
Parole G-O
Le parole G-O della filosofia rock stoica sono strumenti per pensare e parlare. Ecco alcune delle più importanti parole filosofiche (dalla G alla O) scelte nel repertorio originale della lingua greca antica e spiegate a modo nostro.
Qui l’elenco delle parole presenti in questa sezione.
Himeros (vedi la sottovoce Himeros nella sezione ARGOMENTI alla voce Affectus).
Mania (vedi anche la sottovoce Mania nella sezione ARGOMENTI alla voce Affectus).

Gnôsis
(γνῶσις)
“Conoscenza” intesa come forma di ‘sapere’ ampio e veritiero, di tipo benefico ossia capace di conferire il ‘bene’ al soggetto conoscente.
Riferimento in greco antico
τοῦτο τοίνυν τὸ τὴν ἀλήθειαν παρέχον τοῖς γιγνωσκομένοις καὶ τῷ γιγνώσκοντι τὴν δύναμιν ἀποδιδὸν τὴν τοῦ ἀγαθοῦ ἰδέαν φάθι εἶναι αἰτίαν δ’ ἐπιστήμης οὖσαν καὶ ἀληθείας, ὡς γιγνωσκομένης μὲν διὰ γνώσεως (Πλάτων – Πολιτεία, Βιβλίον Ϛ´, φηʹ e).
Traslitterazione
Toûto toínyn tò tèn alétheian paréchon toîs gignôskoménois kaì tôi gignôskonti tèn dýnamin apodidòn tèn toû agathoû idéan pháthi eînai aitían d’ epistémes oûsan kaì aletheías, hôs gignôskoménes mèn dià gnôseôs (Plátōn – Politeía, Biblíon VI, 508e).
Traduzione
Questo elemento dunque, il quale trasmette la verità a quanto è conosciuto e conferisce a chi conosce la facoltà di farlo, dì pure essere l’idea del Bene [“agathoû“]; ed essa è causa di scienza [“epistémes“] e di verità [“aletheías“], in quanto questa viene appresa tramite la conoscenza [“gnôseôs“](Platone – Repubblica, Libro VI, 508e).
“Gnôsis” vuol dire “conoscenza”. Questo nome in particolare (altre parole greche antiche significano pure “conoscenza”, ma con sfumature diverse) è presente in varie filosofie ellenistiche.
Per esempio, “gnôsis” (termine da noi inserito fra le parole della filosofia rock stoica) viene ovviamente usato in relazione allo Gnosticismo. Nell’ambito di questo movimento filosofico, significa sempre “conoscenza”, ma nell’accezione di apprensione della vera natura dell’umanità in quanto universale (divina). Il riferimento è a una potente e salvifica liberazione dell’individuo dai vincoli dell’esistenza terrena. È l’accensione della scintilla divina nascosta in ogni uomo. Pertanto, in tale contesto, “gnôsis” vuol dire “conoscenza” nel senso di consapevolezza totalizzante (e rivoluzionaria) – da parte dell’individuo umano – di esser parte della natura divina del tutto.

GNOSIS COME INTELLEZIONE SUPERIORE
Negli scritti di Platone (greco: Plátōn, inglese: Plato), il termine non sembra indicare esattamente una illuminazione soprannaturale, mistica o rivoluzionaria. Esprime, comunque, un processo di cambiamento elevato, nobile, associato a concetti supremi (come ‘il bene’), insomma una sorta di intellezione superiore e una capacità comunque acquisibile. Ecco uno scambio fra lo Straniero di Elea e Socrate il Giovane, un matematico omonimo di Socrate (greco: Sōkrátēs, inglese: Socrates) in “Politico”, 258e:
<Straniero: “in questo modo, quindi, dividi tutta la scienza in due parti, chiamandone una ‘pratica’ [“praktikós“] e l’altra ‘puramente intellettuale’ [“gnostikós“]>. [“tautē toinyn sympasas epistēmas diairei, tēn men praktikēn proseipōn, tēn de monon gnōstikēn“].
<Socrate: “allora la scienza è una e queste sono le sue due forme“>. [“estō soi tauth’ hōs mias epistēmēs tēs holēs eidē dyo”].
Una parola in stretto collegamento con “gnôsis” è l’aggettivo “gnostikós“, abbastanza diffuso nel greco classico, con il significato di “cognitivo”. Platone usa l’aggettivo plurale “gnostikoí” e l’espressione femminile singolare “gnostikē epistēmē” nel suo appena citato “Politikós”.
Nella nostra filosofia, “gnôsis” è la consapevolezza ottenibile seguendo le regole di uno stile di vita austero, vigile e retto. In questo senso, la giustapposizione tra conoscenza e “gnôsis” segna la differenza tra il semplice apprendimento di dati informativi e una comprensione molto più profonda, necessaria per la vera trasformazione della persona.
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Hamartánō
(ἁμαρτάνω)
“Fallire il bersaglio”, non centrare l’obbiettivo, mancare il raggiungimento di un traguardo, di una meta, di un proposito.
Riferimento in greco antico
ἔτι τὸ μὲν ἁμαρτάνειν πολλαχῶς ἔστιν […] τὸ δὲ κατορθοῦν μοναχῶς (Ἀριστοτέλης – Ἠθικὰ Νικομάχεια, Βιβλίον β´, ϛ´, ͵αργϛ´β).
Traslitterazione
Éti tò mèn hamartánein pollakhôs éstin […] tò dè katorthoûn monakhôs (Aristotélēs – Ēthikà Nikomácheia, Biblíon II, 6, 1106b).
Traduzione
Inoltre, da un lato sbagliare [“hamartánein“] è possibile in molti modi […] dall’altro riuscire [“katorthoûn“: avere successo, fare bene] in un modo solo (Aristotele – Etica Nicomachea, Libro II, 6, 1106b).
“Hamartánō” vuol dire “mancare il bersaglio”. In pratica, questa antica parola greca significa “sbagliare”. Può riferirsi a un errore derivante dall’ignoranza, a un errore di giudizio, a un difetto del carattere o a una cattiva azione (peccato). Pertanto, “hamartánō” significa “fallire in qualcosa”, “mancare l’obbiettivo”, “andar male in qualcosa”.
Con il termine “hamartēmata” si indicano i risultati di brutte abitudini, del seguire opinioni comuni, o di effettuare valutazioni sbagliate. Sono i nostri errori nell’esecuzione di azioni dalle quali può dipendere una catena di eventi negativi.
Dal verbo “hamartánō” (da noi incluso fra le parole della filosofia rock stoica) deriva il termine “hamartía“, un vocabolo moralmente neutro e non prescrittivo (‘errore fatale’).
“Hamartía” riguarda soprattutto la letteratura drammatica. Lo usa per la prima volta Aristotele (greco: Aristotélēs, inglese: Aristotle) in “Poetica”. Nella tragedia greca, con la parola “hamartía” s’intende, in genere, l’errore o il tragico difetto del protagonista, seguito da una serie di azioni il cui effetto è un’inversione di tendenza, cioè un ribaltamento dalla contentezza alla catastrofe.

SBAGLIARE È NORMALE, IMPORTANTE È CORREGGERSI
“Hamartánō” vuol dire “mancare il bersaglio”. Si tratta, quindi, di un evento abbastanza frequente nella nostra vita. Tutti “manchiamo il bersaglio”, almeno di tanto in tanto. Ed è assolutamente normale avere successo alle volte e talora fallire. Il problema sarebbe sbagliare sempre o fare sempre lo stesso errore.
Ma tutto diventerebbe ancora più grave se non fossimo in grado di accettare e comprendere il fallimento. Perché nella mancata accettazione delle sconfitte dimostreremmo insufficiente umiltà per progredire davvero nella vita.
Allo stesso modo, se non capissimo un insuccesso, allora ci mancherebbero gli strumenti per capovolgere la situazione e migliorare. Solo accettando i fallimenti e comprendendone le ragioni possiamo fare passi avanti e andare oltre.
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Hēgemonikón
(ἡγεμονικόν)
“Facoltà direttiva razionale”, cabina di regia della coscienza, ‘mente’ intesa come organo capace di ‘immaginazione’, ‘ragione’, ‘impulso’ e ‘assenso’.
Riferimento in greco antico
ἔνδον βλέπε· ἔνδον γὰρ ἡ πηγὴ τοῦ ἀγαθοῦ καὶ ἀεὶ ἀναβλύειν δυναμένη, ἐὰν ἀεὶ σκάπτῃς. τὸ ἡγεμονικόν σου σεαυτῷ ἀνάλωτον ποίει (Μάρκος Αὐρήλιος – Τὰ εἰς ἑαυτόν, Βιβλίον Ζ´).
Traslitterazione
Éndon blépe· éndon gàr hē pēghḕ toû agathoû kaì aeì anablýein dynaménē, eàn aeì skáptēis. tò hēgemonikón sou seautôi análōton poíei (Márkos Aurḗlios – Tà eis heautón, Biblíon VII).
Traduzione
Guarda dentro di te: dentro è la fonte del bene [“agathoû“], che può scaturire sempre se sempre scaverai. Rendi la tua facoltà dirigente [“hēgemonikón“] inespugnabile a te stesso (Marco Aurelio – Colloqui con sé stesso, Libro VII).
“Hēgemonikón” può essere tradotto come “guida razionale interiore”. Questo termine è utilizzato da molti filosofi dell’antica Grecia per indicare la parte intellettuale dominante dell’anima (la mente). In particolare, gli stoici distinguono “hēgemonikón” dall’apparato sensoriale. Infatti, i pensatori del nostro movimento filosofico identificano la “cabina di regia” dell’anima con “hēgemonikón“. Questo perché “hēgemonikón” riceve e assembla le impressioni “phantasíai” (plurale) trasmesse dai sensi.
“Hēgemonikón” (da noi inserita fra le parole della filosofia rock stoica) ha quattro facoltà: immaginazione, ragione, impulso e assenso. Innanzitutto, l’immaginazione: è una riproduzione sensoriale o mentale di fantasie passate. Poi, la ragione: è la facoltà in grado di dare un senso alle cose, applicando la logica. In terzo luogo, l’impulso: è l’inclinazione ad agire verso una fantasia, una impressione, un richiamo sensoriale. In conclusione, l’assenso: è il passo successivo a una valutazione positiva dell’oggetto del desiderio.

LA CABINA DI REGIA DELL’ANIMA
Secondo gli stoici, l’anima ha otto parti, da considerarsi articolazioni di “pneûma“. Di queste parti, sette sono i sensi: vista, udito, olfatto, gusto, tatto, facoltà riproduttiva, facoltà di parola. A essi si aggiunge la facoltà di comando centrale “hēgemonikón“. Attenzione perché tutte le parti dell’anima possono essere indicate come estensioni di “pneûma” aventi origine in “hēgemonikón“.
Ci sono parecchie analogie utili per spiegare l’architettura dell’anima: può essere assimilata a un polpo, a un albero, a una sorgente d’acqua, e anche a una ragnatela. In effetti, tali similitudini sottolineano la complessiva unità dell’anima e l’idea secondo cui le sue facoltà sono raccolte in “hēgemonikón“.
“Hēgemonikón” vuol dire “facoltà dirigente”. E la razionalità è cruciale nel determinare il suo ruolo di comando di una parte importante dell’anima.
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Heimarménē
(εἱμαρμένη)
“Destino ineluttabile”, fato, provvidenza, anche nella forma di una divinità femminile della mitologia greca.
Riferimento in greco antico
τὴν δὲ εἱμαρμένην αἰτίαν τῶν ὄντων εἰρομένην (Ζήνων ὁ Κιτιεύς, ἀπόσπασμα σῳζόμενον ἐν Διογένει Λαερτίῳ – Βίοι καὶ γνῶμαι τῶν ἐν φιλοσοφίᾳ εὐδοκιμησάντων, Βιβλίον ζ’, ρμθ’).
Traslitterazione
Tḕn dè heimarménēn aitían tôn óntōn eiroménēn (Zḗnōn ho Kitiéus, apóspasma sōizómenon en Diogénhei Laertíōi – Bíoi kaì gnômai tôn en philosophíāi eudokimēsántōn, Biblíon VII, 149).
Traduzione
Il destino [“heimarménēn“] è la causa concatenata degli esseri (Zenone di Cizio, frammento conservato in Diogene Laerzio – Vite dei filosofi, Libro VII, 149).
“Heimarménē” vuol dire “sorte, incarnazione del destino”. È una dea e il suo nome probabilmente deriva da una descrizione di tipo ontologico delle sue apparenze. Inoltre, è una creatura del fato nella mitologia greca. In particolare, rappresenta la sequenza ordinata di causa ed effetto, o, meglio, del destino dell’universo inteso nella sua unità. Questa nozione è molto diversa da quella del destino delle singole persone. “Heimarménē” (da noi inserita fra le parole della filosofia rock stoica) appartiene a un gruppo di simili entità collegate alla nozione di destino come Aesa, Moira, Moros, Ananke, Adrasteia e Pepromene.
Sorge una contraddizione tra “Heimarménē” (provvidenza, destino, fato) e la libertà [“eleuthería”] di scelta (potere dell’uomo sulla propria esistenza). Un problema impervio fin dall’inizio della filosofia e della teologia. La soluzione si può scorgere affermando: il destino ha a che fare con il mondo (ineluttabile) della materia [“húlē”] mentre l’uomo ha nella propria disponibilità [“eph’ hēmîn”] la scelta consapevole [“prohaíresis”] delle proprie reazioni agli eventi del mondo materiale.

LA NATURA FISICA SEGUE IL SUO CORSO MA NOI ABBIAMO L’ANIMA
Il corpo umano e i sensi sono soggetti a “physis” (la natura, con leggi non modificabili dall’uomo), ma l’anima [“psychḗ“] e la coscienza sono solo nostre.
“Heimarménē” vuol dire “incarnazione del destino”. La nozione di destino è importantissima nel pensiero antico. Infatti, è alto il numero di tragedie (rappresentazioni teatrali) in cui la provvidenza gioca un ruolo determinante.
Il destino è la forza impetuosa in grado di spazzare via aspirazioni, desideri, progetti e sogni dell’uomo (vedi Shakespeare). Come un fiume, scorre in avanti, incurante degli sforzi prodotti dalle anime umane. La spinta potente, caratteristica della provvidenza, mette a dura prova tutte le qualità e le capacità degli esseri senzienti. Abbiamo due modi per venire a patti con “Heimarménē“. Possiamo provare a sedurla, in modo amichevole e con astuzia. Oppure possiamo essere saggi e servizievoli, evitando di entrare in conflitto con lei.
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Héxis
(ἕξις)
“Disposizione”, condizione, stato d’animo, attitudine verso qualcosa o predisposizione ad agire in un certo modo in determinate circostanze.
Riferimento in greco antico
ἔστιν ἄρα ἡ ἀρετὴ ἕξις προαιρετική (Ἀριστοτέλης – Ηθικά Νικομάχεια, Βιβλίον βʹ, ͵αργϛʹβ, λϛʹ).
Traslitterazione
Éstin ára hē aretē héxis proairetikḗ (Aristotélēs – Ēthikà Nikomácheia, Biblíon II, 1106b 36).
Traduzione
La virtù [“aretē“] è dunque una disposizione [“héxis“] atta a determinare la scelta [“proairetikḗ“](Aristotele – Etica Nicomachea, Libro II, 1106b 36).
“Héxis” vuol dire “stato” o “disposizione”. Per noi, il termine indica soprattutto uno ‘stato d’animo’, una ‘disposizione verso qualcosa’, una ‘tendenza’ o una ‘abitudine’. Quindi, questa parola indica un concetto somigliante a “êthos” scritto con accento circonflesso (carattere di una persona), da noi incluso fra i cardini della filosofia rock stoica, cioè, in fin dei conti, qualcosa di cui dobbiamo essere consapevoli e su cui possiamo intervenire.
Per dirla tutta, anche ”éthos” con accento acuto [costume di un popolo] in cui siamo immersi (come in un’acqua ‘culturale’), può limitare la nostra piena presenza di spirito e lucidità. Invece, una vita filosofica completa ha bisogno del più alto livello di autocontrollo e capacità gestionale. L’”éthos” innesca alcune reazioni automatiche e risulta pericoloso perché agisce su una coscienza sonnolenta.

“Héxis” vuol dire “stato” o “disposizione”, sebbene Joe Sachs traduca la parola con “condizione attiva”. In ogni caso, come egli stesso precisa, non deve essere confusa con le condizioni passive dell’anima (sentimenti e pulsioni). Inoltre, non è un’abilità di cui siamo in possesso per natura.
Sachs ricorre alla stessa distinzione proposta da Aristotele (greco: Aristotélēs, inglese: Aristotle), nel testo “Categorie”, 8b, quando analizza la parola “diàthesis” con il significato di “disposizione”. In tale riflessione aristotelica, “diàthesis” si applica solo a disposizioni passive e semplici, non difficili da rimuovere e modificare. Ad esempio, non è complicato cambiare il nostro esser caldi o freddi. Basta ventilarsi o coprirsi.
DISPOSIZIONI PROFONDE E ARTICOLATE
“Héxis” indica disposizioni più profonde e attive, come la conoscenza dettagliata di qualcosa in un modo non facilmente ignorabile. Un altro esempio di “héxis” in Aristotele è la salute (“hugieía“ oppure “hygieía“), traducibile con il termine “costituzione”.
In effetti, un’idea di “héxis” la si può ricavare dal contrasto con “enérgeia” (intesa come “attività”).
L’opposizione è abbastanza evidente nelle opere di Aristotele “Etica nicomachea” (inglese: “Nicomachean Ethics“) ed “Etica eudemia” (inglese: “Eudemian Ethics“). In questi due testi, l’attenzione del filosofo dell’antica Grecia si concentra sulla “eudaimonía” (felicità), giusto scopo della vita umana. “Héxis” viene contrapposto a “enérgeia” per mostrare la correttezza di una specifica definizione di “eudaimonía“, da lui proposta, come <attività [“enérgeia“] conforme alla virtù>.
Brano suggerito: “Sweet disposition” – Temper Trap (2008) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Hormḗ
(ὁρμή)
“Impulso”, trasporto, proiezione, appetito, attrazione, anche con il significato di ‘spirito della energia attiva’ nella mitologia greco-antica.
Riferimento in greco antico
ἀπόσβεσον τὴν φαντασίαν, στῆσον τὴν ὁρμήν (Μάρκος Αὐρήλιος – Τὰ εἰς ἑαυτόν, Βιβλίον θʹ, ζʹ).
Traslitterazione
Apósbeson tḕn phantasían, stêson tḕn hormḗn (Márkos Aurḗlios – Tà eis heautón, Biblíon IX, 7).
Traduzione
Spegni la rappresentazione mentale [“phantasían“], arresta l’impulso [“hormḗn“](Marco Aurelio – Colloqui con sé stesso, Libro IX, 7).
“Hormḗ” vuol dire “impulso”. Innanzitutto, questa entità della mitologia greca personifica ‘l’attrazione (positiva) verso un oggetto, da cui consegue un’azione’. In secondo luogo, rappresenta una sorta di ‘innesco energetico’, l’inizio di un’attività, lo sprone a fare qualcosa, l’entusiasmo, la disponibilità, il mettersi in moto. Il personaggio mitologico opposto è Aergia, dea dell’accidia e dell’apatia. La parola contraria a “hormḗ” è “aphormḗ” (anche questa inclusa da noi fra le parole della filosofia rock stoica).
Marco Aurelio (greco: Marcus Aurelius Antoninus Augustus, inglese: Marcus Aurelius), nelle sue “Meditazioni”, riporta la seguente esortazione di Epitteto (greco: Epíktētos, inglese: Epictetus): “dobbiamo prestare particolare attenzione alla sfera dei nostri impulsi affinché siano soggetti a restrizioni, al bene comune, e siano proporzionati al valore effettivo“.
Seneca (latino: Lucius Annaeus Seneca, inglese: Seneca the Younger) usa spesso l’equivalente latino “impetus” nelle “Lettere morali”, ad esempio nel seguente passo: “la virtù risiede nel nostro giudizio, il quale dà origine all’impulso e chiarisce tutte le apparenze da cui trae origine l’impulso“.

IL MONDO DELLE PULSIONI
“Hormḗ” vuol dire ‘impulso’. Secondo Sir Percy Nunn, il concetto si riferisce alle pulsioni o agli impulsi intenzionali di un organismo, siano essi consci o meno. Lo studioso britannico trae ispirazione da Carl Gustav Jung. Ma il fondatore della psicologia analitica mettendo in relazione il termine con i valori psicologici esprime un significato più circoscritto.
Secondo Maria Montessori, dalle pulsioni interiori dipende il comportamento del bambino. Questi impulsi hanno lo scopo di auto-costruire l’individuo. In altri termini, spingono il bambino a diventare un tipo specifico di adulto. L’opposto di questa idea è lo sviluppo del bambino per causalità. La tesi di Montessori si avvicina al concetto aristotelico di “enteléchia” (“en” + “telos“).
Il concetto è molto caro allo psicologo americano James Hillman. Secondo l’autore de “Il codice dell’Anima”, tutti abbiano un destino da compiere, una vocazione da seguire con dedizione e fedeltà. Pertanto, tutti dobbiamo comprendere e accettare la nostra missione unica e irripetibile. Se ci relazioniamo con il nostro seme originale (ghianda) troviamo la nostra strada verso la felicità (“eudaimonía“).
Brano suggerito: “Impulse” – Northlane (2015) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Húlē
(ὕλη)
“Materia”, nella gran parte delle accezioni note di questo termine, ma anche come elemento primario e fondante del cosmo.
Riferimento in greco antico
ἡ δὲ φύσις διχῶς, ἡ μὲν ὡς ὕλη ἡ δ᾽ ὡς μορφή (Ἀριστοτέλης – Φυσικὴ ἀκρόασις, Βιβλίον βʹ, ρϟδʹα, ιβʹ- ιγʹ).
Traslitterazione
Hē dè phýsis dichôs, hē mèn hōs hýlē hē d’ hōs morphḗ (Aristotélēs – Physikḕ akróasis
Biblíon 2, 194a, 12-13).
Traduzione
La natura [“phýsis“] (si intende) in due sensi: da un lato come materia [“hýlē“], dall’altro come forma [“morphḗ“] (Aristotele – Fisica, Libro II, 194a, 12-13).
“Húlē” vuol dire “materia” o “materiale”. Questa antica parola greca è talvolta intercambiabile con “ousía” (sostanza).
Secondo Epitteto (greco: Epíktētos, inglese: Epictetus) le cose esterne sono ‘materia prima’ della nostra “proaíresis” (libertà di scelta) mentre “la materia prima per l’agire di una persona eccellente è la sua stessa ragione guida (“hēgemonikón“)”.
Marco Aurelio (greco: Marcus Aurelius Antoninus Augustus, inglese: Marcus Aurelius) spiega come possiamo “convertire qualsiasi ostacolo in ‘materia prima’ per i nostri scopi“.

“Húlē” (da noi aggiunta alle parole della filosofia rock stoica) vuol dire ‘materia’ o ‘materiale’ ed è anche la sostanza primaria del cosmo. Da questa materia, dunque, sorgono i quattro elementi (aria, acqua, terra, fuoco), secondo le dottrine di Empedocle (greco: Empedoklês, inglese: Empedocles) e di Aristotele (greco: Aristotélēs, inglese: Aristotle).
A proposito di Aristotele, è qui opportuno citare l’ilemorfismo, teoria secondo cui le cose sono combinazioni di materia e forma. Di conseguenza, tre fattori sono determinanti: le due “componenti” (materia e forma), ma pure il “modo” in cui le due si compongono insieme. Quindi, per Aristotele, il concetto di materia si deve intendere in termini di composizione. E, comunque, la materia svolge una certa funzione irrinunciabile nel composto. È, in qualche modo, il contributore passivo nell’atto di composizione.
FORMA E MATERIA NELL’ETICA
Aristotele basa la sua teoria etica su questo ilemorfismo. Secondo lui, infatti, un essere umano ha determinati talenti per via della sua forma. Quindi, il suo compito nella vita è esercitare queste capacità nel modo migliore e più completo. Ora, la capacità umana più specifica, non presente nella forma terrena di nessun altro organismo, è la capacità di pensare. Pertanto, la migliore vita umana è quella basata sul pensiero razionale [“lógos”].
Brano suggerito: “Spirits in the material world” – Police (1981) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Hypólēpsis
(ὑπόληψις)
“Giudizio”, formazione di una valutazione, acquisizione di una certezza, opinione a proposito di qualcuno, di una cosa oppure di un fatto.
Riferimento in greco antico
ὅτι πάντα ὑπόληψις (Μάρκος Αὐρήλιος – Τὰ εἰς ἑαυτόν, Βιβλίον ιβ´, κβ´).
Traslitterazione
Hóti pánta hypólēpsis (Márkos Aurḗlios – Tà eis heautón, Biblíon XII, 22).
Traduzione
Tutto è opinione [“hypólēpsis“](Marco Aurelio – Colloqui con sé stesso, Libro XII, 22).
“Hypólēpsis” vuol dire “giudizio”, “opinione”. È la ‘elaborazione mentale di un giudizio’, di una nozione valutativa, di una comprensione. “Hypólēpsis” è una parola chiave del pensiero stoico e deriva dal verbo “hypolambáno” (“prendere sotto”, “accogliere nella mente”) a indicare l’atto con cui la nostra mente accoglie un’impressione esterna e formula un giudizio su di essa.
Per Epitteto (greco: Epíktētos, inglese: Epictetus), quando ci convinciamo di qualcosa, accade un processo mentale in tre fasi. 1. All’origine di un giudizio c’è il suo pre-concepimento (“prolēpsis“). 2. In seguito, c’è il concepimento del giudizio (“hypólēpsis“). 3. Infine, si arriva al giudizio formato, stabile, completo (“katálēpsis“).
Aristotele (greco: Aristotélēs, inglese: Aristotle) fa ampio uso di “hypólēpsis” (termine da noi inserito fra le parole della filosofia rock stoica). Per Jessica Moss (NYU) e Whitney Schwab (UMBC), la nozione di “hypólēpsis” corrisponde significativamente alla moderna nozione di ‘credenza’. Inoltre, è la nozione generale comprendente altri più specifici atteggiamenti cognitivi e svolge questo ruolo perché riguarda l’atteggiamento del ‘prendere per vero qualcosa in quanto tale’.
Infatti, nel “De Anima”, 427b24–26, aristotelico si legge “ci sono differenze all’interno della stessa “hypólēpsis“. Innanzitutto la conoscenza (“epistēmē“), in secondo luogo l’opinione (“dóxa“), seguita dalla saggezza pratica (“phrónēsis“), e gli opposti di queste“.
HYPOLEPSIS COME CONCETTO GENERALE DI GIUDIZIO
Nel pensiero di Aristotele, la conoscenza, l’opinione e la saggezza pratica sono pertanto tutte varianti di “hypólēpsis“, ossia rappresentano ‘specie’ del ‘genere’ “hypólēpsis“. Di conseguenza, gli opposti della conoscenza e della saggezza pratica si identificano con la conoscenza errata e con la saggezza basata su nozioni fallaci.
È meno chiaro invece quale potrebbe essere il contrario di “dóxa“, visto che essa, già in sé, è una opinione non supportata da elementi probanti. Risulta, tuttavia, abbastanza evidente la definizione di “hypólēpsis” in Aristotele, come un genere rispetto a varie specie di processi di cognizione/valutazione.

“Hypólēpsis” vuol dire “giudizio di valore”, ma le interpretazioni, i dettagli e le implicazioni di questo termine sono molte. Succede spesso con le parole antiche quando abbiamo a disposizione scarsi indizi per ricavarne una traduzione e attualizzazione precisa.
Per di più, la filosofia è, essa stessa, sempre alla ricerca di nuovi termini e nuovi significati, perché costantemente impegnata nell’esplorazione di nuovi temi e nuovi orizzonti. Pertanto, la nostra mente dovrebbe restare flessibile e aperta quando si tratta di interpretare nozioni e termini complessi. Significati, sfumature e specificità potrebbero variare in modo importante a seconda dei pensatori/maestri [“kathēgētḗs”].
Brano suggerito: “Appreciation” – King Sunny Adé (2000) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Hypomnēmata
(ὑπομνήματα)
“Blocco note”, appunti, taccuino per fissare alcuni punti chiave, per annotare elementi da richiamare successivamente alla memoria.
Riferimento in greco antico
μηκέτι πλανῶ· οὔτε γὰρ τὰ ὑπομνήματά σου μέλλεις ἀναγινώσκειν (Μάρκος Αὐρήλιος – Τὰ εἰς ἑαυτόν, Βιβλίον γʹ, ιδʹ).
Traslitterazione
Mēkéti planō· oute gar ta hypomnēmata sou melleis anaginōskein (Márkos Aurḗlios – Tà eis heautón, Biblíon III, 14).
Traduzione
Non vagare più; non sei destinato infatti a rileggere i tuoi appunti [“hypomnēmata“](Marco Aurelio – Colloqui con sé stesso, Libro III, 14).
“Hypomnēmata” vuol dire “bloc notes” o “memo”. Questa antica parola greca designa un taccuino, quaderno o blocco degli appunti. Indica anche le note prese (spesso durante le lezioni) per memorizzare fatti od osservazioni rilevanti. In breve, indica sia gli oggetti su cui si scrive sia i loro contenuti testuali.
Platone (greco: Plátōn, inglese: Plato) è tra i primi (ai suoi tempi) a riconoscere l’utilità della scrittura come supporto alla memoria. Per gli studenti della sua Accademia, infatti, sviluppa i principi “ipomnesici”.
Secondo Michel Foucault “gli “hypomnēmata” costituiscono una memoria materiale di cose lette, udite o pensate“. Riferendosi all’antica Grecia, Foucault scrive (1997, “Ethics: Subjectivity and Truth” – New York: The New Press, p. 273) “queste note sono un tesoro di informazioni e dati per la rilettura e la successiva meditazione. Costituiscono anche la materia prima per la scrittura di trattati più sistematici. In questi ultimi, ci sono argomenti e mezzi per combattere contro alcuni difetti (come la rabbia, l’invidia, il pettegolezzo, l’adulazione). O per superare alcune circostanze difficili (un lutto, un esilio, una caduta, una disgrazia)“.
RILIEVO DEGLI APPUNTI NEL LAVORO FILOSOFICO
“Hypomnēmata” (fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire “bloc notes” o “memo”. Si tratta di strumenti da non considerare marginali per la filosofia antica. In effetti, rappresentano una componente cruciale degli esercizi spirituali (filosofici), fra cui l’autoanalisi dell’anima. Portare sempre con sé i bloc notes e gli scritti fa parte di una vita filosofica. Occorre, infatti, assicurarsi la possibilità di una rapida consultazione delle note in caso di bisogno. Averle con sé potrebbe essere utile per approfittare di una pausa nella routine quotidiana o in caso di dubbi su cosa fare, cosa scegliere, cosa dire.
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Idéā
(ἰδέα)
“Forma immutabile” e concreta di un elemento del mondo, modello generale di ciascun ente mondano, prototipo basilare di ogni componente della realtà.
Riferimento in greco antico
τοῦτο τοίνυν τὸ τὴν ἀλήθειαν παρέχον τοῖς γιγνωσκομένοις καὶ τῷ γιγνώσκοντι τὴν δύναμιν ἀποδιδὸν τὴν τοῦ ἀγαθοῦ ἰδέαν φάθι εἶναι· (Πλάτων – Πολιτεία, Βιβλίον ϛʹ, φηʹ ε).
Traslitterazione
Toûto toínyn tò tḕn alḗtheian paréchon toîs gignōskoménois kaì tô gignṓskonti tḕn dýnamin apodidòn tḕn toû agathoû idéān pháthi eînai; (Plátōn – Politeía, Biblíon VI, 508e).
Traduzione
Questo elemento dunque, il quale conferisce la verità alle cose conoscibili ed è capace di dare al soggetto conoscente la facoltà di conoscere, chiamalo pure idea [“idéān“] del bene [“agathoû“]; (Platone – Repubblica, Libro VI, 508e).
“Idéā” si deve intendere come “forma invariante”. Questa parola può anche esprimere la nozione filosofica di “forma”, di “modello”, di “prototipo” in modo generale e onnicomprensivo.
Nell’antica Grecia, Platone (greco: Plátōn, inglese: Plato) avvia un’ampia analisi delle idee (forme) e del processo stesso di formazione del pensiero. Nei dialoghi denominati “Fedone“, “Simposio“, “Repubblica” e “Timeo” fa, infatti, riferimento a una serie di idee o forme. I termini usati da Platone per indicare tali forme sono “eîdos” e “idéā” (da noi considerate parole della filosofia rock stoica). Ma occorre stare attenti, perché quest’ultima potrebbe essere confusa con la nozione di ‘invenzione’ e ciò sarebbe fuorviante.
Secondo Platone, le forme non sono entità mentali, né dipendono dalla mente. Semmai sono entità la cui esistenza (effettiva) e natura (autentica) sono comprensibili ‘solo dalla mente’. Tuttavia, per esistere non è necessario siano afferrate, comprese, interiorizzate. In altre parole, una qualsiasi “idéā” esiste indipendentemente da chiunque abbia (o non abbia) pensieri su questa stessa “idéā“.

IMMUTABILITA’ DELLE IDEE
“Idéā” vuol dire “forma invariante”. Per Platone, ci sono almeno due mondi. Innanzitutto, questo nostro mondo costituito – in apparenza – da oggetti concreti; è il mondo percepito dai nostri sensi (ingannevoli) e in continuo cambiamento [“alloíōsis”]. In secondo luogo, c’è un mondo immutabile di forme ideali afferrate dalla ragione pura. Il nostro mondo apparente quotidiano si fonda sul mondo delle idee. Le entità materiali di quaggiù sono transitorie e soggette a proprietà contraddittorie, mentre le idee sono immutabili, stabili e perfette.
In molti passaggi, Platone accarezza il concetto secondo cui le cose materiali possono essere solo oggetto di opinione (“dóxa“) e non di conoscenza vera. Pertanto, la conoscenza vera riguarderebbe unicamente le idee immutabili. Le idee platoniche svolgono la funzione di “universali” (nel senso attribuito a questo termine dalla filosofia stoica), ma esistenti per davvero e non solo nella nostra capacità di astrazione.
Quindi, le forme di cui parla il discepolo di Socrate (greco: Sōkrátēs, inglese: Socrates) rappresentano tipi (esemplari) di cose, come qualità, modelli e relazioni. Proprio come pietre, alberi, scatole, vasi e vestiti si riferiscono a oggetti in questo mondo, similmente ‘pietrezza’, ‘alberezza’, ‘scatolezza’, ‘vasezza’ e ‘vestitezza’ si riferiscono a oggetti in un altro mondo.
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Kairós
(καιρός)
“Momento giusto”, attimo favorevole, occasione propizia, congiuntura positiva, opportunità temporale giusta, benevole, da cogliere al volo.
Riferimento in greco antico
ὁ βίος βραχύς, ἡ δὲ τέχνη μακρή, ὁ δὲ καιρὸς ὀξύς, ἡ δὲ πεῖρα σφαλερή, ἡ δὲ κρίσις χαλεπή (Ἱπποκράτης – Ἀφορισμοί, Βιβλίον Αʹ, αʹ).
Traslitterazione
Ho bíos brachýs, hē dè téchnē makrḗ, ho dè kairòs oxýs, hē dè peîra sphalerḗ, hē dè krísis chalepḗ (Hippokrátēs – Aphorismoí, Biblíon I, 1).
Traduzione
La vita è breve, l’arte [“téchnē“] è lunga, il momento opportuno [“kairòs“] è fuggevole, l’esperienza ingannevole, il giudizio difficile (Ippocrate – Aforismi, Libro I, 1).
“Kairós” vuol dire “momento propizio”. Questo sostantivo del vocabolario della filosofia greca esprime la nozione di “momento giusto”, “attimo da cogliere”, “occasione”.
Gli antichi greci usano due parole per la nozione di “tempo”: “chrónos” (χρόνος scritto in traslitterazione anche come “khrónos”) e “kairós“. Da un lato, “chrónos“ si riferisce al tempo cronologico o sequenziale. Dall’altro, “kairós” indica il momento giusto od opportuno per l’azione. “Chrónos” è quantitativo mentre “kairós” ha una natura prevalentemente qualitativa.
Il termine “kairós” è molto diffuso nell’antica Grecia, tra le scuole di pensiero più rilevanti. Soprattutto le scuole sofiste e quelle dei loro ‘concorrenti’, guidate da filosofi come Platone (greco: Plátōn, inglese: Plato).
“Kairós” (da noi inserita fra le parole della filosofia rock stoica) fa parte dello schema sofistico della retorica insieme alle nozioni di “prépon” e “dynatón“. Queste due nozioni, combinate con “kairós“, sono gli strumenti per una retorica di successo. “Prépon” esprime l’idea secondo cui il discorso deve essere conforme sia al ‘pubblico’ sia alla ‘circostanza’. “Dynatón” indica il ‘possibile’, o ciò di cui l’oratore vuole convincere il pubblico.

KAIRÓS E TIRO CON L’ARCO
“Kairós” vuol dire “momento propizio”. Nel suo lavoro etimologico del 1951, Richard Broxton Onians fa risalire la radice della parola a ‘tiro con l’arco’ e ‘tessitura’. Nel tiro con l’arco, “kairós” indica il momento in cui una freccia può essere scoccata con forza ed equilibrio atti a colpire e centrare il bersaglio. Nell’arte della tessitura, “kairós” è il momento in cui la navetta passa attraverso i fili sul telaio.
Anche, Eric Charles White, nel suo “Kaironomia” del 1983, ricorre allo stesso concetto. Scrive, infatti, di “una lunga apertura simile a un tunnel all’interno della quale deve passare la freccia dell’arciere” e anche di “quando il tessitore deve tirare il filo attraverso uno spazio in apertura momentanea nell’ordito della stoffa sottoposta a tessitura“. Questi esempi si riferiscono chiaramente a una precisa scelta di tempo, importante al fine di ottenere il risultato ottimale.
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Kalόn
(καλόν)
“Bellezza perfetta”, bellezza ideale, bellezza morale intesa come forma sublime di ordine estetico in grado di realizzare un ideale di perfezione.
Riferimento in greco antico
χαλεπὰ τὰ καλά (Πλάτων – Πολιτεία, Βιβλίον Δ, υλε´γ).
Traslitterazione
Chalepà tà kalá (Plátōn – Politeía, Biblíon IV, 435c).
Traduzione
Le cose belle [“καλά“] sono difficili (Platone – Repubblica, Libro IV, 435c).
“Kalόn” vuol dire “bellezza morale”. Per i filosofi greci antichi, il moralmente lodevole (il buono) è anche bello e gradevole. Nel loro pensiero, c’è una sorta di unità e coerenza tra bontà, bellezza e piacere. In altre parole, una cosa moralmente valida non può essere né brutta né spiacevole. Una cosa buona è certamente sia bella sia piacevole. Di conseguenza, se percepiamo una bellezza morale come brutta o magari sgradevole, ciò deve dipendere da un nostro errore.
Per esempio, un soldato nobilmente inchinato, di propria volontà, allo scopo di esprimere sincero rispetto e ammirazione davanti al suo valoroso comandante compie un atto buono e bello. Oltre alla sua bellezza, una scena del genere dà anche piacere agli occhi dello spettatore e di chi ne è protagonista. Quindi, siamo di fronte a un atto moralmente positivo, bello e piacevole.
Il termine greco antico “kalόn” (da noi inserito fra le parole della filosofia rock stoica) è in opposizione al termine “aischrόn” usato per indicare il “male morale”.

UNIVERSO E VITA SONO KALÓN
Platone (greco: Plátōn, inglese: Plato) considera “kalόn” uno degli attributi dell’universo e della nostra stessa esistenza. Per lui, la bellezza assoluta è identica al bene assoluto. Inoltre, essa è identica al veramente piacevole, come lo è per Aristotele (greco: Aristotélēs, inglese: Aristotle) in “Etica Eudemia”, I.1, 1214a 1–8. Pertanto, l’aristotelico ‘uomo buono’ agisce <per amore del bello [“to kalόn“]> (“Etica Nicomachea”, IV.2, 1122b 6-7.
Per questo motivo, si attribuisce ad Aristotele la nozione di ‘persona ideale’ intesa come quella capace di agire secondo la morale e anche – se si presenta l’occasione – in modo altruistico. Naturalmente, un tale atteggiamento è profondamente diverso dall’essere preoccupati per il proprio piacere.
“Kalόn” vuol dire “bellezza morale” o “bellezza perfetta”. Questa parola esprime anche la nozione di “bellezza ideale”. Ma questo tipo di ‘bello’ e ‘ammirevole’ non è solo morale e ideale. Infatti, certamente il termine include qualità fisiche apprezzabili. Altrimenti si tratterebbe di “buono” e non di “bello”. Come detto, il bello è anche buono.
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Katálēpsis
(κατάληψις)
“Apprendimento”, comprensione, qualcosa da afferrare mentalmente e a cui poi assentire pienamente in quanto veritiera.
Riferimento in greco antico
τὴν δὲ κατάληψιν εἶναι κατάληψιν καταληπτοῦ (Διογένης Λαέρτιος – Βίοι καὶ γνῶμαι τῶν ἐν φιλοσοφίᾳ εὐδοκιμησάντων, Βιβλίον ζ’, μζʹ).
Traslitterazione
Tēn dè katálēpsin eînai katálēpsin katalēptoû (Dioghénēs Laértios – Bíoi kai gnômai tôn en philosophía eudokimḗsántōn, Biblíon VII, 47).
Traduzione
[E] la comprensione [“katálēpsin“] è l’apprensione [l’atto di afferrare] di un oggetto comprensibile (Diogene Laerzio – Vite e dottrine dei filosofi illustri, Libro VII, 47).
“Katálēpsis” vuol dire “comprensione”. La parola è in stretta relazione con i concetti di “afferrare”, “cogliere”, “ritenere”, “apprendere”. Nella filosofia stoica, il termine esprime l’idea di apprendimento, intendimento, cognizione.
Per gli stoici, infatti, la nostra mente è piena di impressioni (“phantasíai“), alcune vere e altre false. Si considerano vere quando sono affermate veramente, false quando sono affermate erroneamente. Facciamo un esempio delle ultime: credere rotto un remo – mezzo immerso nell’acqua – perché sembra esserlo (alla vista), è un’impressione falsa.
Quando Oreste, nella sua follia, scambia Elettra per una Furia, ha un’impressione sia vera sia falsa. In primo luogo, ‘vera’ perché vede davvero qualcuno (Elettra). Secondariamente, ‘falsa’ perché lei (Elettra) non è una Furia.
Inoltre, secondo gli stoici, la mente distingue intuitivamente tra impressioni reali e false. Pertanto, non bisognerebbe dare credito a tutte le nostre percezioni. In pratica, dovremmo fidarci solo delle percezioni in grado di mostrare alcune caratteristiche speciali delle cose come ci appaiono. Queste sono dette “katalēptikai phantasíai” cioè ‘percezioni comprensibili’.

IMPRESSIONI CORRISPONDENTI AL VERO
“Katálēpsis” (da noi inclusa fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire “comprensione”. Una “katalēptikḕ phantasía” è quella derivante da un oggetto realmente esistente. In un certo senso, la “katalēptikḕ phantasía” è una copia di quell’oggetto e non può avere origine da nessun altro oggetto.
Per esempio, possiamo vedere un prato mentre camminiamo realmente in campagna. Ma possiamo anche vedere lo stesso prato in una creazione mentale perfetta e meravigliosa. Ora, la prima percezione arriva con i profumi e un po’ di ventilazione. Mentre la seconda non ci offre né fragranze né vento. In altri termini, la prima percezione mostra alcune caratteristiche speciali. Quindi, è una “katalēptikḕ phantasía“. Infine – va notato per completezza del ragionamento – un’immagine potrebbe benissimo essere l’immagine di un’immagine.
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Kathēgētḗs
(καθηγητής)
“Maestro”, tutore, coadiutore, persona dotata delle caratteristiche idonee a trasmettere un sapere anche testimoniandolo con esempi concreti e quotidiani.
Riferimento in greco antico
τοὺς καθηγητὰς τῶν γονέων ἐντιμοτέρους εἶναι· τοὺς μὲν γὰρ τοῦ ζῆν μόνον, τοὺς δὲ τοῦ καλῶς ζῆν αἰτίους εἶναι (Διογένης Λαέρτιος – Βίοι καὶ γνῶμαι τῶν ἐν φιλοσοφίᾳ εὐδοκιμησάντων, Βιβλίον εʹ, ιθʹ).
Traslitterazione
Toùs kathēgētás tōn gonéōn entimotérous eînai; toùs mèn gàr toû zên mónon, toùs dè toû kalôs zên aitíous eînai (Dioghénēs Laértios – Bíoi kai gnômai tôn en philosophía eudokimḗsántōn, Biblíon V, 19).
Traduzione
I maestri [“kathēgētás“] devono essere onorati più dei genitori: poiché questi sono causa solo della vita, quelli invece della vita retta/bella [“kalôs“] (Diogene Laerzio – Vite e dottrine dei filosofi illustri, Libro V, 19).
“Kathēgētḗs” vuol dire “maestro”. Questa antica parola greca indica chi svolge alcuni compiti tipici dell’istruttore, della guida, del tutore. Qui su sokratiko.it ci riferiamo ad alcuni esponenti delle ‘nostre’ scuole filosofiche di derivazione socratica (in primis lo Stoicismo).
In qualche contesto, il termine “kathēgētḗs” sembra non corrispondere esattamente a “hēgemṓn” cioè leader. In effetti, “hēgemṓn” significa prioritariamente comandante o capo. Pertanto, la parola sarebbe adatta a qualificare il maestro più importante di una scuola. Invece, “kathēgētḗs” potrebbe riferirsi anche all’assistente, al collaboratore principale o al ‘leader associato’.

LIVELLI DI IMPORTANZA
“Kathēgētḗs” (da noi inserita fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire “maestro”, non per forza il ‘maestro principale’, come detto, ma nemmeno un elemento secondario o marginale. Per esempio, Aristotele (greco: Aristotélēs, inglese: Aristotle), a diciassette o diciotto anni, si unisce all’Accademia di Platone (greco: Plátōn, inglese: Plato) ad Atene e vi rimane fino all’età di trentasette anni (347 a.C. circa). Probabilmente (possiamo soltanto presumerlo perché le prove sono scarse) nell’Accademia, Aristotele diventa proprio un “kathēgētḗs“.
Poco dopo la morte di Platone, Aristotele lascia Atene e, su richiesta di Filippo II di Macedonia, fa da tutore ad Alessandro Magno, a partire dal 343 a.C. Fonda una biblioteca nel Liceo, di fondamentale utilità per la produzione di molti dei suoi numerosi libri su rotoli di papiro.
Il compito degli insegnanti filosofici non è solo la tradizionale ‘consegna’ della conoscenza [“epistḗmē”]. Devono anche essere ‘modelli’ di comportamento [“παράδειγμα” – “parádeigma“], mostrando in modo pratico come dare senso compiuto ai propri insegnamenti nel corso della vita di tutti i giorni. Tuttavia, la loro funzione più specifica è quella di ‘aiutare’ il soggetto (allievo) nel suo percorso di ricerca e crescita interiore.
Questo perché ogni individuo deve sempre svolgere un lavoro fondamentale su se stesso [“áskēsis”]. Un lavoro per il quale si richiede la guida e la competenza di maestri preparati e dotati di virtù [“aretḗ”].
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Kathêkon
(καθῆκον)
“Dovere innato”, azione naturale, decisione spontanea, un agire secondo la giustizia universale ossia secondo natura, in accordo con il Tutto.
Riferimento in greco antico
καθῆκον εἶναι τὸ ἀκόλουθον ἐν ζωῇ (Διογένης Λαέρτιος – Βίοι καὶ γνῶμαι τῶν ἐν φιλοσοφίᾳ εὐδοκιμησάντων, Βιβλίον ζʹ, ρηʹ).
Traslitterazione
Kathêkon eînai tò akólouthon en zōêi (Diogénēs Laértios – Bíoi kaì gnômai tôn en philosophíāi eudokimēsántōn, Biblíon VII, 108).
Traduzione
Il dovere [“kathêkon“] è il coerente [conseguente] con la vita (Diogene Laerzio – Vite e dottrine dei filosofi illustri, Libro VII, 108).
“Kathêkon” vuol dire “dovere naturale”. Questa antica parola greca ha il significato di “comportamento appropriato”, “azione adeguata”, “attività conveniente per l’ordine naturale”, iniziativa secondo “lógos“. A ciò si aggiunge anche quello di “funzione corretta”. Deriva dall’espressione “katà hḗkein“, il cui significato è “essere appropriato a” o “spettare a”. Marco Tullio Cicerone (latino: Marcus Tullius Cicero, inglese: Cicero) traduce “kathêkon” in latino con “officium” (servizio). Invece, per Seneca (latino: Lucius Annaeus Seneca, inglese: Seneca the Younger), il termine greco “kathêkon” diventa in latino “convenientia“.
Nell’etica stoica è frequente il confronto tra “kathēkonta” (plurale di “kathêkon“) e “katorthōmata” (plurale di “katorthōma“), cioè “azioni perfette”. Secondo la filosofia stoica, l’uomo (e tutti gli altri esseri viventi) devono “comportarsi secondo Natura”. In effetti, questo è il significato principale di “kathêkon“. Ma un’azione corretta [“kathêkon“] può essere effettuata per adesione spontanea di un individuo all’ordine naturale del creato oppure aggiungendo all’adesione spontanea una profonda consapevolezza morale della giustezza dell’azione stessa [“katorthōma“].
Il termine “kathêkon“ indica proprio un comportamento naturale, semplice, coerente, tipico di un livello base e istintivo d’azione, esperibile da tutte le persone. Poi, a uno stadio molto più alto (raggiungibile solo dal saggio [“sophós“]), c’è “katorthōma” (azione perfetta). Per gli stoici, la differenza non sta nell’azione in sé, ma nel modo e nel motivo per cui viene fatta. Se un uomo comune salva una persona che annega, compie un “kathêkon” (azione appropriata e razionale). Se il saggio stoico compie la medesima azione, lo fa in totale accordo con la ragione universale (logos) e senza alcun attaccamento personale: in tal caso, l’azione diventa un “katórthōma“.

NATURALEZZA E SEMPLICITA’ DELLE AZIONI APPROPRIATE
“Kathêkon” (fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire “dovere naturale” ed esprime una nozione semplice. Molto semplice appunto perché naturale. Quindi, qualsiasi “kathêkon” dovrebbe sorgere interiormente in modo spontaneo, genuino e non finto. Per esempio, è un “dovere naturale” prendersi cura dei propri figli. Ciò accade in modo spontaneo e sincero. In altri termini, non si pone il dubbio né si rimugina su un tema come il sostentamento e la protezione dei propri figli. È una cosa naturale.
Brano suggerito: “Spontaneous me” – Lindsey Stirling (2011) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Koinós
(κοινός)
“Comune”, condiviso, in accordo con gli altri, pubblico, partecipato all’interno di una collettività.
Riferimento in greco antico
διὸ δεῖ ἕπεσθαι τῷ κοινῷ· ξυνὸς γὰρ ὁ κοινός (Ἡράκλειτος ὁ Ἐφέσιος – Σέξτος Ἐμπειρικός, Πρὸς μαθηματικούς, Βιβλίον Ζ΄, ρλγʹ).
Traslitterazione
Diò deî hépesthai tô koinô; xynòs gàr ho koinós (Hērákleitos ho Ephésios – Sékstos Empeirikós, Pròs mathēmatikoús, Biblíon VII, 133).
Traduzione
Perciò bisogna seguire ciò che è comune [“koinô“]; il comune [“koinós“]è infatti condiviso (Eraclito di Efeso citato da Sesto Empirico in Contro i matematici, Libro VII, 133).
“Koinós” vuol dire “comune”. Altre traduzioni di questa antica parola greca sono “condiviso”, “diffuso”, “pubblico”. Il termine ha una stretta relazione con le nozioni di comunità, alleanza, amicizia, comunanza, cooperazione.
L’idea di azioni per il bene comune ricorre sovente negli scritti di Marco Aurelio (greco: Marcus Aurelius Antoninus Augustus, inglese: Marcus Aurelius). Per esempio in questo passaggio dedicato al senso della nostra esistenza: “il frutto di questa breve vita sia un buon carattere e agire per il bene comune“. L’idea torna quando promuove un rituale mattutino per ricordare a noi stessi quali devono essere i nostri obiettivi e allora scrive: “abbiamo per natura lo scopo di lavorare in comune con gli altri“.

COMUNANZA E RECIPROCITÀ
“Koinós” (fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire “comune”. Un termine simile, per indicare la reciprocità, compare in Marco Aurelio ed Epitteto (greco: Epíktētos, inglese: Epictetus). È “allelon“, usato in espressioni in cui si sottolinea il nostro dovere di vivere “l’uno per l’altro” o “gli uni per gli altri”.
La nostra filosofia, com’è evidente, si concentra sull’individuo. Ma lo fa per portare giovamento all’intera comunità. Infatti, all’inizio della cultura della CURA DI SÈ (epoca socratica), il lavoro da compiere su se stessi [“áskēsis”] ha il compito di preparare i giovani al governo della città (Atene). La cultura della “epimeleia heautou” cambia solo in epoca romana e diventa un comportamento più generale. Nell’antica Grecia deriva dalla necessità di educare le persone immature e impreparate per predisporle a diventare classe dirigente.
La cultura filosofica della CURA DI SÈ ha la sua origine nell’idea di ‘servizio alla comunità. In effetti, Alcibiade (greco: Alkibiádēs, inglese: Alcibiades) è giovane e ambizioso, ma pure analfabeta e ignorante. A Socrate (greco: Sōkrátēs, inglese: Socrates) bastano poche domande per metterlo alle strette. E, in pochi minuti, lo stesso Alcibiade capisce di aver bisogno di una guida.
Brano suggerito: “All we are” – Warlock (1987) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Kósmos
(κόσμος)
“Universo”, realtà ordinata in quanto sottoposta a leggi ineludibili, mondo come organicità del tangibile.
Riferimento in greco antico
κόσμον τόνδε, τὸν αὐτὸν ἁπάντων, οὔτε τις θεῶν οὔτε ἀνθρώπων ἐποίησεν, ἀλλ’ ἦν ἀεὶ καὶ ἔστιν καὶ ἔσται πῦρ ἀείζωον (Ἡράκλειτος ὁ Ἐφέσιος – Κλήμης ὁ Ἀλεξανδρεύς, Στρωματεῖς (Βιβλίον Ε΄, ιδʹ, ργʹ).
Traslitterazione
Kósmon tónde, tòn autòn hapántōn, oúte tis theôn oúte anthrṓpōn epoíēsen, all’ ên aeì kaì éstin kaì éstai pŷr aeízōon (Hērákleitos ho Ephésios – Klḗmēs ho Alexandreús, Strōmateîs, Biblíon V, 14, 103).
Traduzione
Questo cosmo [“kósmon“] è lo stesso per tutti, non lo fece nessuno degli dèi [“theôn“] né degli uomini, ma sempre era, è e sarà fuoco sempre vivente (Eraclito di Efeso citato da Clemente Alessandrino in Stromati, Libro V, 14, 103).
“Kósmos” vuol dire “universo”. Questo termine greco antico corrisponde anche al concetto di “mondo”, nel senso di “tutta la nostra realtà”. “Kόσμος” è l’opposto di “χάος“ (“cháos” inteso come stato di vuoto precedente alla creazione dell’universo). Pertanto – in un discorso filosofico – “kósmos” designa anche l’ordine onnicomprensivo, il “lógos“, cioè la legge generale di tutta la realtà. La parola “kósmos” implica, dunque, l’idea dell’universo come un sistema o entità complessa e ordinata.
Il filosofo greco ionico Pitagora (greco: Pythagóras, inglese: Pythagoras) è il primo ad usare la parola “κόσμος” per l’ordine dell’universo. In quel tempo (c. 570 – c. 495 a.C.), il verbo “kósmein” significa normalmente “disporre”, “preparare”. Ma esprime, in particolare, il concetto di <ordinare e sistemare (truppe per la battaglia) e schierare (un esercito)>. Significa anche <insediare (un governo o un regime)>. Inoltre, è l’equivalente di <adornare, abbellire, corredare, vestire> (soprattutto in riferimento alle donne).
Perciò “kósmos” ha anche un significato assimilabile a <ornamento dell’abito di una donna, abbellimento>. Da questo significato derivano parole come “cosmesi” e “cosmetici”.

UNA PAROLA PER IL TUTTO
Soltanto dopo molto tempo, il termine entra a far parte del linguaggio moderno, nel XIX secolo. È il geografo Alexander von Humboldt a fare un nuovo uso della parola dal greco antico. La sceglie, infatti, per il suo trattato in cinque volumi “Kósmos”. Il lavoro di von Humboldt influenza la percezione olistica dell’universo visto come un’entità interagente. “Kósmos” (fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire “universo” e la sua versione inglese “cosmos” risale solo al 1848.
La cosmologia è l’esame e lo studio del cosmo. Nella sua accezione più ampia, comprende diversi approcci: scientifico, religioso e pure filosofico. Tutte le cosmologie condividono il compito di comprendere l’ordine dell’essere e della realtà. In questo senso, la maggior parte delle religioni e dei sistemi filosofici ha una propria cosmologia.
Brano suggerito: “Across the universe” – The Beatles (1969) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Léxis
(λέξις)
“Espressione”, stile del discorso, maniera di parlare, dicitura, modo di dire, tono dell’eloquio.
Riferimento in greco antico
λέγω δέ, ὥσπερ πρότερον εἴρηται, λέξιν εἶναι τὴν διὰ τῆς ὀνομασίας ἑρμηνείαν (Ἀριστοτέλης – Περὶ ποιητικῆς, Ϛʹ ͵αυνʹ β).
Traslitterazione
Légō dé, hṓsper próteron eírētai, léxin eînai tḕn dià tês onomasías hermēneían (Aristotélēs – Perì poiētikês, 6, 1450b).
Traduzione
E io intendo, come si è detto prima, l’elocuzione [dizione/linguaggio – “léxin“] quale espressione del pensiero per mezzo delle parole (Aristotele – Poetica, 6, 1450b).
“Léxis” vuol dire “stile di discorso”. In generale, questa parola del greco antico è l’equivalente di “discorso”, “dizione”, “espressione”.
Il nostro approccio filosofico alla vita quotidiana è diligente, scrupoloso e attento. Pertanto, includiamo il giusto modo di parlare tra le diverse attività da svolgere in piena consapevolezza. In un discorso, infatti, non sono importanti solo i contenuti. Similmente contano lo stile e la raffinatezza espressiva.
Quindi, stare attenti al modo di parlare (cosa diciamo e come lo diciamo) non è questione marginale. In una vita filosofica, anche questo è fondamentale, insieme a molti altri comportamenti, per esempio il modo in cui respiriamo o in cui camminiamo, quello in cui mangiamo o in cui beviamo.
Niente va trascurato. Nemmeno come ridiamo o ci sediamo in poltrona è secondario. Perché la nostra filosofia richiede di fare tutto con presenza di spirito e scrupolo. Siffatto imperativo è visibile e valido soprattutto quando lo applichiamo ai piccoli dettagli o a cose apparentemente meno importanti.

CURA DELL’ESPRESSIONE
Per Platone (greco: Plátōn, inglese: Plato) “léxis” significa “stile di discorso” e ciò include “mimēsis” [“μίμησις“] (imitazione) e “diēgēsis” [“διήγησις“](narrazione). Secondo Gerard Genette, “la divisione teorica di Platone, contrapponendo i due modi puri ed eterogenei di narrazione e imitazione, all’interno della dizione poetica, suscita e stabilisce una classificazione pratica dei generi. E include le due modalità distinte… e una modalità mista, per esempio quella dell’Iliade“.
Nell’opera “Iliade” (greco: “Iliás“, inglese: “Iliad“), poema epico greco scritto da Omero (greco: Hómēros, inglese: Homer), il ‘modo misto’ è ben presente. Secondo Gerald Prince, la “diēgēsis“, nella ”Iliade”, non è solo una narrazione di fantasia. In effetti, è associata con il mondo immaginario e la rappresentazione/ri-racconto della storia. Inoltre, la “mimēsis” nella ”Iliade” è l’imitazione della vita quotidiana nell’antica Grecia, ma in maniera romanzata. “Diēgēsis” e “mimēsis” insieme rappresentano l’intera gamma coperta dal termine “léxis“ (fra le parole della filosofia rock stoica).
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Lógos
(λόγος)
“Principio generale”, legge universale, regola del tutto, fondamento essenziale, origine e fine in senso complessivo e assoluto.
Riferimento in greco antico
οὐκ ἐμοῦ, ἀλλὰ τοῦ λόγου ἀκούσαντας ὁμολογεῖν σοφόν ἐστιν ἓν πάντα εἶναι (Ἡράκλειτος ὁ Ἐφέσιος – Περὶ φύσεως, ἀπόσπασμα νβ΄ Β ν΄).
Traslitterazione
Ouk emou, alla tou logou akousantas homologein sophon estin hen panta einai (Hērákleitos ho Ephésios – Peri physeōs, apospasma 22 B 50).
Traduzione
Ascoltando non me, ma il logos, è saggio [“sophon“] convenire che tutto è uno (Eraclito di Efeso – Sulla natura, Frammento 50 Diels-Kranz / DK 22 B 50).
“Lógos” vuol dire “legge universale’”. Altri modi per tradurre questo popolare termine greco antico sono “anima mundi” e “principio regolatore”. Tuttavia, “lógos” ha una varietà di altri significati, come “opinione”, “fondamento”, “parola”, “orazione”, “ragione”, “discorso”.
In filosofia, Eraclito (greco: Hērákleitos, inglese: Heraclitus) è forse il primo a usare il termine “lógos“. Lo menziona per indicare un (il) principio di ordine e conoscenza. Pertanto, “lógos” diventa la parola adottata per trasmettere le idee di ‘natura’, ‘dio’, ‘struttura’.
Per Aristotele (greco: Aristotélēs, inglese: Aristotle) ha i significati di ‘discorso’ e ‘ragione’. Inoltre con “lógos” il filosofo di Stagira esprime la nozione di ‘argomento’ in retorica. In questo ambito, “lógos” è una delle tre modalità di persuasione insieme a “êthos” [“ἦθος“]e “páthos“ [“πάθος“].

LA RAGIONE SEMINALE
Gli stoici chiamano “lógos spermatikós” [“λόγος σπερματικός“](ragione seminale) il principio generativo dell’universo. Tale nozione viene poi ripresa dal Neoplatonismo.
Filone importa il termine “lógos” nella filosofia ebraica distinguendo tra “lógos prophorikós” [“λόγος προφορικός“] (discorso pronunciato) e “lógos endiáthetos” [“λόγος ἐνδιάθετος“] (discorso interiore).
Il Vangelo di Giovanni qualifica come divino il “lógos” attraverso cui tutte le cose esistono e identifica inoltre Gesù Cristo con il “lógos” incarnato.
Il termine è presente anche nel Sufismo e nella psicologia analitica di Carl Gustav Jung.
Nonostante la traduzione convenzionale con “parola”, per noi “lógos” (fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire soprattutto “legge universale”. Infatti, per indicare “parola” in senso grammaticale, non usiamo “lógos“, ma il termine “léxis“. Ad ogni modo, “lógos” e “léxis” derivano entrambi da “légō“ il cui significato è ‘contare’, raccontare’, ‘dire’, ‘parlare’.
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Manía
(μανία)
“Follia divina”, stato di ispirazione sovrannaturale, ossessione maniacale, alienazione intesa anche con risvolti positivi, creativi e introspettivi.
Riferimento in greco antico
νῦν δὲ τὰ μέγιστα τῶν ἀγαθῶν ἡμῖν γίγνεται διὰ μανίας, θείᾳ μέντοι δόσει διδομένης (Πλάτων – Φαῖδρος, σμδʹ a).
Traslitterazione
Nŷn dè tà mégista tôn agathôn hēmîn gígnetai dià manías, theíāi méntoi dósei didoménēs (Plátōn – Phâidros, 244a).
Traduzione
Ma ora i più grandi tra i beni [“agathôn“] ci vengono attraverso la pazzia [“manías” come ispirazione/follia], purché essa sia data per concessione divina (Platone – Fedro, 244a).
“Manía” vuol dire “follia divina”. Per molti filosofi dei tempi antichi, la ‘follia ispirata’ espressa dal termine “manía” implica aspetti positivi così come negativi. Oggi la parola “manía” ha significati alquanto diversi.
Platone (greco: Plátōn, inglese: Plato) identifica quattro tipi di “manía“. E i loro rispettivi ‘trattamenti’ sono associati alle divinità considerate responsabili di ciascun particolare tipo.
“Theía manía” [“θεία μανία“] è il termine usato da Socrate (greco: Sōkrátēs, inglese: Socrates) e Platone. Si riferisce a un comportamento insolito dovuto all’azione di un dio. Nel dialogo “Fedro“, Socrate (greco: Sōkrátēs, inglese: Socrates) descrive lo stato di ispirazione divina. “Nelle famiglie dove si accumulano vaste ricchezze ci sono terribili piaghe e afflizioni dell’anima. Ma ora i più grandi tra i beni ci vengono attraverso la pazzia, purché essa sia data per concessione divina e si sia adeguatamente indemoniati e posseduti nel corso dei corretti rituali di espiazione“.
Nello stesso dialogo, si trova un altro passaggio in tal senso: “in realtà, le cose migliori ci sono venute dalla “mania””. Uno sviluppo di questo concetto è presente in un altro dialogo: “Ione“. Nelle culture orientali, la “mania” è un catalizzatore e un mezzo per la comprensione profonda delle dimensioni spirituali.

MANIA COME ISPIRAZIONE SOVRANNATURALE
Secondo il poeta Virgilio, nel Libro VI dell’”Eneide“, la Sibilla cumana effettua le sue profezie in uno stato maniacale. “Il suo viso cambia colore. Le sue ciocche attorcigliate fluiscono liberamente. Il seno ansante si gonfia del sangue selvaggio del suo cuore. La sua statura sembra più elevata. Il suo linguaggio oltre l’umano“.
In conclusione, dobbiamo citare, in relazione alla follia divina nell’antica Grecia, le Menadi (o Baccanti). Queste donne sperimentano una forte forma di follia spirituale da attribuire all’intervento del dio Dioniso.
“Manía” (fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire “follia divina”. E nel mondo classico, “l’amore a prima vista” s’inserisce nella cornice dell’idea generale di amore appassionato, una sorta di follia.
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Nóēsis
(νόησις)
“Intuizione profonda”, forma di conoscenza tramite cui l’anima entra in contatto e in compenetrazione originaria con la realtà.
Riferimento in greco antico
τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι (Παρμενίδης ὁ Ἐλεάτης – Περὶ φύσεως, ἀπόσπασμα κη΄ Β γ΄).
Traslitterazione
to gar auto noein estin te kai einai (Parmenídēs ho Eleátēs – Peri physeōs, apóspasma DK 28 B 3).
Traduzione
Infatti lo stesso è pensare ed essere (Parmenide di Elea – Sulla Natura, Frammento 3 Diels-Kranz / DK 28 B 3).
“Nóēsis” vuol dire “intuizione profonda”. Distinta dal sapere discorsivo e conseguenziale della “diánoia” e opposta alla “dóxa“, ossia all’opinione (conoscenza comune superficiale), la ‘conoscenza noetica’, per Platone (greco: Plátōn, inglese: Plato), è il grado più alto del sapere [“sophia“] nel quadro delle conoscenze ottenibili tramite l’anima [“psychē”] (oggi l’anima è la ‘mente’).
La “nóēsis” può anche essere definita come forma di conoscenza assoluta [“apolelymenē“] nel senso di priva di vincoli, non mediata e, quindi, primigenia. Una conoscenza non prensile come è, invece, afferrante quella di un soggetto conoscente il quale ‘prende’ l’oggetto da conoscere, lo stringe con la propria anima, lo possiede con la mente [“katálēpsis”]. “Nóēsis” è conoscenza fatta di ‘fusione’ fra soggetto e oggetto in modo da annullare, di fatto, il dualismo stesso di soggetto e oggetto. È la conoscenza esperita dagli animali i quali sono immersi nella realtà, sono contigui alla verità (senza bisogno di studiarla, esaminarla, comprenderla discorsivamente). “Nóēsis” (fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire “intuizione profonda”, la quale chiama in causa il “noûs“, l’intelletto puro, la facoltà più ampia, naturale e potente dell’essere umano. In questo senso il “noûs“ è assimilabile alla spiritualità intesa come verità naturale e universalmente integrata dell’individuo.
Brano suggerito: “Intuition” – John Lennon (1973) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Nómos
(νόμος)
“Legge”, principio regolatore, ordine., spirito delle leggi, degli statuti e delle ordinanze.
Riferimento in greco antico
μάχεσθαι χρὴ τὸν δῆμον ὑπὲρ τοῦ νόμου ὅκωσπερ τείχεος (Ἡράκλειτος ὁ Ἐφέσιος – Ἀποσπάσματα [Συλλογὴ Diels-Kranz] κβ΄ Β μδ΄).
Traslitterazione
Máchesthai chrḕ tòn dêmon hypèr toû nómou hókōsper teícheos (Hērákleitos ho Ephésios – Apospásmata [Sylloghḕ Diels-Kranz] 22 B 44).
Traduzione
Il popolo deve combattere per la legge [“nómou“] come per le mura [della città] (Eraclito di Efeso – Frammenti [Raccolta Diels-Kranz] 22 B 44).
“Nómos” vuol dire “legge”. Inoltre, questa antica parola greca significa ‘diritto’ (in senso giuridico), ‘consuetudine’, ‘regola’, ‘ordine’.
Nella Grecia precristiana, ci sono intense discussioni intorno al contrasto tra “physis” (natura) e “nómos” (diritto). Tuttora, l’opposizione tra il ‘naturale’ e il ‘prodotto umano’ rappresenta una delle questioni centrali dei dibattiti politici, sociali e filosofici.
Tra i tanti argomenti della disputa, spicca la domanda se la giustizia [“dikaiosýnē”] sia solo un insieme di regole arbitrarie di origine strettamente umana oppure tragga forza dal cosiddetto ‘diritto naturale’.
Secondo alcuni la legge ha (o dovrebbe avere) una base ‘oggettiva’ in natura. Pertanto, essa non potrebbe essere interamente e solo una ‘invenzione’ umana. Da ciò, però, sorgerebbe la possibilità di non obbedire ad alcune leggi. Per esempio, una norma potrebbe essere ignorata quando ritenuta in conflitto con bisogni, desideri e comportamenti naturali.

LO SPIRITO DELLA LEGGE
“Nómos” (fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire “legge”. Nell’antica religione greca Nómos è un’entità sovrannaturale. Quindi, la parola indicherebbe più il “lógos” (il principio assoluto) della legge anziché la legge stessa. Ci riferiamo proprio allo spirito della legge, ai suoi motivi ispiratori, all’anima profonda della legge. In altri termini, stiamo parlando della forza implicita e dell’essenza ideale di una legge o di un intero sistema di leggi.
Un altro uso del termine “nómos” esprime l’idea della creazione del diritto umano nell’antica Grecia. Come è facile immaginare, produrre un insieme di leggi comporta una complessa operazione. Secondo l’antica visione mitologica, la moglie di Nómos è Eusebia (Pietà), e la loro figlia è Dike (Giustizia). Dalla combinazione di spiritualità (pietà) e diritto (“nómos“) deriva, pertanto, una nozione di giustizia piuttosto chiara.
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Oiēsis
(οἴησις)
“Eccesso di autostima”, Autoesaltazione, presunzione, esagerata sicurezza di sé, sovrabbondante fiducia in sé stessi.
Riferimento in greco antico
tὸ πρῶτον οὖν ἔργον φιλοσόφου ἀποβαλεῖν οἴησιν· ἀμήχανον γάρ, ἅ τις οἴεται εἰδέναι, ταῦτα ἄρξασθαι μανθάνειν (Ἐπίκτητος – Διατριβαί, Βιβλίον βʹ, ιζʹ, αʹ).
Traslitterazione
Tò prôton oûn érgon philosophou apobaleîn oíēsin; amḗchanon gár, há tis oíetai eidénai, taûta árxasthai manthánein (Epíktētos – Diatribaí, Biblíon II, 17, 1).
Traduzione
Il primo compito di un filosofo [“philosophou“] è dunque quello di gettar via la presunzione [oíēsin]; è infatti impossibile iniziare a imparare ciò che già si crede di sapere [“oíetai“] (Epitteto – Diatribe, Libro II, 17, 1).
“Oiēsis” vuol dire “eccesso di autostima”. Altre traduzioni di questa antica parola greca sono ‘vanità’, ‘autoammirazione’, ‘presunzione’, ‘autoinganno’, ‘illusione’ e pure ‘opinione arrogante’.
Secondo Epitteto (greco: Epíktētos, inglese: Epictetus), il nostro compito principale è di rimuovere da noi stessi l’autoinganno e la diffidenza, “apistía“ [“ἀπιστία“] (questo termine significa anche “sfiducia” o “incredulità” ed è composto da alfa privativo “a-” e dalla radice di pístis, “fede” o “fiducia”).
Eraclito (greco: Hērákleitos, inglese: Heraclitus) descrive l’autoinganno come “una terribile malattia” (citato in “Vite di eminenti filosofi”, 9.7, di Diogene Laerzio). Inoltre, gli stoici mettono a disposizione i loro ‘esercizi’ per testare e superare le autoillusioni. Pertanto, “oiēsis” non gode di una buona reputazione tra i pensatori a noi cari. Una delle priorità della nostra ‘scuola filosofica’ è, infatti, la consapevolezza di sé e non una gonfiata autostima. In altri termini, dobbiamo lavorare su noi stessi non per far crescere il nostro ego, ma per prenderci cura della nostra vita, “epiméleia heautoû“ [“ἐπιμέλεια ἑαυτοῦ“].
Non è semplice distinguere tra CURA DI SÉ e autostima. Quindi, il supporto da parte di un filosofo saggio [“sophós“] potrebbe essere utile, se non indispensabile. In ogni caso, è fondamentale mantenere l’attenzione puntata sull’anima senza incorrere in autocompiacimenti di qualsiasi sorta. L’umiltà e la decenza sono valori da conservare e tutelare in ogni circostanza.

FRENARE L’ALTA OPINIONE DI SÉ
“Oiēsis” (fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire “eccesso di autostima”. Tale atteggiamento ha bisogno di una correzione, di un contrappeso, di una visione critica di sé da contemplare negli ‘esercizi (“áskēsis“) per l’anima’. L’esame dei propri difetti è importante, non solo per ragioni etiche, ma anche per la propria sopravvivenza.
Le persone con ego straripante, infatti, cadono improvvisamente in disgrazia. Perdono facilmente il senso della realtà illudendosi di poter compiere qualsiasi azione, senza rendersi conto di come stanno davvero le cose. Una tale interpretazione della realtà quotidiana, il più delle volte, diventa per loro una trappola in cui alla fine precipitano inconsapevolmente.
Per guarire da una malattia bisogna innanzitutto avere la consapevolezza di essere malati. Poi, è fondamentale individuare le caratteristiche del male da cui si è afflitti. Infine, bisogna conoscere la cura e adottarla (sapendo adottarla). Lo stesso vale per l’ipertrofia dell’ego. Si deve riconoscere il proprio stato di imperfezione, attribuirlo a un ‘eccesso di autostima’ e quindi cominciare a rimettere i piedi per terra.
Brano suggerito: “Self esteem” – The Offspring (1994) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Oikeiōsis
(οἰκείωσις)
“Autopercezione”, possesso di sé, familiarità con sé, pienezza realizzata di sé, acquisizione percettiva del proprio essere.
Riferimento in greco antico
tὴν δὲ πρώτην ὁρμήν φασι τὸ ζῷον ἴσχειν ἐπὶ τὸ τηρεῖν ἑαυτό, οἰκειούσης αὐτὸ τῆς φύσεως ἀπ᾿ ἀρχῆς, καθά φησιν ὁ Χρύσιππος ἐν τῷ πρώτῳ Περὶ τελῶν, πρῶτον οἰκεῖον λέγων εἶναι παντὶ ζῴῳ τὴν αὑτοῦ σύστασιν καὶ τὴν ταύτης συνείδησιν (Διογένης Λαέρτιος – Βίοι καὶ γνῶμαι τῶν ἐν φιλοσοφίᾳ εὐδοκιμησάντων, Βιβλίον Ζʹ, αʹ, πεʹ).
Traslitterazione
Tḕn dè prṓtēn hormḗn phasi tò zôion íschein epì tò tēreîn heautó, oikeioúsēs autò tês phýseōs ap’ archês, kathá phēsin ho Chrýsippos en tôis prṓtōi Perì telôn, prôton oikeîon légōn eînai pantì zṓiōi tḕn hautoû sýstasin kaì tḕn taútēs synéidēsin (Diogénēs Laértios – Bíoi kaì gnômai tôn en philosophíāi eudokimēsántōn, Biblíon VII, 1, 85).
Traduzione
Dicono [gli Stoici] che il primo impulso dell’animale sia quello di preservare se stesso, poiché la natura fin dall’inizio lo rende affine [“oikeioúsēs“] a se medesimo; proprio come dice Crisippo nel primo libro Sui fini, affermando che la prima cosa familiare [“prôton oikeîon“] per ogni animale è la propria costituzione e la consapevolezza di essa (Diogene Laerzio – Vite e dottrine dei filosofi illustri, Libro VII, 1, 85).
“Oikeiōsis” vuol dire “autopossesso”. Altre possibili traduzioni sono ‘appropriazione di sé’, ‘orientamento verso sé’, ‘familiarità con sé’, ‘affinità’, ‘affiliazione’ e persino ‘affetto’. In latino, equivale a “conciliatio“. Tuttavia, nel nostro discorso filosofico di orientamento stoico, “oikeiōsis” indica il percepire pienamente sé stessi come fattore di piena autorealizzazione – “entelécheia” [“ἐντελέχεια“] – fine ultimo degli esseri viventi.
L’origine di questa nozione risale all’opera del filosofo stoico Zenone di Cizio (greco: Zḕnōn ho Kitièus, inglese: Zeno of Citium). Inoltre, un altro pensatore stoico, Ierocle (greco: Hieroklês, inglese: Hierocles), vede nella “oikeiōsis” la base di tutti gli impulsi animali così come dell’etica umana.
Nei suoi “Elementi di etica”, Ierocle riflette sulla vita degli animali. Nella prima fase della percezione, un animale ha coscienza del proprio corpo. Inoltre, riconosce le sensazioni come ‘appartenenti a se stesso’. Tale consapevolezza è “prôton oikeîon“ [“πρῶτον οἰκεῖον“], cioè <la prima cosa propria a essere familiare>. È costante e al tempo stesso deriva dalla percezione degli oggetti esterni. Per Ierocle, questo fenomeno spiega perché i bambini hanno paura del buio. Il loro debole “senso di sé” teme la morte – “thánatos” [“θάνατος“] – quando non siano presenti entità esterne a sé stessi.

PERCEPIRSI E APPARTENERSI
Secondo Ierocle, l’impulso di autoconservazione deriva da “oikeiōsis“. “Un animale, quando avverte la prima percezione di se stesso, diventa subito padrone di se stesso nonché familiare a se stesso e alla propria costituzione”. Nel percepirsi e nel familiarizzare con sé, un animale trova valore in se stesso e nel proprio benessere.
“Oikeiōsis“(fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire ‘auto-possesso’. Ierocle distingue i vari tipi di “oikeiōsis” tra interni ed esterni. Quelli interni includono l’appropriazione del sé così come della propria costituzione. Le forme esterne includono la familiarizzazione con altre persone e un orientamento verso i beni esterni.
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Órexis
(ὄρεξις)
“Inclinazione”, desiderio, proiezione verso un bene possibile, voglia, processo di orientamento verso qualcosa o qualcuno.
Riferimento in greco antico
ἓν δή τι τὸ κινοῦν, τὸ ὀρεκτικόν (Ἀριστοτέλης – Περὶ Ψυχῆς, Βιβλίον Γ΄, ι΄, υλγ΄ a, κα΄-κβ΄).
Traslitterazione
Hèn dḗ ti tò kinoûn, tò orektikón (Aristotélēs – Perí Psychḗs, Biblíon III, 10, 433a, 21-22).
Traduzione
Di conseguenza, il principio motore è uno solo: la facoltà del desiderio [“orektikón“] (Aristotele – De Anima, Libro III, 10, 433a, 21-22).
“Órexis” vuol dire “desiderio”. Questa antica parola greca esprime l’inclinazione verso una cosa, l’appetizione, la brama, il desiderio per quella cosa. “Órexis” è in contrasto con “ékklisis” [“ἔκκλισις“] (avversione).
In Aristotele (greco: Aristotélēs, inglese: Aristotle), il termine indica la voglia, la bramosia, il desiderio intenso e fremente condiviso dall’uomo con gli animali. Quindi, si differenzia dalla scelta intenzionale [“prohaíresis“] ossia da una funzione tipicamente umana, basata sul discernimento, non presente negli altri animali. La “prohaíresis“, infatti, coinvolge tanto la capacità di ragionare quanto la capacità di deliberare.
Il binomio “órexis“/”ékklisis” è il primo dei tre “tópoi“, da considerare “aree di allenamento filosofico” [“áskesis“], volte a produrre coerenza e consapevolezza negli individui. Gli altri due “tópoi” sono il binomio “hormḗ“/”aphormḗ” (azione/inazione) e l’impegno mentale/etico rappresentato dal termine “synkátathesis” [“συγκατάθεσις“] (giudizio, valutazione, assessment).

COMPLESSITA’ DELLE ATTIVITA’ PSICHICHE
Gli stoici indicano rispettivamente “páthos” (passione spontanea e incontrollata) ed “ḗupathos” (passione governata e armoniosa) come un esempio irrazionale – “álogon“ [“ἄλογον“] – e uno razionale – “eúlogon“ [“εὔλογον“] – di quattro tipi di movimento psichico, “kinḗseis“ [“κινήσεις“].
Ecco uno schema riguardante le attività dell’anima al cospetto di cose positive o negative.
Innanzitutto, “inclinazione” [“órexis“] in risposta a un apparente bene potenziale.
Secondo, “avversione” (“ékklisis“) in risposta a un apparente male potenziale.
Terzo, “proiezione” [“éparsis“ – “ἔπαρσις“] (anche traducibile con “esaltazione”) in risposta a un apparente bene presente.
Quarto, “contrazione” [“systolḗ“ – “συστολή“] in risposta a un apparente male presente.
“Órexis“(fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire “desiderio”, ma la nozione di desiderio non è facile da definire e richiede alcune esperienze pratiche.
Secondo Margaret Graver (2007), i quattro movimenti esemplificati dagli stoici sono “risposte affettive”. Per altri studiosi, tuttavia, solo le “proiezioni” e “contrazioni” psichiche corrispondono a risposte affettive. Apparirebbero, dunque, come il risultato del successo o del fallimento di “órexis” ed “ékklisis“. Pertanto “órexis” ed “ékklisis” rappresentano, secondo tali studiosi, impulsi più puramente comportamentali di ‘ricerca’ ed ‘evitamento’.
Questo argomento è molto complesso anche per gli accademici ed è difficile da approfondire in sede divulgativa.
Brano suggerito: “Inclination” – Marsh Kids (2014) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Ousίa
(οὐσία)
“Essenza”, ‘essere’ (nel senso di materia perdurante al di là delle qualificazioni contingenti), fondamento immutabile alla base di ciò che è.
Riferimento in greco antico
kαὶ δὴ καὶ τὸ πάλαι τε καὶ νῦν καὶ ἀεὶ ζητούμενον καὶ ἀεὶ ἀπορούμενον, τί τὸ ὄν, τοῦτό ἐστι τίς ἡ οὐσία (Ἀριστοτέλης – Τὰ μετὰ τὰ φυσικά, Βιβλίον ζ΄, α΄).
Traslitterazione
Kaì dḕ kaì tò pálai te kaì nŷn kaì aeì zētoúmenon kaì aeì aporoúmenon, tí tò ón, toûtó esti tís hē ousía (Aristotélēs – Tà metà tà physiká, Biblíon VII, 1).
Traduzione
E in realtà ciò che da sempre, ora e sempre è cercato, e sempre è oggetto di dubbio, ossia che cosa sia l’essere, equivale a questo: che cosa è la sostanza [“ousia“] (Aristotele – Metafisica, Libro VII, 1).
“Ousίa” vuol dire “essenza” o “essere”, ma anche (seppur non esattamente come intesa da noi) ‘sostanza’. L’antica parola greca “ousίa” è usata spesso da filosofi come Platone (greco: Plátōn, inglese: Plato) e Aristotele (greco: Aristotélēs, inglese: Aristotle), per esprimere le nozioni di “essenza” o “essere”. Successivamente, il termine corrisponde pure alle parole latine “essentia” o “substantia“.
Nella filosofia contemporanea, la parola “ousίa” è prevalentemente usata per i concetti di “essere” e “ontico” (dell’ente).
La questione riguardante “essere” ed “essenza” è una delle più coinvolgenti e stimolanti della filosofia. Per spiegare il problema, prendiamo un colore, per esempio il ‘rosso’. Quando indichiamo un colore, lo designiamo per associazione. Infatti, diciamo “una fragola è rossa”, “un pomodoro è rosso”, “il sangue è rosso”, “la Ferrari è rossa”. Ma cos’è il ‘rosso’ stesso, in sé per sé (astratto da fragole, pomodori, ecc.)? Difficile dirlo. Infatti, ci limitiamo a indicare alcune cose come rosse e solo così sappiamo (o pensiamo di sapere) cos’è il rosso. Tuttavia, non sappiamo dire ‘cosa è il rosso’ se non, appunto, tramite quegli accostamenti, esempi, abbinamenti.
Ebbene, “ousίa” riguarda proprio la risposta alla domanda “cosa è l’essere” (nel nostro caso: “cosa è il rosso”) quando la domanda è mirata, ristretta e non ammette associazioni. Nel nostro esempio, cerchiamo la “ousίa” (l’essenza assoluta) del rosso.
QUESTIONE DI LONTANISSIMA PROVENIENZA
Secondo Martin Heidegger, il significato originale della parola “ousίa” si è perso nella sua traduzione in latino e, di conseguenza, anche nelle successive lingue moderne. Per il filosofo tedesco, “ousίa” significherebbe proprio “essere”, non “sostanza” intesa quest’ultima come qualche ‘cosa’ o qualche ‘essere’ “soggiacente” (la parola ‘sostanza’ deriva da ‘sub-stare’ ossia ‘stare sotto’). Inoltre, Heidegger usa il binomio “parousίa“/”apousίa“ [“παρουσία” / “ἀπουσία“], per denotare ‘presenza’/’assenza’, e ricorre a “hypóstasis” [“ὑπόστασις“] per indicare ‘esistenza’.

“Ousίa“(fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire “essenza” o “essere”, due concetti filosofici e teologici molto importanti e dibattuti. La parola, infatti, è in uso anche tra i teologi cristiani. Il motivo si capisce facilmente. Se non c’è una “essenza”, al di là delle qualifiche, degli accidenti e delle contingenze, allora la realtà è sempre e solo incessante variazione e impermanenza. Per esempio, una specifica pietra sarebbe solo la somma di momenti diversi di una entità solida, inafferrabile, in perenne trasformazione.
Brano suggerito: “Gist” – Lil Tecca (2023) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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