epitteto, una persona saggia, con l’aiuto della filosofia, può trarre vantaggi dall’esperienza. Quindi il libro è un manuale utile per fare progressi in linea con quanto necessario e sufficiente per una vita buona.
Epitteto, nelle sue regole di vita, usa immagini e analogie. Per esempio, descrive la vita come un viaggio su una nave, una locanda, un banchetto e pure come una recitazione in un’opera teatrale. Prende molti spunti dalla vita di tutti i giorni, tra cui: una brocca rotta, un viaggio ai bagni, la sua stessa zoppia, la perdita di un bambino e il prezzo della lattuga.
Brano suggerito: “Prescriptions” – Walker Hayes (2017) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Epakoloúthēsis
(ἐπακολούθησις)
“Conseguenze collaterali”, effetti secondari, ricadute inevitabili derivanti da un fatto o da un’azione principale.
Riferimento in greco antico
οὐδὲ γὰρ ἡμεῖς αὐταῖς ἐπακολουθήσεσι κεχρήμεθα ταῖς τῶν νόμων (Φίλων ὁ Ἀλεξανδρεὺς ὑπ’ Εὐσεβίου τοῦ Καισαρέως μνημονευθείς – ἐκ τοῦ ἀπολομένου συγγράμματος Περὶ Προνοίας (λόγ. βʹ, ἀπόσμ. ϟζʹ) ὑπ’ Εὐσεβίου τοῦ Καισαρέως ἐν τῇ Εὐαγγελικῇ Προπαρασκευῇ Παραδοθέντος).
Traslitterazione
Oudè gàr hemeîs autaîs epakolouthḗsesi kechrḗmetha taîs tôn nómōn (Phílōn ho Alexandreùs hyp’ Eusebíou toû Kaisaréōs mnemoneutheís – ek toû apoloménou syngrámmatos Perì Pronoías (lóg. b’, apósm. qz’) hyp’ Eusebíou toû Kaisaréōs en têi Euangelikêi Proparaskeuêi Paradothéntos).
Traduzione
Infatti neanche noi ci avvaliamo delle sole conseguenze delle leggi [nel senso di seguire le sole implicazioni legali immediate, senza un principio superiore] (Filone di Alessandria citato da Eusebio di Cesarea – dal trattato perduto Sulla Provvidenza [De Providentia, Lib. II, Fr. 97] tramandato da Eusebio di Cesarea nel suo Praeparatio Evangelica).
“Epakoloúthēsis” vuol dire “effetti collaterali”. Di fatto, questa antica parola greca indica le “conseguenze necessarie, ma non essenziali”. Quindi, stiamo parlando di “risultati minori” o “effetti secondari”.
Nelle “Meditazioni” (7.75) di Marco Aurelio (greco: Marcus Aurelius Antoninus Augustus, inglese: Marcus Aurelius) leggiamo: “la natura del Tutto [“hólos” come “universo”, “tutto”, ndr] si mosse per creare l’universo. Ma, adesso, o tutto quanto accade capita per conseguenza e continuità [“epakoloúthēsis“] o anche le cose principali verso cui l’universo dirige il proprio movimento [“hormḗ” come “appetito”, “direzione”] non sono sotto il governo [“kyrieúō“] di alcun principio razionale [“alógistos” ossia il privativo “a” seguito da “lógistos“]. Se tutto questo viene ricordato [“mimnḗskó” come “tieni in mente”, ndr] ti renderà più tranquillo [“galḗnē“] in molte cose>.
EFFETTI COLLATERALI
Al giorno d’oggi, abbiamo familiarità con la nozione di “effetti collaterali”. Per esempio sul bugiardino di un medicinale troviamo sempre avvertenze sulle possibili conseguenze secondarie dei prodotti farmaceutici.
Come si sa, l’obiettivo principale dei farmaci è la guarigione dalle malattie, senza però escludere danni collaterali (possibilmente accettabili). Un’espressione simile è anche molto comune quando si parla di interventi militari. Gli attacchi armati hanno obiettivi principali (per esempio la distruzione di un sito strategico) e quindi le possibili vittime umane sono considerate (tecnicamente) danni collaterali.
“Epakoloúthēsis” (termine da noi incluso fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire ‘effetti collaterali’. I filosofi devono pertanto tenere a mente il rischio di effetti collaterali in quasi tutte le attività della vita. Se si vuole fare una buona azione, bisogna non sottovalutare tutte le conseguenze di questa stessa azione. Anche conseguenze di carattere personale. In conclusione, qualsiasi prodotto (anche il migliore) può includere una vasta gamma di sottoprodotti. Il problema è accettare o meno l’intero pacchetto, sottoprodotti inclusi.
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Eph’ hemîn
(ἐφ’ ἡμῖν)
“Nella nostra disponibilità”, nelle nostre mani, nel nostro controllo, a nostra disposizione, rientrante nelle nostre facoltà di intervento.
Riferimento in greco antico
ἐν οἷς γὰρ ἐφ’ ἡμῖν τὸ πράττειν, καὶ τὸ μὴ πράττειν (Ἀριστοτέλης – Ἠθικὰ Νικομάχεια, Γ’, ε’, ͵αυιγʹ βζʹ-ηʹ).
Traslitterazione
En hoîs gàr eph’ hēmîn tò práttein, kaì tò mè práttein (Aristotélēs – Ēthikà Nikomácheia, III, 5, 1113b7-8).
Traduzione
Infatti, nelle cose in cui agire dipende da noi, [dipende da noi] anche non agire (Aristotele – Etica Nicomachea, Libro III, Capitolo 5, 1113b7-8).
“Eph’ hēmîn” vuol dire “in nostro potere”. Qualcosa è “in nostro potere” solo se è completamente sotto il nostro controllo. E le uniche cose sotto il nostro controllo sono quelle allocate nella nostra mente (sentimenti, giudizi, opinioni). Quindi stiamo parlando, prevalentemente, della possibilità di scegliere le reazioni (interiori) a cose “non in nostro potere” (esteriori).
Opinioni, idee, nozioni e punti di vista sono tutti “in nostro potere”. Possiamo decidere di considerare il denaro assolutamente essenziale per vivere e superiore a qualsiasi altro bene. Oppure possiamo scegliere di ritenerlo solo uno strumento utile, ma inferiore a valori come la dignità, l’integrità e la decenza. Inoltre, sta a noi sentirci tristi se siamo soli. Oppure sta a noi sentirci felici se siamo soli.
In altri termini, gli esseri umani conservano sempre la capacità di effettuare scelte morali. Hanno potere sulle loro opinioni (credenze, giudizi), sui loro impulsi (intenzioni di agire), sui loro desideri e sulle loro avversioni. Tutto il resto, essendo esterno alla loro volontà o ai caratteri morali, innegabilmente non è in loro potere. Epitteto (greco: Epíktētos, inglese: Epictetus) presta molta attenzione a questo argomento (vedi anche la voce “adiáphoron” in testa a questa sezione di sokratiko.it).

POCO E’ IN NOSTRO POTERE, MA SU QUEL POCO POSSIAMO MOLTO
“Eph’ hēmîn” (per noi questa espressione è fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire “in nostro potere”. Non possiamo decidere il nostro tempo di vita. E nemmeno determinare la nostra famiglia di nascita. Inoltre, non ci è possibile scegliere chi incontrare dietro l’angolo. Né influenzare la sequenza stagionale di inverno, primavera, estate, autunno. In effetti, l’elenco di cose ed eventi fuori dal nostro dominio è infinito.
Tuttavia, possiamo controllare i nostri stati d’animo. Ma ciò non è facile, perché noi umani siamo abituati a considerare complicata proprio la gestione di emozioni, stati d’animo e sentimenti. Forse perché ci concentriamo su altri obiettivi artificiali della vita come il denaro, la carriera, le apparenze o altre futilità.
Per riconquistare i nostri stati d’animo sarebbe necessaria una formazione, un allenamento. Sarebbe anche consigliabile una guida (un maestro, un insegnante, un mentore). E ovviamente ci vogliono tempo, energia e perseveranza (“áskēsis” come “allenamento”).
Brano suggerito: “In your hands” – Halle (2024) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Epistḗmē
(ἐπιστήμη)
“Scienza”, sapere esatto, conoscenza comprovata, studio certo e verificato, dato acquisito attraverso processi razionali (ben distinto dall’opinione).
Riferimento in greco antico
ἓν μόνον ἀγαθόν ἐστιν, ἡ ἐπιστήμη, καὶ ἓν μόνον κακόν, ἡ ἀμαθία (Σωκράτης ὑπὸ Διογένους Λαερτίου – Βίοι καὶ γνῶμαι τῶν ἐν φιλοσοφίᾳ εὐδοκιμησάντων, β’, λα’).
Traslitterazione
Hèn mónon agathón estin, hē epistēmē, kaì hèn mónon kakón, hē amathía (Sōkrátēs hypò Dioghénēs Laértios – Bíoi kaì gnomai tôn en philosophíāi eudokimēsántōn, II, 31).
Traduzione
C’è un solo bene, la conoscenza [“epistēmē“], e un solo male, l’ignoranza (Socrate citato da Diogene Laerzio – Vite e dottrine dei filosofi illustri, Libro II, 31).
“Epistḗmē” vuol dire “conoscenza”. Questa nozione filosofica è in diretto contrasto con “dóxa“, ossia “credenza”, “opinione”. Va anche distinta da “téchne“, cioè “arte”, “tecnica”, “pratica specialistica”, “abilità”.
L’opposizione tra “epistḗmē” e “dóxa” (parole da noi considerate nella filosofia rock stoica) è centrale nell’offensiva di Platone (greco: Plátōn, inglese: Plato) contro la retorica. Secondo il figlio di Aristone, la “epistḗmē” trasmette o produce certezza assoluta mentre la “dóxa” esprime opinione o probabilità.
Inoltre, ecco cosa scrive, a proposito, di “epistḗmē” il retore greco Isocrate (greco: Isokrátēs, inglese: Isocrates) in “Antídosis”: “non è nella natura umana acquisire una conoscenza (“epistḗmē“) capace di renderci certi di cosa fare o dire. Considero saggio chi ha la capacità attraverso la congettura (“dóxa”) di raggiungere la soluzione migliore. Chiamo filosofi quelli che si occupano di ciò da cui si può ottenere rapidamente una sorta di saggezza pratica (“phrónēsis“)“.

LE PRETESE DI EPISTEME
“Epistḗmē” vuol dire “conoscenza”. Ed è interessante un pensiero in proposito dell’economista americano Stephen Alan Marglin: “non ho alcuna critica da fare alla “epistḗmē” come sistema di conoscenza. Al contrario, non saremmo umani senza “epistḗmē“. Il problema è la pretesa per cui “epistḗmē” sarebbe tutta la conoscenza, problema da cui deriva la propensione a escludere altri, altrettanto importanti, sistemi di conoscenza. Mentre “epistḗmē” è essenziale per la nostra umanità, lo stesso vale per “téchne“. In effetti, è la nostra capacità di combinare “téchne” ed “epistḗmē” a distinguerci dagli altri animali e dai computer. Gli animali hanno “téchne” e le macchine hanno “epistḗmē“, ma solo noi umani abbiamo entrambi”.
(Da “Farmers, Seedsmen, and Scientists: Systems of Agriculture and Systems of Knowledge” in “Decolonizing Knowledge: From Development to Dialogue”, edizione a cura di Frédérique Apffel-Marglin e Stephen A. Marglin. Oxford University Press, 2004).
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Êthos / Éthos
(ἦθος / ἔθος)
“Carattere” e comportamento (soprattutto di tipo interiore, personale). Oppure “Usanza”, abitudine, costume (di un gruppo o di una intera società umana).
Riferimento in greco antico
ἦθος ἀνθρώπῳ δαίμων (Ἡράκλειτος ὁ Ἐφέσιος ὑπὸ Ἰωάννου τοῦ Στοβαίου ἐν τῷ Ἀνθολογίῳ παρατιθέμενος, DKριθ´).
Traslitterazione
Êthos anthrōpōi daimōn (Hērákleitos ho Ephésios hypò Iōánnou toû Stobaíou en tōi Anthologíōi paratithémenos, DK119).
Traduzione
Il carattere [“êthos”] è il destino [“daimōn”] dell’uomo (Eraclito di Efeso citato da Giovanni Stobeo in Florilegio, DK119).
Entrambe le forme (“êthos” ed “éthos“) fanno riferimento a una postura, nel primo caso di tipo più intimo e soggettivo (“êthos” come carattere di un soggetto), nel secondo caso di tipo più abitudinario da parte di una comunità (“éthos” come costume di un popolo). Quindi, la parola greca indica gli ideali principali di una persona oppure di una nazione. Mettendo insieme le due accezioni, per esempio, si potrebbe affermare: <l’ethos guerriero dell’antica Sparta era tanto forte e diffuso da contraddistinguere la città e ciascuno dei cittadini>. Ad ogni modo, tutte le sfumature di significato conducono a una gamma semantica collocabile nella sfera della moralità.
Un buon riferimento a cavallo fra le due espressioni lo fornisce il poeta britannico di origine americana T. S. Eliot. Nel 1940 scrive: “l’ethos generale delle persone da governare, determina il comportamento dei politici chiamati a governarle“.
Nell’ambito della retorica, “êthos” (inteso nella prima accezione, cioè come carattere personale) è una delle tre modalità essenziali per “pístis“ [dal verbo “peíthō“: “persuadere”, “convincere”] cioè per l’opera di persuasione di un oratore nei confronti del suo uditorio. Le altre due modalità sono “lógos“ e “páthos“. Aristotele (greco: Aristotélēs, inglese: Aristotle), in “Retorica“, dice: “i parlanti devono definire il loro “êthos” sin dall’inizio del discorso“. Tuttavia, egli estende la nozione di “êthos” oltre la “competenza morale”, includendo anche abilità e conoscenza.
Secondo Aristotele, <a definire “êthos” è il contenuto del discorso>. Per lui, tre sono le categorie di “êthos”: “phrónēsis“ ossia saggezza; “aretè” cioè virtù; “éunoia” ossia buona volontà verso il pubblico.

L’ETHOS DI UN POPOLO
Per quanto riguarda “usi”, “costumi” e “abitudini” riportiamo quanto sostiene Epitteto (greco: Epíktētos, inglese: Epictetus), in “Discorsi” (II, 18.4), dove, però, intendendo consuetudine e pratica usa il termine “synḗtheia“: “l’abitudine è un’influenza assai potente. Noi siamo abituati a seguire i nostri impulsi per ottenere e per sfuggire al di fuori della nostra scelta. Quindi dovremmo impostare un’abitudine diversa opposta a questo e, dove le apparenze sono davvero scivolose, usare la controforza del nostro allenamento”.
Brano suggerito: “A way of life” – Family Dogg ft. Albert Hammond (1969) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Eudaimonía
(εὐδαιμονία)
“Felicità”, appagamento stabile, benessere, omeostasi morale (derivante anche da una omeostasi fisiologica e da una complessiva armonia e pacificazione del soggetto).
Riferimento in greco antico
τὸ ἀνθρώπινον ἀγαθὸν ψυχῆς ἐνέργεια γίνεται κατ’ ἀρετήν, εἰ δὲ πλείους αἱ ἀρεταί, κατὰ τὴν ἀρίστην καὶ τελειοτάτην. ἔτι δ’ ἐν βίῳ τελείῳ. μία γὰρ χελιδὼν ἔαρ οὐ ποιεῖ, οὐδὲ μία ἡμέρα: οὕτω δὲ οὐδὲ μακάριον καὶ εὐδαίμονα μία ἡμέρα οὐδ’ ὀλίγος χρόνος (Ἀριστοτέλης – Ηθικά Νικομάχεια, I, Α ϞΗ, ΙϚ-Κ).
Traslitterazione
Tò anthrópinon agathòn psychês enérgeia gínetai kat’ aretḗn, ei dè pleíous hai aretaí, katà tḕn arístēn kaì teleiotátēn. éti d’ en bíō teleíō. mía gàr khelidṑn éar ou poieî, oudè mía hēméra: hoútō dè oudè makárion kaì eudaimona mía hēméra oud’ olígos khrónos (Aristotélēs – Ēthikà Nikomácheia, I, 1098a, 16-20).
Traduzione
Il bene [“agathòn“] dell’uomo consiste in un’attività dell’anima [“psychês“] secondo virtù [“aretḗn“], e se le virtù sono più d’una, secondo la migliore e la più perfetta. E ciò in una vita completa. Infatti, una rondine non fa primavera, né la fa un solo giorno: così pure un solo giorno o un breve tempo non rendono beato e felice [“eudaimona“] (Aristotele – Etica Nicomachea, Libro I, 1098a, 16-20).
“Eudaimonía” vuol dire “benessere”. Altre traduzioni sono “prosperità”, “star bene”,
e anche “felicità”. La nozione si riferisce, filosoficamente, a una condizione equivalente al risultato finale di tutte le umane virtù combinate insieme. In altri termini,“eudaimonía” deriverebbe dall’unica e sola Virtù, consistente nel “vivere una vita virtuosa“.
In effetti, “vivere una vita virtuosa” include tutte le qualità da noi normalmente considerate virtù singolari. Poiché una vita virtuosa richiede almeno un po’ di allenamento, un altro modo di descrivere “eudaimonía” è: il risultato finale di tutti gli allenamenti (“áskēsis“).
Gli stoici considerano la virtù come necessaria e sufficiente per ottenere la “eudaimonía“. L’antica parola greca per indicare “virtù” è “aretḗ” (da noi inclusa fra le parole della filosofia rock stoica). Tuttavia, l’idea greca tradizionale di “aretḗ” non corrisponde al termine come lo conosciamo noi.
La nostra nozione di virtù presenta tratti cristiani di carità, pazienza e rettitudine. Invece, il greco “aretḗ” abbraccia anche virtù non morali come la forza fisica e la bellezza. A differenza dei cristiani, gli stoici non enfatizzano nel concetto di “virtù” le idee di misericordia, perdono, umiliazione, donazione e amore altruistico.
Nello Stoicismo, questi aspetti talvolta sono lodati, è vero, ma per gli stoici contano di più la rettitudine, l’onestà, la moderazione, la semplicità, l’autodisciplina, la determinazione, la fortezza e il coraggio.

LA VIRTÙ PORTA ALLA FELICITÀ
“Eudaimonía” vuol dire “benessere”, “felicità”. Un benessere specifico derivante dalla pratica della virtù. Questa pratica, ovviamente, non è né episodica né superficiale.
I nostri filosofi ci chiedono di essere virtuosi ogni giorno (anche nelle situazioni più banali). Chiedono, inoltre, di praticare la virtù con tutte le nostre maggiori convinzioni, energie e determinazioni. Per quanto riguarda la virtù, ribadiamo di essere dinanzi a un’idea mutevole nei suoi dettagli e nelle sue declinazioni, sebbene abbastanza stabile nei suoi connotati generali.
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Éupathos
(εὔπαθος)
“Sentimento corretto”, passione equilibrata e naturale, affetto misurato e sotto il controllo razionale del soggetto.
Riferimento in greco antico
ἔλεγε δὲ καὶ ἓν μόνον ἀγαθὸν εἶναι τὴν ἐπιστήμην, καὶ ἓν μόνον κακὸν τὴν ἀμαθίαν· πλοῦτον δὲ καὶ εὐγένειαν οὐδὲν ἐν αὐτοῖς ἔχειν ἀγαθόν, πᾶν δὲ τοὐναντίον. ἐπεὶ δὲ τοῦ πυνθανομένου εἰ εὔπαθος αὐτῷ ὁ δεῖνα εἴη, “Εἰ καλός,” ἔφη, “καὶ ἀγαθός (Διογένης Λαέρτιος – Βίοι καὶ γνῶμαι τῶν ἐν φιλοσοφίᾳ εὐδοκιμησάντων, β’ λα’).
Traslitterazione
Élege dè kaì hèn mónon agathòn eînai tḕn epistḗmēn, kaì hèn mónon kakòn tḕn amathían; ploûton dè kaì eugéneian oudèn en autoîs échein agathón, pân dè tounantíon. epeì dè toû pynthanoménou ei eúpathos autôi ho deîna eíē, “Ei kalós,” éphē, “kaì agathós (Dioghénēs Laértios – Bíoi kai gnômai tôn en philosophía eudokimḗsántōn II, 31).
Traduzione
Diceva che vi è un solo bene [“agathòn“], la conoscenza [“epistḗmēn“], e un solo male, l’ignoranza; che la ricchezza e la nobiltà di nascita non possiedono in sé alcun bene, ma anzi tutto il contrario. E a colui che gli domandava se tale persona fosse per lui felice [“eúpathos“], rispose: <Se è un uomo bello [“kalós“] e buono [“agathós“]> (Diogene Laerzio – Vite e dottrine dei filosofi illustri II, 31).
“Éupathos” vuol dire “sentimento giusto”. Infatti, questa antica parola greca deriva da “eu” (giusto) e “páthos” (sentimento). Gli stoici distinguono tra “própathos” (reazione istintiva) ed “éupathos” (sentimento risultante da un giudizio corretto). L’obiettivo della vita, per i filosofi autentici, è il raggiungimento di una condizione di “apátheia” cioè di assenza delle passioni (quelle turbolente e destabilizzanti), di pace della mente e dell’anima. Questa quiete serena dovrebbe derivare da un giudizio chiaro sul mondo (una visione veritiera del mondo) e dal mantenimento dell’equanimità nella vita quotidiana.
In “Vite di eminenti filosofi” 7.116, Diogene Laerzio (greco: Dioghénēs Laértios, inglese: Diogenes Laertius) scrive: “gli stoici affermano l’esistenza di tre buoni stati emotivi (“eupátheia“): gioia, cautela e desiderio. In primo luogo, è un ‘sentimento giusto’ la gioia in quanto euforia razionale. In secondo luogo, è un ‘sentimento giusto’ la cautela in quanto evitamento razionale. In terzo luogo, è un ‘sentimento giusto’ il desiderio in quanto inclinazione razionale. Quindi, sotto il ‘desiderio’, mettono buona volontà, benevolenza, cordialità e affetto. Poi, sotto ‘cautela’, mettono rispetto e modestia. Infine, sotto ‘gioia’, mettono allegria, buon umore e contentezza“.

PASSIONI SOTTO IL GOVERNO DEL DISCERNIMENTO
“Éupathos” (fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire “sentimento giusto”. Un sentimento è tale quando una valutazione accurata lo supporta e lo convalida. Perciò ogni “éupathos“, come la gioia, per esempio, è tale perché lo precede un valido giudizio mentale.
Facciamo ora qualche ipotesi. Un individuo considera desiderabile e onorevole il positivo riconoscimento pubblico della propria condotta. Quindi, prova gioia (una forma di “éupathos“) quando un’alta istituzione gli esprime elogi ufficiali e si congratula con lui per il suo comportamento.
Diversamente, qualcun altro potrebbe diventare famoso per aver ereditato una fortuna. E per costui, magari, la fama ottenuta grazie a un lascito non risulterebbe lodevole e non gli porterebbe contentezza. Questa mancanza di gioia per la propria notorietà deriverebbe dal suo giudizio non positivo rispetto al ricevere denaro senza alcun merito.
Brano suggerito: “Feelings” – Morris Albert (1974) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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