
Parole P-Z
Le parole P-Z della filosofia rock stoica sono strumenti per pensare e parlare. Ecco alcune delle più importanti parole filosofiche (dalla P alla Z) scelte nel repertorio originale della lingua greca antica e spiegate a modo nostro.
Qui l’elenco delle parole presenti in questa sezione.
Philia (vedi la sottovoce Philia nella sezione ARGOMENTI alla voce Affectus).
Philautia (vedi la sottovoce Philautia nella sezione ARGOMENTI alla voce Affectus).
Pothos (vedi la sottovoce Pothos nella sezione ARGOMENTI alla voce Affectus).
Pragma (vedi la sottovoce Pragma nella sezione ARGOMENTI alla voce Affectus).
Storge (vedi la sottovoce Storge nella sezione ARGOMENTI alla voce Affectus).
Thelema (vedi la sottovoce Thelema nella sezione ARGOMENTI alla voce Affectus).

Paideía
(παιδεία)
“Istruzione”, educazione, insegnamento, formazione intesa anche in un senso integrale concernente la generalità del soggetto.
Riferimento in greco antico
tίς οὖν ἡ παιδεία; ἢ χαλεπὸν εὑρεῖν βελτίω τῆς ὑπὸ τοῦ πολλοῦ χρόνου ηὑρημένης; (Πλάτων – Πολιτεία, Βιβλίον Β, ιζ’, τοϛ’ ε’, α’).
Traslitterazione
Tís oûn hē paideía? ḕ chalepòn heureîn beltíō tês hypò toû polloû chrónou hēurēménēs? (Plátōn – Politeía, II, 17, 376 e, 1).
Traduzione
Qual è dunque questa educazione? O è difficile trovarne una migliore di quella scoperta attraverso un lungo corso di tempo? (Platone – La Repubblica, II, 17, 376 e, 1).
<Paideía> vuol dire ‘insegnamento’. L’idioma sta anche a significare ‘formazione scolastica’, ‘didattica’, ‘esercitazione’, ‘insegnamento’, ‘addestramento’, ‘scolarizzazione’, ‘istruzione’. Si riferisce, in particolare, all’educazione ideale dei giovani nell’antica Grecia. È un modello pedagogico comprensivo di tutoraggio pratico e di socializzazione all’interno dell’ordine aristocratico della <pólis> (città-stato).
Infatti, un membro ideale della <pólis> dovrebbe avere raffinatezza intellettuale, morale e fisica. Quindi, per esempio, la ginnastica è indispensabile. Ma non meno indispensabile è un addestramento nel campo dell’educazione morale.
Articolazioni della paideía
Per gli antichi greci, questa ‘educazione morale’ deriva soprattutto dalla musica, dalla poesia e dalla filosofia. Secondo loro, occorre “essere sempre preminenti”. E questa è la nozione di <aretè> (virtù), ideale cardine di tutta la cultura greca.
Il concetto di <aretè> è in stretta relazione con il modello eroico, cioè con l’idea di un individuo di valore da stimare, rispettare e imitare. Secondo il classicista Werner Wilhelm Jaeger (Paideia II.56), la virtù, per i greci, consiste nella capacità di “tenere testa con le sole mani ai nemici, ai mostri e ai pericoli di ogni tipo, uscendone vittoriosi“.
Questa mentalità spiega la cura dei greci stessi nel riprodurre e copiare solo la letteratura da loro considerata come “la migliore”.
Paideía per primeggiare
Lo stesso spirito di emulazione si applica anche ai valori agonistici dei giochi olimpici. E, inoltre, all’arte in generale, grazie ai concorsi di poesia, tragedia e commedia, utili per favorirlo. <Aretè> e desiderio del primato sono evidenti in tutte le attività dei greci.

ISTRUZIONE IN NOME DELLA VIRTÙ
<Paideía> (fra le parole P-Z della filosofia rock stoica) vuol dire ‘insegnamento’. Da qui nasce l’idea di un’educazione in grado di promuovere, soprattutto nei giovani, l’eccellenza. Di conseguenza, diversi filosofi greci rendono disponibile il loro sapere fondando scuole e luoghi di apprendimento. Per esempio, sono molto importanti quelle create da Isocrate * e Platone *, caratterizzate entrambe dal rifiuto del modello di educazione imperante ai loro tempi.
Isocrate
Nel suo Antidosis, Isocrate si difende dalle accuse secondo cui la formazione sarebbe un modo per traviare le persone. Al contrario, secondo lui, la didattica è fondamentale per creare una società equa. Ma le sue idee, nello specifico, sono in disaccordo con quelle di Platone. In Contro i Sofisti, Isocrate ha in mente “personaggi” come Platone, Gorgia * e Protagora * e imposta il suo ideale di <paideia> in contrasto con il loro.
Brano suggerito: “Adult education” – Daryl Hall & John Oates (1984) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Parrhēsía
(παρρησία)
“Parlar franco in circostanze rischiose”, esprimersi con franchezza sui potenti in loro presenza, dire chiaro e tondo il proprio pensiero su fatti, cose e persone.
Riferimento in greco antico
τρία ἄρα δεῖ ἔχειν, ἃ σὺ πάντα ἔχεις, ἐπιστήμην τε καὶ εὔνοιαν καὶ παρρησίαν (Πλάτων – Γοργίας, υπζ’ α’, β’).
Traslitterazione
Tría ára deî échein, hà sỳ pánta écheis, epistḗmēn te kaì eúnoian kaì parrhēsían (Plátōn – Gorgías, 487 a, 2).
Traduzione
Tre qualità bisogna dunque possedere, che tu possiedi tutte quante: scienza <epistḗmēn>, benevolenza <eúnoian> e libertà di parola <parrhēsían> (Platone – Gorgia, 487 a, 2).
<Parrhēsía> vuol significare “franchezza verbale in circostanze rischiose”. Questo antico termine greco si riferisce, per esempio, al parlare liberamente (in modo critico e senza riserve) di tiranni e dittatori, in loro presenza, quindi assumendosi rischi molto seri se non addirittura mortali.
Attenzione a non intendere <parrhēsía> come “diritto a parlare” nel senso di facoltà concessa dal potere (dalla legge) al pubblico (alla comunità>. Qui si tratta di un “diritto a parlare” rivendicato e praticato dal soggetto parlante proprio quando il potere o le circostanze evidenti lo vieterebbero o sconsiglierebbero.
Parrhēsía solo se c’è un rischio
<Parrhēsiastḗs> è chi pratica tale virtù <aretḗ>, spingendosi fino al punto di mettere in gioco la propria vita in nome della franchezza. In effetti, non c’è nulla di ‘prezioso’ nel parlar franco se l’oratore non si espone a qualche pericolo a causa di tale comportamento. Nell’azione stessa della <parrhēsía> il parlante dimostra personalità, forza d’animo e coraggio (in una parola <andreía>). Tutti questi tratti sono anche prove evidenti del suo autentico atteggiamento filosofico.

PARRHESÍA E ANDREÍA
<Parrhēsía>(fra le parole P-Z della filosofia rock stoica) vuol dire “franchezza verbale in circostanze rischiose”. Non è però soltanto una specifica forma di <andreía> (coraggio, fortezza d’animo) come fosse semplicemente un’applicazione del coraggio nel campo dell’oratoria. <Parrhēsía> è qualcosa di diverso, qualcosa per cui sono richieste qualità differenti.
Parrhēsía solo in determinate circostanze
Per esempio, un giovane soldato potrebbe mostrarsi impavido lanciandosi nel bel mezzo di una violenta battaglia. Ma lo stesso soldato potrebbe avere qualche problema a criticare apertamente il proprio comandante. Questo accade perché è un soldato leale, addestrato a non mancare di rispetto ai suoi superiori. Inoltre, la schiettezza richiede uno stato d’animo articolato e un notevole livello di maturità. Non basta avere il coraggio di criticare un re, ma è necessario farlo senza tremare o mostrare alcun altro segno di timore.
Brano suggerito: “Straight talking” – Sheena Easton (1984) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Páthos
(πάθος)
“Passione”, affezione, sentimento, turbamento, emozione, impressione, stato d’animo importante anche se talvolta passeggero.
Riferimento in greco antico
oὐκοῦν τὸ μὲν ἀντιτείνειν διακελευόμενον λόγος καὶ νόμος ἐστίν, τὸ δὲ ἕλκον ἐπὶ τὰς λύπας αὐτὸ τὸ πάθος; (Πλάτων – Πολιτεία, Βιβλίον Ι, ζ’, χδ’ β’, α’).
Traslitterazione
Oukoûn tò mèn antiteínein diakeleuómenon lógos kaì nómos estín, tò dè hélkon epì tàs lýpas autò tò páthos? (Plátōn – Politeía, X, 7, 604 b, 1).
Traduzione
Non è forse a esortarci a resistere la ragione <lógos> e la legge <nómos>, mentre a trascinarci verso i dolori è la stessa passione <páthos>? (Platone – Repubblica, X, 7, 604 b, 1).
<Páthos> vuol dire ‘passione’. L’antico idioma greco indica anche ‘emozione’ o una delle condizioni conseguenti a <hormḗ>. Infatti, <hormḗ> sta per ‘impulso’ e, normalmente, un’emozione, un’affezione o un sentimento <páthos> viene in seguito a un impulso.
Per esempio, potrei avere l’impulso <hormḗ> di godermi un gelato. Seguendo tale ‘impulso’ forse proverei un certo <páthos> come, per esempio, la nostalgia di un gelato assaporato in una piacevole circostanza del passato. Oppure mi troverei a fare i conti con un <páthos> di frustrazione perché non c’è nessun gelato disponibile a portata di mano.
Insidie delle passioni
Molti filosofi rivelano profonda preoccupazione nei confronti delle passioni e delle emozioni. Gli stoici, in particolare, considerano i sentimenti e le sensazioni molto pericolosi quando non sono sotto controllo. Di solito gli affetti sono forti e, quindi, abbastanza impetuosi da far deragliare la condotta umana dalla prudenza <phrónēsis>, dalla giustizia <dikaiosýnē>, dalla temperanza <sōphrosýnē> e dalla fortezza d’animo <andreía> (le quattro virtù cardinali). Per questo sono temibili.

PERICOLI DELLE PASSIONI
Gli avvertimenti dei filosofi contro i pericoli delle passioni sono sempre vigorosi. E poi ci sono le loro insistenti raccomandazioni affinché gli individui si dedichino a un allenamento serio <askesis> per raggiungere il livello più alto possibile di autocontrollo.
Controllare non eliminare
<Páthos> (fra le parole P-Z della filosofia rock stoica) vuol dire ‘passione’. Ma gestire le passioni non significa né sedarle né annullarle. In realtà, è perfettamente accettabile provare sentimenti intensi, dimostrando la propria vitalità. Inaccettabile, invece, per una vita filosofica è essere governati dalle passioni, come quando, per esempio, facciamo qualcosa spinti dalle nostre emozioni nonostante il nostro intelletto riconosca ciò come sbagliato, ingiusto o pericoloso.
Gorgia
Per il sofista Gorgia *, gli oratori catturano l’uditorio e lo conducono in qualsiasi direzione proprio usando il <páthos>. Come scrive in Encomio di Elena, le persone provano sentimenti specifici a causa di alcune parole. Certi termini portano piacere e altri arrecano dolore. “Proprio come farmaci diversi eliminano umori diversi dal corpo e alcuni mettono fine alle malattie o alla vita, così fanno i discorsi. Alcuni danno dolore, altri deliziano, altri terrorizzano, altri ispirano gli uditori al coraggio, e altri ancora con una certa vile persuasione drogano e ingannano l’anima“.
Brano suggerito: “Passion” – Rod Stewart (1980) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Phantasía
(φαντασία)
“Apparenza”, manifestazione, impressione, rappresentazione mentale di qualcosa come un concetto, un ricordo.
Riferimento in greco antico
ἡ δὲ φαντασία κινεῖν τί δοκεῖ καὶ οὐκ ἄνευ αἰσθήσεως (Ἀριστοτέλης – Περὶ ψυχῆς, Βιβλίον Γ, θ’, υλβ’ α’, ιε’).
Traslitterazione
Hē dè phantasía kineîn tí dokeî kaì oûk áneu aisthḗseōs (Aristotélēs – Perì psychês, III, 9, 432 a, 15).
Traduzione
La rappresentazione [immaginazione/apparenza] <phantasía> sembra avere un qualche potere di muovere e non si genera senza la sensazione <aisthḗseōs> (Aristotele – De anima, III, 9, 432 a, 15).
<Phantasía> vuol dire ‘apparenza’. In greco antico, la parola significa anche ‘impressione’, nel senso di “informazione derivante da esperienza sensoriale”, ‘percezione’, ‘rappresentazione’.
Platone
Platone * descrive <phantasía> come una miscela di percezione e opinione (quest’ultima, da sola, è <doxa>). Così facendo, aggiunge un elemento mentale alle percezioni derivanti solo dalla ‘esperienza sensoriale’. In effetti, le ‘opinioni’ sono prodotti della nostra mente, mentre le percezioni nascono dai sensi. Tuttavia, le opinioni appartengono a un’area della nostra ‘mente’ (o possiamo dire ‘anima’) non del tutto logica e razionale.
Aristotele
In modo analogo, Aristotele * pone la <phantasía> tra percezione e pensiero.
Secondo Epitteto *il compito di una persona buona ed eccellente è gestire le impressioni <phantasíai> in armonia con la natura.

IMPRESSIONI COME PRIMA RISPOSTA COGNITIVA
<Phantasía> (fra le parole della filosofia rock stoica) vuol dire ‘apparenza’. In particolare, per gli stoici, <phantasíai> sono valutazioni precognitive derivanti dalle nostre precedenti esperienze o dal nostro pensiero subconscio. Infatti, nello Stoicismo, le attività psicologiche, come il consenso mentale, la cognizione, l’impulso e la conoscenza, sono tutte estensioni (o risposte) a <phantasíai>.
Zenone
I sensi, come sostiene Zenone, imprimono una sorta di impronta sull’anima, più o meno come un ‘anello con sigillo’ imprime la forma su una morbida cera.
Per gli stoici, alcune <phantasíai> ricevono il consenso interiore mentre altre no. L’accettazione avviene quando l’anima considera una ‘manifestazione’ come vera. Per esempio, una opinione <doxa> è una credenza debole o falsa, pertanto i saggi evitano di darle consenso, semplicemente trattenendo l’approvazione finché la situazione non si chiarisce (se si chiarisce).
Le impressioni chiare ed evidenti
Tuttavia, è possibile percepire alcune <phantasíai> in circostanze abbastanza chiare, tali da far concludere a favore della loro autenticità. Queste sono <katalēptikḗ> (adatte a comprendere). Quindi, le “katalēptikaì phantasíai” ottengono il nostro assenso in virtù della loro chiarezza. E rappresentano il criterio della verità.
Brano suggerito: “Fantastic” – Joe Strummer & The Mescaleros -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Phrónēsis
(φρόνησις)
“Saggezza in atto”, agire filosofico, sapienza pratica, forma di conoscenza in grado di indirizzare nel modo migliore le scelte dell’individuo.
Riferimento in greco antico
λείπεται ἄρα αὐτὴν εἶναι ἕξιν ἀληθῆ μετὰ λόγου πρακτικὴν περὶ τὰ ἀνθρώπῳ ἀγαθὰ καὶ κακά (Ἀριστοτέλης – Ἠθικὰ Νικομάχεια, Βιβλίον Ϛ, ε’, MCΜ’ β’, δ’).
Traslitterazione
Leípetai ára autḕn eînai héxin alēthê metà lógou praktikḕn perì tà anthrṓpōi agathà kaì kaká (Aristotélēs – Ēthikà Nikomácheia, VI, 5, 1140 b, 4-6).
Traduzione
Resta dunque che essa [la saggezza pratica] sia una disposizione <héxin> vera, accompagnata da ragione <lógou>, volta all’azione e avente per oggetto ciò che è bene <agathà> e ciò che è male <kaká> per l’uomo (Aristotele – Etica Nicomacheia, VI, 5, 1140 b, 4-6).
<Phrónēsis> vuol dire ‘saggezza pratica’. È una delle quattro virtù <aretaí> cardinali dell’antica filosofia greca a cui si riferisce questo sito. Le altre tre virtù cardinali sono giustizia <dikaiosýnē>, temperanza <sōphrosynē> e fortezza <andreía>.
<Sophía> è un altro termine greco per <phrónēsis>, mentre in latino ci sono due parole per esprimere, più o meno, la stessa nozione: <prudentia> e <sapientia>.
Da alcuni testi di Platone *, apprendiamo il pensiero di Socrate * in proposito: per lui, esercitare la <phrónēsis> è un’attività virtuosa. Pertanto, <phrónēsis> è una virtù e tutte le virtù sono forme di <phrónēsis>. Essere buoni significa essere una persona intelligente e ragionevole con pensieri intelligenti e ragionevoli. <Phrónēsis> (fra le parole P-Z della filosofia rock stoica) garantisce a chi la possiede una rimarchevole forza morale.
Menone
Nel Menone di Platone, Socrate illustra in che modo <phrónēsis>, intesa come “comprensione filosofica della realtà”, sia la qualità più importante. Spiega come questa virtù non possa essere insegnata singolarmente perché è l’obiettivo finale di un intero processo di auto-comprensione, di lavoro su di sé <áskēsis>, di elaborazione filosofica. Certamente un maestro <kathēgētḗs> potrebbe essere d’aiuto, ma la ‘ricerca dell’anima’ dovrebbe essere sempre una operazione individuale e personale.

SAGGEZZA: CONDIZIONE E OBBIETTIVO DELLA VITA FILOSOFICA
La sfida a cercare e indagare la propria anima (con poco o nessun aiuto esterno) fa parte dell’intero sforzo filosofico, uno sforzo pratico, reale e individuale. Ancora una volta, la supervisione di un insegnante è altamente raccomandata, ma il peso (e la responsabilità) del percorso resta a carico del singolo.
Marco Aurelio
<Phrónēsis> vuol dire ‘saggezza pratica’. Secondo Marco Aurelio *, in Meditazioni 4.37, “sapienza e agire con giustizia sono la stessa cosa”. Una simile dichiarazione (da parte di un imperatore) è la migliore conferma di come la saggezza sia una qualità da riferire ad attività fattuali, reali, concrete, pratiche.
La sapienza deve necessariamente essere <phrónēsis> cioè ‘saggezza pratica’. Altrimenti, una saggezza teorica (senza implicazioni pratiche) sarebbe una nozione astratta, campata in aria, non verificata.
Brano suggerito: “Spirit of a boy, wisdom of a man” – Randy Travis (1998) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Phýsis
(φύσις)
“Natura”, dimensione fisica universale, realtà prima e fondamentale, principio e causa di tutte le cose.
Riferimento in greco antico
τὰ μὲν γὰρ φύσει ὄντα πάντα φαίνεται ἔχοντα ἐν ἑαυτοῖς ἀρχὴν κινήσεως καὶ στάσεως (Ἀριστοτέλης – Φυσικὴ ἀκρόασις, Βιβλίον Β, α’, ρϙβ’ β’, ιγ’).
Traslitterazione
Tà mèn gàr phýsei ónta pánta phaínetai échonta en heautoîs archḕn kinḗseōs kaì stáseōs (Aristotélēs – Physikḕ akróasis, II, 1, 192 b, 13).
Traduzione
Tutte le cose che sono per natura <phýsei>, infatti, manifestano di avere in se stesse un principio di movimento <kinḗseōs> e di quiete <stáseōs> (Aristotele – Fisica, II, 1, 192 b, 13).
<Phýsis> vuol dire ‘natura’. Nella nostra filosofia (la filosofia del sito sokratiko.it), questo antico sostantivo greco si riferisce all’ordine naturale, al sistema fisico universale, al principio regolativo generale del mondo materiale. Per queste sue caratteristiche, in gran parte dello Stoicismo, il termine <phýsis> arriva a indicare anche Dio (o qualcosa di analogo).
Platone
Platone *critica (nel libro 10 del testo denominato Leggi) chi scrive ‘sulla natura’ <perì phýseōs>. Secondo lui, non è opportuno focalizzarsi su un’interpretazione ‘naturalistica’ del mondo, trascurando il ruolo della ‘intenzione’. Infatti, per Platone una tale enfasi sulla natura come inanimata e solo ‘materiale’ implica una sorta di ‘ateismo naif’. Tra l’altro, il filosofo ateniese accusa Esiodo * proprio di questo. Gli dei di Esiodo, sostiene Platone, “crescono da entità primordiali” dopo l’instaurazione dell’universo fisico. Ciò implicherebbe un primato della natura sugli dei.

NATURA SECONDO ARISTOTELE
Aristotele * conserva il significato di <phýsis> (fra le parole P-Z della filosofia rock stoica) come ‘crescita’, ‘sviluppo’. Tuttavia, secondo lui, una giusta definizione richiede le diverse prospettive delle quattro cause <aitíai>: materiale, efficiente, formale, finale.
Per Aristotele, la natura contiene le proprie fonti di: materia (causa materiale), di potere/movimento (causa efficiente), di forma (causa formale) e di fine (causa finale).
L’allievo di Platone è attento anche al rapporto tra arte/tecnica e natura.
Janet Atwill
“La distinzione tra arte e natura riguarda le loro diverse cause efficienti. <Phýsis> è la sua stessa fonte di movimento, mentre <téchnē> richiede sempre una fonte di movimento al di fuori di sé” (Janet Atwill in The Interstices of Nature, Spontaneity, and Chance. Rhetoric Reclaimed: Aristotle and the Liberal Arts Tradition. Ithaca, NY: Cornell UP, 1998).
Arte e natura
Aristotele, nel suo ragionamento, individua e mette in luce l’idea secondo cui l’arte non contiene in sé la sua forma o fonte di movimento/cambiamento. Invece, in natura, è palese il processo di un seme in grado di diventare da solo, passo dopo passo, un albero. Questo è un tipo di sviluppo naturale dotato in sé della propria forza trainante (forza di cambiamento, di sviluppo, di movimento). Nessuna forza esterna, infatti, spinge il seme verso il suo stato finale, si tratta piuttosto di un processo innato volto a un fine specifico <télos>.
Brano suggerito: “Earth song” – Michael Jackson (1995) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Pneûma
(πνεῦμα)
“Spirito”, soffio vitale, energia di vita, principio vitale, talvolta molto vicino a indicare ‘anima’.
Riferimento in greco antico
ἔστι δὲ τοῦτο τὸ ἐν τῷ σπέρματι πνεῦμα (Ἀριστοτέλης – Περὶ ζῴων γενέσεως, Βιβλίον Β, γ’, ψλϛ’ β’, λε’)
Traslitterazione
Ésti dè toûto tò en tôi spérmati pneûma (Aristotélēs – Perì zṓiōn genéseōs, II, 3, 736 b, 35).
Traduzione
E questo è il respiro vitale che si trova all’interno del seme (Aristotele – De Generatione Animalium, II, 3, 736 b, 35).
<Pneûma> vuol dire ‘spirito’. Altri significati di questa antica parola greca sono ‘anima’, ‘aria’, ‘respiro’, ‘vitalità’, ‘animazione’. In alcuni contesti, comunque, il concetto di ‘anima’ (‘coscienza’), è reso meglio dal termine <psychḗ>.
Epitteto * offre un’immagine molto suggestiva dello ‘spirito’ in cui tutte le cose esistono, alludendo al movimento di una boccia d’acqua rotante. A livello generale, un modo per attualizzare il concetto di <pneûma> è considerarlo qualcosa di paragonabile all’energia. Tale confronto si applica sia a livello fisiologico/psichico sia a livello fisico/cosmologico.
Stoicismo
Nella cosmologia stoica, ogni elemento dell’universo dipende da due principi fondamentali, non creabili e non distruttibili. In primo luogo, la materia, passiva e statica. E poi, il <lógos> o ragione divina, attiva e in movimento.
Secondo gli stoici, quando si parla di spiritualità umana, desideri e avversioni sono da considerarsi influenze negative a danno di una parte precisa dell’anima, quella corrispondente proprio al <pneûma>. Pertanto, <pneûma> sarebbe la parte inferiore dell’anima, separata dalla parte superiore <noûs> (‘intelletto’, ‘mente’).

SPIRITO, RESPIRO, SOFFIO
<Pneûma>(fra le parole P-Z della filosofia rock stoica) vuol dire ‘spirito’. Per alcuni filosofi stoici, la parola <pneûma> esprime l’idea del “respiro della vita”, di un “soffio vitale”. Quindi, sarebbe una miscela di due elementi: aria (in movimento) e fuoco (come calore). Per questi stoici, <pneûma> è il principio attivo e generativo, fondamentale per organizzare l’individuo e il cosmo.
Pneûma e psychḗ
Nella sua forma più alta, <pneûma> rappresenta l’anima umana <psychḗ>. Pertanto, l’anima umana è un frammento del <pneûma> inteso come anima di Dio (Zeus).
Brano suggerito: “Spirit in the sky” – Norman Greenbaum (1969) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Proēgména
“Naturalmente preferibile”, qualcosa di desiderabile e auspicabile anche se non particolarmente rilevante nel quadro di una vita filosofica.
Riferimento in greco antico
εἴ τις βούλεται κατὰ τὰς λέξεις ἐφαρμόζειν, τὰ προηγμένα ἀγαθὰ καλεῖν (Χρύσιππος ὁ Σολεὺς ἐν τῷ Περὶ ἀγαθῶν μνημονευόμενος ὑπὸ τοῦ Πλουτάρχου ἐν τῷ Περὶ Στωικῶν ἐναντιωμάτων, Λ, α’, αμϛ’ α’, β’).
Traslitterazione
Eí tis boúletai katà tàs léxeis epharmózein, tà proēgména agathà kaleîn (Chrýsippos ho Soleùs en tôi Perì agathôn mnēmoneuómenos hypò toû Ploutárchou en tôi Perì Stōikôn enantiōmátōn, XXX, 1, 1048 a, 2).
Traduzione
Se qualcuno vuole adattarsi al modo comune di parlare <léxeis>, può chiamare ‘beni’ <agathà> le cose preferibili <proēgména> (Crisippo di Soli in Sui beni citato da Plutarco in Contraddizioni degli stoici, XXX, 1, 1048 a, 2).
<Proēgména> vuol dire “cose naturalmente desiderabili” (il singolare è <προηγμένον -proēgménon>). L’antica locuzione greca si applica a faccende come la salute, il comfort, il benessere, la sicurezza. Designa anche ‘cose preferibili’, cioè cose magari ‘indifferenti’ in senso morale assoluto, ma con valore relativo positivo.
La nozione dei <proēgména> ha il suo opposto negli <apoproēgména>.
Stoicismo
I filosofi stoici classificano gli ‘indifferenti’ <adiáphora> (cose in sé non buone ma nemmeno cattive, quindi ‘indifferenti’ ai fini di un’esistenza filosofica) in tre classi precise. Innanzitutto, ci sono gli indifferenti preferibili <proēgména>. In secondo luogo, all’estremo opposto, gli indifferenti non preferibili (da respingere) <apoproēgména>. Infine, gli assolutamente indifferenti (semplicemente <adiáphora>).
Adiáphora
La terza categoria, cioè le cose indifferenti in modo assoluto, comprende elementi non in accordo con la nostra natura (diversamente dalle preferibili della prima categoria, le quali hanno qualche tratto in sintonia con la nostra natura). Tuttavia, queste cose indifferenti non ci sono avverse nella misura in cui lo sono le non preferibili della seconda classe (da respingere). Infatti, non sono in accordo ma nemmeno nettamente contrarie alla nostra natura (come invece le cose rifiutate).

ACCETTAZIONE DELLE COSE NATURALI
<Proēgména> (fra le parole P-Z della filosofia rock stoica) vuol dire “cose naturalmente desiderabili”. Esempio: la “bellezza fisica” è una caratteristica considerata non importante, di per sé, dagli stoici. Quindi, in generale, è poco importante essere dotati di bellezza fisica. Più importanti sono la decenza, la rettitudine e così via.
Tuttavia, la “bellezza fisica” è normalmente desiderabile e inoltre preferibile alla bruttezza. Pertanto, la bellezza fisica è in linea con la nozione di <proēgména>.
Per alcuni stoici, il “piacere fisico” (oggi si direbbe ‘sessualità’) è un esempio di ‘indifferenti preferibili’, quindi <proēgména>.
Marco Tullio Cicerone
Secondo altri pensatori, il “piacere fisico” ha aspetti positivi, ma non sufficienti per includerlo in questa categoria. Marco Tullio Cicerone * parla di <laetitia> (delizia) quando indica un’emozione preferibile. Ma cita anche la <voluptas> (piacere, voluttà) per definire il piacere fisico (troppo allettante e quindi ‘costringente’ per essere collocato tra gli ‘indifferenti preferibili’ <proēgména>).
Le ‘cose preferibili’ sono, inoltre, cose primarie secondo natura. Pure le ‘cose sgradite’ sono cose primarie, ma in questo caso sono contrarie alla natura.
Brano suggerito: “My favorite things” – John Coltrane (1961) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Prohaíresis
(προαίρεσις)
“Scelta consapevole”, quindi effettuata al termine di un processo cosciente, decisione ponderata, opzione conseguente a una valutazione.
Riferimento in greco antico
οὐ μὴν ἀλλὰ καὶ τὰς τοῦ πατρὸς προαιρέσεις ἀναμνησθεὶς οἰκεῖον καὶ καλὸν ἕξεις παράδειγμα τῶν ὑπ᾽ ἐμοῦ σοι λεγομένων (Ἰσοκράτης – Πρὸς Δημόνικον, Α, θ’, θ’).
Traslitterazione
Ou mḕn allà kaì tàs toû patròs prohairéseis anamnēstheìs oikeîon kaì kalòn héxeis parádeigma tôn hyp’ emoû soi legoménōn (Isokrátēs – Pròs Dēmónikon, I, 9, 9).
Traduzione
E d’altra parte, se ti riporterai alla memoria le scelte morali <prohairéseis> di tuo padre, avrai un familiare <oikeîon> e nobile <kalòn> esempio di ciò che ti viene detto da me (Isocrate – A Demonico, I, 9, 9 [attribuzione incerta]).
<Prohaíresis> vuol dire ‘scelta deliberata’, ‘decisione cosciente’, ‘volontà libera’. Quindi, questa antica locuzione greca si usa nella sfera del libero arbitrio. Indica una volizione ragionata, voluta, determinata. I primi usi del termine si fanno risalire alla Etica nicomachea *di Aristotele * dove significa ‘scelta finalizzata’ ossia compiuta allo scopo di ottenere un certo fine.
Epitteto
Epitteto * usa <prohaíresis> (fra le parole P-Z della filosofia rock stoica) per trattare della differenza fra gli uomini e gli altri animali. Questi ultimi non operano vere e proprie scelte poiché in loro dominano istinti e altri fattori non consci.
Ma di quali scelte stiamo parlando? Per il filosofo dell’Enkheiridion una sola cosa ricade veramente nel nostro controllo (cioè una sola cosa possiamo davvero scegliere).
La vera scelta possibile
Per Epitteto, l’unica scelta in capo agli umani riguarda il diniego o l’assenso alle impressioni, alle emozioni, alle valutazioni immediate e spontanee. Per fare un esempio, quando siamo sul punto di essere turbati da una imprevista disgrazia, abbiamo sempre e comunque il potere (magari da sviluppare e affinare) di restare effettivamente turbati o di respingere il turbamento.

Altro esempio: una critica nei nostri riguardi è né in sé ‘cosa buona’ né in sé ‘cosa cattiva’ (sono solo parole al vento). Siamo noi a “scegliere” se farla diventare una cosa cattiva dando assenso interiore all’afflizione e all’ira (spontanee e quasi automatiche). Pertanto, potremmo tranquillamente (e consapevolmente) effettuare altre due azioni alternative. Prima di tutto potremmo scegliere di respingere lo spontaneo dispiacere di fronte alla critica nei nostri riguardi. E poi potremmo scegliere persino di esserne contenti.
Conseguenze delle scelte interiori errate
Evidentemente, quando ci abbandoniamo al dispiacere e all’amarezza dovuti alla critica nei nostri confronti, diamo un potere enorme agli altri. Diamo loro il potere di amareggiarci e dispiacerci. Ma se scegliamo noi uno stato d’animo migliore (cioè se scegliamo di essere contenti), nonostante la critica, allora sottraiamo agli altri il potere di farci del male.
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Prokopḗ
(προκοπή)
“Progresso”, nel senso di miglioramento morale, avanzamento spirituale, passi in avanti, ma anche successi, prosperità, fortuna.
Riferimento in greco antico
εἰ δ᾽ ἡ ἀρετὴ ταύτην ἔχει τὴν ἐπαγγελίαν, εὐδαιμονίαν ποιῆσαι καὶ ἀπάθειαν καὶ εὔροιαν, πάντως καὶ ἡ προκοπὴ ἡ πρὸς αὐτὴν πρὸς ἕκαστον τούτων ἐστὶ προκοπή (Ἐπίκτητος – Διατριβαί, Βιβλίον Α, δ’, γ’, γ’).
Traslitterazione
Ei d’ hē aretḕ taútēn échei tḕn epangelían, eudaimonían poiêsai kaì apátheian kaì eúroian, pántōs kaì hē prokopḕ hē pròs autḕn pròs hékaston toútōn estì prokopḗ (Epíktētos – Diatribaí, I, 4, 3, 3).
Traduzione
Se dunque la virtù <aretḕ> ha questa promessa, ossia di produrre felicità <eudaimonían>, imperturbabilità <apátheian> e fluidità di vita, senza dubbio anche il progresso <prokopḗ> verso di essa è progresso <prokopḗ> rispetto a ciascuno di questi obiettivi (Epitteto – Diatribe, I, 4, 3, 3 [Arriano di Nicomedia, discepolo di Epitteto ha messo in forma scritta i pensieri del suo maestro]).
<Prokopḗ> rende bene l’idea di un aspetto chiave della nostra filosofia: il ‘perfezionamento’ dell’anima. La prima ovvia premessa è quella di un potenziale umano sempre notevole, riguardante margini di miglioramento sempre validi, per tutti gli individui. La seconda premessa è quella dell’impegno, dello sforzo (e talvolta della vera e propria fatica) <áskēsis> a cui occorre sottoporsi affinché il progresso spirituale sia possibile. E per progresso si intende il cammino per conseguire uno stato d’animo equilibrato, una capacità di discernimento penetrante, il distacco dalle futilità mondane e una rettitudine impeccabile.
Cos’è il progresso, il miglioramento?
Non è facile accertare e tanto meno misurare l’eventuale avanzamento lungo il percorso della vita filosofica. Questa operazione valutativa <dokimázein> risulta particolarmente difficile quando la si deve compiere da soli, senza il supporto di una guida <kathēgētḗs>, di un direttore spirituale, di un maestro di coscienza. Tuttavia, l’autovalutazione – per quanto ardua – è un’altra operazione importante nell’addestramento <askesis> alla vita filosofica. Quindi, è corretto applicarsi studiosamente per diventare imparziali giudici di sé stessi. Solo osservandosi in azione si può cercare di capire se – in una determinata situazione tipica – si è compiuto o meno un passo avanti.
Quotidiana verifica su sé stessi
Per esempio, una persona tendenzialmente collerica può verificare (da sola) se sia riuscita a controllarsi bene in una situazione irritante (magari la stessa situazione da cui in passato ha preso spunto per scatenare un pandemonio). Quindi, <prokopḗ> (fra le parole P-Z della filosofia rock stoica) è oggetto di autovalutazione.
La via verso le virtù
Obbiettivo della progressione filosofica sono le virtù cardinali: <sōphrosýnē> ossia prudenza, autocontrollo e temperanza; <andreía> ossia coraggio, fortezza d’animo e temperamento deciso; <dikaiosýnē> ossia rettitudine, integrità e dirittura morale; <phrónēsis> ossia saggezza, equilibrio e buon senso. Numerosi sono gli ostacoli lungo la via del perfezionamento. In Epitteto * 4.2. 1–5 apprendiamo, per esempio, i pericoli delle cattive frequentazioni. Il filosofo di Ierapoli (località ora in Turchia) ci tiene a sottolineare il rischio di non poter andare avanti nel cammino filosofico se si frequentano persone sbagliate. Gaio Musonio Rufo * tocca lo stesso tema in 11.53, 21–22.
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Prólēpsis
“Preconcetto”, idea in fase preliminare, nozione in corso di formazione, anticipazione di una valutazione.
Riferimento in greco antico
ἔστι δ᾽ ἡ πρόληψις ἔννοια φυσικὴ τῶν καθόλου (Χρύσιππος ὁ Σολεὺς μνημονευόμενος ὑπὸ τοῦ Διογένους Λαερτίου ἐν τοῖς Βίοις καὶ γνώμαις τῶν ἐν φιλοσοφίᾳ εὐδοκιμησάντων, Βιβλίον Ζ, α’, νδ’, ϛ’).
Traslitterazione
Ésti d’ hē prólēpsis énnoia physikḕ tôn kathólou (Chrýsippos ho Soleùs mnēmoneuómenos hypò toû Diogénous Laertíou en toîs Bíois kaì gnṓmais tôn en philosophíāi eudokimēsántōn, VII, 1, 54, 6).
Traduzione
L’anticipazione <prólēpsis> è una nozione naturale dei concetti universali (Crisippo di Soli citato da Diogene Laerzio in Vite e dottrine dei più celebri filosofi, VII, 1, 54, 6).
<Prólēpsis> è da intendersi come ‘preconcetto’ ossia “preliminare al concetto”. Si riferisce al “germoglio” di una concezione, ossia alla fase in cui una ‘rappresentazione’ (mentale) comincia a prendere forma nell’individuo. Epicuro * usa il termine con il significato di nozione generale (non dettagliata, non articolata). Il fondatore della scuola filosofica perpetuata nel suo nome, indica tre modalità tramite cui acquisiamo conoscenza della realtà.
Tre forme di approccio alla realtà
Il primo canale è quello della sensazione <aisthêsis> ed è quindi collegato a vista, olfatto, eccetera. La seconda via è quella della pre-concezione <prólēpsis> ed essa risulta da una preliminare elaborazione mentale. Il terzo input è costituito dai sentimenti <pathê>. Per la scuola epicurea – a differenza di molte altre correnti filosofiche – i sensi sono sempre portatori di verità. Infatti, quando siamo eventualmente ingannati dalle sensazioni, ciò accade non per un errore dei sensi, ma per una errata nostra valutazione dei segnali da essi provenienti.
Prolḗpseis
Veniamo nello specifico alle pre-concezioni <prolḗpseis> (plurale). Esse si formano giorno dopo giorno nella coscienza attraverso la stratificazione di esperienze empiriche. Facciamo il caso della espressione <gatto nero>. Associando ogni volta questa definizione al quadrupede scuro il cui miagolio impariamo presto a distinguere da cinguettii e muggiti, si forma in noi l’idea sommaria del <gatto nero>. Perciò, se qualcuno dice <gatto nero> sorge immediatamente in noi un preconcetto (una idea generica) del tipo di animale a cui il nostro interlocutore si riferisce. Naturalmente, se, dopo un secondo, colui con il quale dialoghiamo ci mostra una piccola scultura gialla di un gatto a sei zampe, dobbiamo repentinamente correggere il preconcetto e adeguarlo a quanto i nostri occhi constatano in quell’istante.

La nozione epicurea di <prólēpsis> (fra le parole P-Z della filosofia rock stoica) come ‘pre-conoscenza’ costituisce anche una soluzione per un paradosso affrontato da Platone * nel dialogo Menone. La questione è così posta: non si può imparare qualcosa di cui non si sa assolutamente nulla perché altrimenti non ci accorgeremmo nemmeno di aver imparato. È necessario avere una base di partenza per apprendere, in caso contrario l’apprendimento resterebbe sospeso nel nulla. Ecco: secondo questa teoria, le pre-concezioni sono le basi di cui l’apprendimento necessita.
Pathê e aisthḗseis
Siamo in ballo e terminiamo il discorso epicureo sulle tre forme di acquisizione della realtà circostante. I sentimenti <pathê> sono simili alle sensazioni <aisthḗseis>, ma anche diversi. Infatti, le sensazioni percepiscono la realtà esterna mentre i sentimenti percepiscono la nostra recezione interiore dei dati provenienti dal mondo. In sintesi, i sentimenti sono orientati dal piacere o dal dolore da noi esperiti nelle diverse circostanze. Sentimenti piacevoli sono il frutto di una elaborazione positiva dei dati sensoriali. Sentimenti dolorosi sono il frutto di una elaborazione negativa dei dati sensoriali.
Diogene
Diogene Laerzio * completa il ragionamento di Crisippo attribuendo ai sentimenti una funzione orientativa. Perseguiamo cose, persone o situazioni da cui sappiamo di poter ottenere piacere. Di converso, rifuggiamo ciò da cui sappiamo (tramite i sentimenti) di poter trarre dolore. E ciò spiegherebbe perché alcuni desiderano cose rifuggite da altri. I sentimenti sono soggettivi e, quindi, possono differire da individuo a individuo.
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Prónoia
(πρόνοια)
“Previsione”, conoscenza di fatti e cose prima del loro accadere, provvidenza (soprattutto nel pensiero stoico), preveggenza.
Riferimento in greco antico
Ὅτι δ᾽ ἡ κοινὴ φύσις καὶ ὁ κοινὸς τῆς φύσεως λόγος εἱμαρμένη καὶ πρόνοια καὶ Ζεύς ἐστιν, οὐδὲ τοὺς ἀντίποδας λέληθε· πανταχοῦ γὰρ ταῦτα θρυλεῖται ὑπ᾽ αὐτῶν (Πλούταρχος – Περί Στωικών εναντιωμάτων, ΛΔ, ε’, αν’, α’).
Traslitterazione
Hóti d’ hē koinḕ phýsis kaì ho koinòs tês phýseōs lógos heimarménē kaì prónoia kaì Zeús estin, oudè toùs antípodas lélēthe; pantachoû gàr taûta thryleîtai hyp’ autôn (Ploútarchos – De Stoicorum repugnantiis, XXXIV, 5, 1050, 1).
Traduzione
Che la natura <phýsis> universale e la ragione <lógos> universale della natura <phýseōs> siano il destino <heimarménē>, la provvidenza <prónoia> e Zeus, non è nascosto> neppure agli antipodi; ovunque infatti queste cose vengono ripetute da loro [dagli Stoici] (Plutarco – Sulle contraddizioni degli Stoici, XXXIV, 5, 1050, 1).
<Prónoia> è termine di enorme portata nel vocabolario filosofico. Infatti, se è possibile avere una ‘prescienza’ allora il futuro non è un divenire il cui costituirsi accade nel suo stesso svolgimento. La ‘preveggenza’ implicherebbe un evolversi del tempo sotto regole precise, non affidato alla casualità. Nel contesto greco-antico si tratta di un disegno ascrivibile alle divinità. Perciò, si tratta di “volontà divina” o di “divina provvidenza”.
Epitteto e Marco Aurelio
Epitteto * 1.6.1-2 attribuisce due qualità alla <prónoia> (fra le parole della filosofia rock stoica): chiarezza e gratitudine. Anche in Marco Aurelio * troviamo vari riferimenti alla provvidenza, per esempio in 12.1.
Stoicismo
Su questo tema, gli stoici sono in conflitto con gli Epicurei, per i quali l’intero universo è costituito dal continuo scontro e/o coesione fra miliardi di miliardi di atomi in casuale movimento. Lo Stoicismo, invece, fa riferimento al <lógos> come legge e natura stessa dell’intero creato. Il <lógos> permea e dirige ogni aspetto della realtà e tutto è sottostante a esso. Anche le divinità sono soggette al <lógos> e, per certi aspetti, sono loro stesse il <lógos>.
Marco Tullio Cicerone
Molte nozioni su questo argomento sono presenti nel secondo libro dell’opera De Natura Deorum di Marco Tullio Cicerone *. Nello scritto ciceroniano, un certo Quinto Lucilio Balbo espone la dottrina stoica della provvidenza da cui è generato il mondo. Inoltre, dalle stesse pagine, emerge una forza e preminenza della Natura insieme alla posizione predominante dell’uomo nel creato. Questo ruolo prioritario degli umani è conferito loro dagli dei.
Lucilio Balbo
Per dimostrare l’esistenza degli dei, il primo argomento a cui ricorre Cicerone – per bocca di Lucilio Balbo – è la incontestabile bellezza del creato. Tale splendore può trovare origine solo in una causa altrettanto bella e, quindi, divina. Il secondo argomento è la sensatezza di ogni cosa, la cui spiegazione può essere solo una sensatezza superiore a cui tutto si conforma. Gli dei governano il mondo e infondono in esso un senso preciso. Se non vediamo alcun senso è un nostro problema. Siamo noi, molto spesso, a non capire la logica divina. D’altro canto, se la capissimo sempre, saremmo a nostra volta divini e non umani.
Per gli stoici, Natura, Fato e Provvidenza sono praticamente sinonimi, interconnessi tutti con il concetto di <lógos> universale.
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Propáthos
(προπάθος)
“Reazione istintiva”, quindi uno stato emotivo primario, potenzialmente pericoloso se non sottoposto a supervisione e controllo.
Riferimento in greco antico
οὐκ ἐν τῷ προπαθεῖν ἐστι τὸ ἁμαρτάνειν, ἀλλ᾽ ἐν τῷ συγκατατίθεσθαι τῇ προπαθείᾳ (Ὠριγένης – Τῶν εἰς τὸ κατὰ Ματθαῖον εὐαγγέλιον ἐξηγητικῶν, Βιβλίον ΙΓ, κϛ’).
Traslitterazione
Ouk en tôi propatheîn esti tò hamartánein, all’ en tôi synkatatíthesthai têi propatheíāi (Ōrigénēs – Tôn eis tò katà Matthaîon euangélion exēgētikôn, XIII, 26).
Traduzione
Peccare <hamartánein> non consiste nel subire l’emozione involontaria <propatheîn>, ma nel dare assenso alla emozione involontaria <propatheíāi> (Origene – Commentario al Vangelo di Matteo, XIII, 26).
La parola <propáthos> [usiamo per comodità la forma neutra e non la forma nominale astratta femminile <propátheia>] consente qualche chiarimento su come vengono considerate le passioni <páthē> (emozioni, reazioni, sentimenti, ecc.) nella filosofia stoica. Persiste, infatti, l’equivoco per cui gli stoici rifiuterebbero ogni affetto o sentimento. Invece, ciò da loro effettivamente respinto è il dominio incontrollato sul soggetto da parte delle reazioni istintive o comunque di una sfera emotiva incontrollata. D’altro canto, se gli esseri umani non provassero nulla, nel loro cuore, sarebbero macchine, materia inerte, insomma qualcosa di molto lontano dall’ideale stoico.
Immediatezza senza filtri
Il termine <propáthos> (fra le parole P-Z della filosofia rock stoica) indica proprio la passione immediata, istintiva, priva di mediazioni. Essa è parte della natura umana, è automatica e non può essere evitata (se non in persone di notevole esperienza e saggezza), almeno nel suo sorgere contingente. Detto ciò, compete al soggetto dotato di raziocinio prendere immediatamente coscienza di ogni ‘passione’ appena sorge nell’animo. Egli deve oggettivarla, osservarla e valutarla con precisione. In questo modo, può comprenderne la natura, la sensatezza, la profondità e le conseguenze. A questo punto, il soggetto può dare assenso all’affezione sorta nel suo stesso animo oppure rifiutarla (se malevole, nociva, inopportuna) o anche gestirla, controllarla, modificarla.

La distinzione effettuata dagli stoici è fra <propáthos> ed <éupathos>. Quest’ultimo indica il sentimento buono, accettato, corretto, virtuoso e, quindi, conforme al <lógos>. Solo le impressioni e i moti dell’anima “giusti” consentono di raggiungere l’obbiettivo principale di questa scuola filosofica, cioè permettono la <apátheia> (imperturbabile tranquillità d’animo).
Buddhismo
Le nozioni stoiche di <páthos> e <apátheia> hanno punti in comune con le prime tre delle Quattro Nobili Verità del Buddhismo: la vita è sofferenza (dukkha); la sofferenza dipende da passioni e desideri (samudaya); bisogna pertanto rimuovere l’attaccamento alle futili cose mondane, alle persone e ai valori erronei (nirodha). La Quarta Nobile Verità è la ottuplice pratica spirituale (marga) per la cessazione del dolore.
Concetti simili sono presenti nel testo sacro induista Bhagavadgītā, a sua volta parte del grande poema epico Mahābhārata.
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Prosochḗ
(προσοχή)
“Attenzione”, atteggiamento mentale di costante diligenza, lucidità, attenzione e presenza, in una condizione di vigilanza priva di sforzo e fatica.
Riferimento in greco antico
Ὅταν ἀφῇς τὴν προσοχήν, μὴ δόκει ὅτι, ὅταν θέλῃς, ἀναλήψῃ αὐτήν (Ἐπίκτητος – Διατριβαί, Βιβλίον Δ, ιβ’, α’, α’).
Traslitterazione
Hótan aphêis tḕn prosochḗn, mḕ dókei hóti, hótan thélēis, analḗpsēi autḗn (Epíktētos – Diatribaí, IV, 12, 1, 1).
Traduzione
Quando abbandoni l’attenzione <prosochḗn>, non credere la riprenderai ogniqualvolta lo vorrai (Epitteto – Diatribe, IV, 12,1, 1 [il capitolo IV è intitolato proprio <Περὶ προσοχῆς>, ovvero Sull’attenzione]).
<Prosochḗ> significa ‘attenzione’, nel senso di ‘diligenza’, ‘presenza mentale’, ‘vigilanza’ e ‘cura di sé’. Nel quadro della nostra filosofia, questo termine greco antico riguarda il fondamentale atteggiamento stoico dell’accortezza, della precisione <akríbeia> e della sollecitudine. Si tratta di una vera e propria postura di base da adottare sempre nei confronti del mondo, degli altri e di sé stessi. Perciò, lo stoico sa di dover sempre tenere occhi e mente bene aperti, senza distrazioni e superficialità. Dunque, stiamo parlando di una persistente tensione <tónos> dello spirito, da non equivocare, però, con ansietà o trepidazione. Anzi, la continua sorveglianza qui auspicata deve essere espressione di menti solide, serene, curiose, aperte.
Attenzione, prontezza, presenza
<Prosochḗ> (fra le parole P-Z della filosofia rock stoica) significa ‘attenzione’, in una modalità paragonabile a una corda di violino pronta a essere suonata. La corda è tesa, ma non vibra, non stride, resta in attesa, pronta a reagire alle sollecitazioni dell’archetto.
Epitteto
Epitteto * dice: “l’anima è come un vaso colmo d’acqua. Le impressioni sono come raggi di luce su quell’acqua. Naturalmente, se agitiamo l’acqua, i raggi di luce appaiono agitarsi anch’essi, ma di fatto i raggi in quanto tali non sono toccati. Allo stesso modo, una persona soggetta a vertigine vede il mondo ruotargli intorno, ma solo illusoriamente. Sia nel caso dei raggi sia nel caso della vertigine, sono i nostri sensi a vedere movimenti in realtà inesistenti. Così, quando si acquieta la mente in cui risiedono i sensi, tutto ritorna a posto“.
Marco Aurelio
Marco Aurelio * 11.16 usa una volta la parola <prosochḗ> nei suoi Colloqui con sé stesso, quando riflette sul poco tempo a noi offerto dalla vita. Un tempo talmente breve, a parere dell’imperatore romano, da non poter (da non dover) essere sprecato in faccende stupide e insignificanti.
Grazie alla <prosochḗ>, chi conduce un’esistenza filosofica dovrebbe sempre essere cosciente di cosa fa e di dove si trova, così da assumere le giuste decisioni e i corretti comportamenti.
Attenzione alle piccole cose
Il livello di attenzione richiesto dalla nostra filosofia conduce a una presenza mentale comprendente anche aspetti su cui molti non si soffermano. Per esempio, l’andatura del passo di marcia in talune circostanze, il tono della voce in certe situazioni, il modo in cui si dorme e si mangia, come rivolgere lo sguardo o come tendere la mano per salutare, eccetera.
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Psychḗ
(ψυχή)
“Anima”, respiro vitale, soffio energetico di tipo primario, ombra calda esistenziale, elemento imprescindibile della natura umana.
Riferimento in greco antico
ψυχῆς ἐστι λόγος ἑαυτὸν αὔξων (Ἡράκλειτος ὁ Ἐφέσιος – Περὶ φύσεως, ΚΒ, ριε’ [παραδεδομένος ὑπὸ τοῦ Στοβαίου, Βιβλίον Γ, α’, ρπ’]).
Traslitterazione
Psychês esti lógos heautòn aúxōn (Hērákleitos ho Ephésios – Perì phýseōs, 22, 115 [paradedoménos hypò toû Stobaíou, III, 1, 180 ]).
Traduzione
È proprio dell’anima <psychês> un logos che accresce se stesso (Eraclito di Efeso – Sulla Natura, 22, 115 [tramandato da Stobeo, III, 1, 180]).
<Psychḗ> è ‘anima razionale’. Possiamo tradurre il termine anche con ‘spirito’, ‘sé’, ‘coscienza’, ‘mente’ (ognuno di questi lemmi presenta accezioni semantiche diverse). L’equivalente latino in Seneca* è <animus>, la parte intellettiva del soggetto.
Occorre velocemente ricordare il materialismo degli stoici e la conseguente loro convinzione al riguardo della sostanzialità fisica anche dell’anima. Non arrivano a quantificarne il peso in 21 grammi come fatto da Duncan MacDougall nel 1907, ma comunque, per loro l’anima è un elemento concreto.

Psychḗ e pneûma
In origine, la nozione di <psychḗ> è legata al respiro <pneûma>. Infatti, le prime ricorrenze del termine (per esempio, in Omero *) alludono a una materia simile al fiato e persistente dopo la morte dell’individuo, come un fantasma. Solo con lo sviluppo del pensiero filosofico (dopo i tempi di Omero), si comincia a usare la parola <psychḗ> per indicare il luogo nel soggetto in cui albergano pensieri ed emozioni.
Psychḗ e sôma
Nel quarto secolo prima di Cristo diventa normale usare il termine in opposizione a <sôma> cioè ‘corpo’.
Gradi diversi di anima
Per gli stoici, <psychḗ> è caratterizzata da una scala corrispondente a differenti stati di coscienza. Per esempio, una persona deceduta è una persona privata completamente della propria anima (grado zero). Invece, chi dorme o chi sviene è una persona deprivata solo di una parte di <psychḗ>.
Qualità diverse di anima
<Psychḗ> (fra le parole P-Z della filosofia rock stoica) è ‘anima razionale’. Se questa ‘anima’ è aggettivata (come, appunto, ‘razionale’) allora dobbiamo dedurre l’esistenza di altre anime aggettivate in altri modi (non razionali). In alternativa, dovremmo pensare a una sola anima, ma composta da parti differenti a cui si applicano aggettivi differenti. In effetti, sarebbe sufficiente ammettere una sola altra parte dell’anima e cioè una parte ‘irrazionale’.
Sigmund Freud
Come è noto, in psicologia (notare qui la derivazione del termine ‘psicologia’ proprio da <psychḗ>) abbondano teorie basate su differenti parti e/o funzioni della psiche. Una delle prime articolate teorie in tal senso è quella di Sigmund Freud, secondo il quale la psiche è composta da ‘id’, ‘ego’ e ‘superego’. Lo stesso Freud aveva precedentemente suddiviso la psiche in ‘conscio’, ‘preconscio’ e ‘inconscio’. In quest’ultima concezione, il ‘conscio’ contiene fatti di cui siamo consapevoli; il ‘preconscio’ riguarderebbe elementi in procinto di divenire consci; ‘inconscio’ è il luogo in cui risiede ciò di cui non siamo consapevoli.
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Qua (latino del greco <hêi>)
(ᾗ)
“In quanto”, espressione in sé generica, ma il cui rilievo filosofico si mostra quando diciamo, per esempio, “L’Essere in quanto Essere”.
Riferimento in latino
Nos ad iustitiam esse natos, neque opinione sed natura constitutum esse ius, qua patet hominibus inter se societatem coniunctiomemque esse (Marcus Tullius Cicero – De Legibus, I, 28).
Traduzione
Noi siamo nati per la giustizia, e il diritto è stato stabilito non sulla base di opinioni arbitrarie, ma dalla natura stessa, in quanto è evidente che tra gli uomini vi sia una società e una mutua interconnessione (Marco Tullio Cicerone – Le Leggi, I, 28).
<Qua> è l’equivalente latino di “in quanto”. L’espressione latina di riferimento è <ens qua ens> (l’ente in quanto ente) il cui corrispettivo greco antico è <òv ᾗ ὄν> traslitterato in <òn hêi òn>. Questa espressione è ben conosciuta dagli studiosi di filosofia perché Aristotele * la usa diverse volte nel parlare del suo lavoro da noi conosciuto come Metafisica. Diciamo “da noi conosciuto come Metafisica” perché il filosofo di Stagira non ricorre mai alla parola ‘metafisica’ e usa molteplici altre espressioni per riferirsi alla materia del suo studio. Una di tali espressioni è, appunto, “lo studio dell’Essere in quanto Essere”. Un’altra è “prima filosofia”. Ma egli usa anche parole come ‘sapienza’ e ‘teologia’ (apice della conoscenza).
Esempio del colore
Noi possiamo dire “in quanto” oppure “per quanto” o anche “sotto l’aspetto di” o “proprio come”. Quindi, una frase come <studium coloris qua color> deve essere tradotta “lo studio del colore <in quanto> colore” oppure “lo studio del colore <per quanto> esso è colore” o “lo studio del colore <proprio come> colore” e significherebbe “studiare esattamente la natura stessa del colore”, “studiare l’essenza propria del colore”.
Gli studi sull’essere
Il latino <qua> [in greco <ᾗ> traslitterato in <hêi>] (fra le parole P-Z della filosofia rock stoica) significa “in quanto”. Perciò possiamo considerare il lavoro sopra citato di Aristotele come uno studio sull’essenza dell’Essere, sulla natura propria dell’Essere, insomma sull’Essere in quanto Essere. Si tratta di capire cosa è universalmente dicibile dell’Essere, cosa riguarda ogni Essere, cosa significa veramente, in fondo, in ultima istanza, Essere. Ecco perché l’analisi aristotelica dell’Essere in quanto essere chiama in causa alcune caratteristiche dell’Essere: Essere come categorie, Essere come accidente, Essere come vero, Essere come atto e potenza.
Aristotele
Diverse sono le questioni affrontate da Aristotele in Metafisica. Cosa è l’esistere? Che tipi di cose esistono? Come fanno le cose a continuare le loro esistenze nonostante i loro continui cambiamenti? In tutta la sua ricerca, egli cerca di scavare sempre più a fondo, verso l’essenziale (appunto), andando oltre le contingenze e le particolarità. Ricordiamo una cosa: ai suoi tempi erano alquanto in voga le tesi sull’Essere di Eraclito * e di Parmenide *, con la prima focalizzata sul cambiamento e la seconda centrata sulla permanenza.
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Rhētorikḗ
(ῥητορική)
“Arte del discorso”, con forte accento sulla capacità di convincere l’uditorio e non necessariamente di affermare il vero.
Riferimento in greco antico
Ἡ ῥητορική ἐστιν ἀντίστροφος τῇ διαλεκτικῇ (Ἀριστοτέλης – Ῥητορική, Βιβλίον Α, α’, τνδ’ α’, α’).
Traslitterazione
Hē rhētorikḗ estin antístrophos têi dialektikêi (Aristotélēs – Rhētorikḗ, I, 1, 1354 a, 1).
Traduzione
La retorica <rhētorikḗ> è reciproca alla dialettica (Aristotele – Retorica, I, 1, 1354 a, 1).
<Rhētorikḗ> è “arte del discorso”. Probabilmente, questa parola entra in uso nella cerchia di Socrate * nel quinto secolo prima di Cristo. Poi fa la sua comparsa nel dialogo Gorgia di Platone *, scritto intorno al 385 prima di Cristo.
<Rhētorikḗ> indica l’arte di parlare in pubblico la cui affermazione risale proprio alla antica Grecia negli stessi tempi in cui fiorisce pure il pensiero filosofico. Inevitabile il duro contrasto fra retori e filosofi. La retorica mira a convincere (non importa di cosa) qualsiasi uditorio con qualsiasi espediente mentre la filosofia cerca la verità al di là di ogni apparenza, di illusione e di credenza.
Potere della parola
L’arte del discorso, comunque, risulta utile e prende piede nelle assemblee deliberative, nelle corti di giustizia e in molti altri contesti. Nasce una attenzione specifica verso il potere della parola e della sua capacità di persuadere gli ascoltatori.

In Gorgia, Socrate chiede al retore Gorgia * di illustrare la vera natura della retorica: “Caro Gorgia, perché non ci dici tu stesso in quale arte sei esperto e perciò come dovremmo noi definirti?“. Poi, come suo costume, Socrate non concede tregua al pur abile parlatore e lo incalza su vari argomenti connessi all’arte del discorso. Emerge molto presto l’opinione socratica: sebbene la retorica abbia tutto il potenziale per essere corretta e informativa, in realtà si riduce a un modo per raggirare e sedurre l’interlocutore. Per far ciò, la retorica adotta anche lo stratagemma di far sentire l’ascoltatore importante nel momento in cui egli si identifica con l’astuto e apparentemente corretto ragionamento del retore.
Arte della parola
<Rhētorikḗ> (fra le parole P-Z della filosofia rock stoica) è “arte del discorso”. Pertanto, è un’arte. Un’arte niente affatto facile. Richiede molteplici qualità e un addestramento piuttosto impegnativo. Tuttavia, le qualità e la fatica richieste dalla pratica della retorica non sono propriamente ‘nobili’ visto il prevalente uso ‘ingannevole’ e non esattamente benevolo. Anzi, secondo molti, la retorica non si limita a trascurare o ignorare la verità, ma si propone proprio – scientemente – di aggirarla, coprirla, nasconderla. Da questo aspetto nasce la guerra intellettuale dei filosofi contro i retori. Non può essere altrimenti: i veri filosofi sono disposti a morire per la verità mentre i retori quasi considerano la verità una scocciatura, un ostacolo, un impedimento.
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Sophós
(σοφός)
“Saggio”, con specifico riferimento a una persona dotata di virtù, serena, pacificata, attenta, presente, e – come tale – riconosciuta dagli altri.
Riferimento in greco antico
οὗτος μὲν οἴεταί τι εἰδέναι οὐκ εἰδώς, ἐγὼ δέ, ὥσπερ οὖν οὐκ οἶδα, οὐδὲ οἴομαι· ἔοικα γοῦν τούτου γε σμικρῷ τινι τούτῳ σοφώτερος εἶναι, ὅτι ἃ μὴ οἶδα οὐδὲ οἴομαι εἰδέναι (Πλάτων – Ἀπολογία Σωκράτους, Θ, κα’ δ’, ϛ’).
Traslitterazione
Oûtos mèn oíetaí ti eidénai ouk eidṓs, egṑ dé, hṓsper oûn ouk oîda, oudè oíomai; éoika goûn toútou ge smikrôi tini toútōi sophṓteros eînai, hóti hà mḕ oîda oudè oíomai eidénai (Plátōn – Apología Sōkrátous, IX, 21 d, 6).
Traduzione
Costui crede di sapere qualcosa mentre non sa, io invece, come d’altra parte non so, nemmeno credo di sapere; sembra insomma che io sia più sapiente <sophṓteros> di lui proprio per questa piccola cosa: che ciò che non so, nemmeno credo di saperlo (Platone – Apologia di Socrate, IX, 21 d, 6).
<Sophós> è ‘saggio’ e <sophía – σοφία> è ‘saggezza’. La parola greco-antica <sophós> indica, quindi, una persona ‘sapiente’, ‘virtuosa’, dotata delle qualità definite dal termine <phrónēsis – φρόνησις>.
In campo etico, la desiderabile condizione di <sophós> rappresenta il punto di arrivo ideale degli stoici. Infatti, tutto il loro processo di addestramento <áskēsis – ἄσκησις> alla giusta forma di esistenza ha, in ultima istanza, l’obbiettivo di condurre alla saggezza, alla sapienza, alla massima virtù, <aretḗ – ἀρετή>.
Saggezza come allineamento alla Natura
Ricordiamo: la virtù è una volontà sempre perfettamente allineata alla Natura <phýsis>, sempre in armonia con il naturale corso dell’universo. Quindi, il <sophós> è chi conduce una esistenza in pieno accordo con i ritmi e le dinamiche del creato. Conseguentemente, il <sophós> è scevro da tensioni, conflitti, frizioni, contrasti e incongruenze rispetto all’ordine supremo delle cose.
Difficoltà dell’impresa
Inutile dire quanto il traguardo <télos> della saggezza sia difficilissimo da conseguire, Gli stessi Stoici dubitano dell’esistenza di esseri umani capaci di conseguirlo pienamente e durevolmente. Certamente grandi maestri come Socrate * oppure Diogene il Cinico * si sono avvicinati molto a questo livello supremo. Ma a distanza di così tanto tempo le loro figure sono state anche mitizzate e idealizzate.

<Sophós> (fra le parole P-Z della filosofia rock stoica) è ‘saggio’. Perciò, sarebbe importante definire accuratamente la saggezza per assegnare il titolo di ‘saggio’ a ragion veduta. Limitarsi a parlare di una completa consonanza con la Natura potrebbe sembrare non sufficiente. Tuttavia, una vita perfettamente conforme alla Natura è già qualcosa di enorme da raggiungere. Soprattutto quando si considera il percorso effettuato per millenni dall’umanità proprio in allontanamento dalla Natura, manipolando quest’ultima, asservendola, umiliandola, disconoscendola.
Distanza umana dalla Natura
La mente, il ragionamento e la logica hanno preso il sopravvento su qualità molto più naturali come istinto, sensazioni e intuizioni. Riportare la Natura in noi è quasi impossibile. Chi ci riesce ne ricava una ricompensa assoluta, perché il riallineamento con l’energia e la forza del Tutto spalanca prospettive straordinarie.
Stoicismo
Per gli Stoici, il <sophós> è praticamente immune da ogni possibile disgrazia, per il fatto stesso di non considerare nulla una ‘disgrazia’. Quindi, se gli cade in testa un albero e resta paralizzato il ‘sapiente’ (il vero, altissimo, sapiente) sa accettare questo evento come qualcosa di inscritto nell’ordine delle cose. E se non sa il perché di questo evento sa comunque attribuirsi la colpa di non sapere il perché di questo evento, in quanto sa almeno, egli stesso, di essere solo un ignorante.
Saper di non sapere
Rammentiamo qui un ‘asset’ socratico basilare: saper di non sapere. Pertanto, ogni fatto il cui accadere è normalmente considerato una disgrazia (malattia, indigenza, riprovazione da parte degli altri, morte) non tocca il <sophós>. Egualmente, il sapiente non si rallegra di fatti generalmente approvati dagli altri, come ricchezza, fama, potere.
In un certo senso, fanno eccezione, rispetto a questo atteggiamento massimamente indifferente, l’ignoranza e la conoscenza.
Sapere come cura di sé
Lo stoico soffre (ben più dell’ignoranza altrui) la propria ignoranza perché intuisce di dover raggiungere un elevato grado di sapere per sottrarsi alle convenzioni più illusorie e ingannevoli. Non dimentichiamo l’etimologia della parola ‘filosofia’: amore per la sapienza <sophía>. In questa parola c’è la tensione verso la conoscenza, il desiderio di conseguire la conoscenza, pur nella consapevolezza di non poterla mai raggiungere pienamente. Concludendo, il <sophós> è una sorta di figura ideale, irraggiungibile. Ma come dice il proverbio: bisogna puntare alla luna per raggiungere almeno la cima dell’albero.
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Sōphrosýnē
(σωφροσύνη)
“Temperanza”, una delle quattro più importanti qualità di un individuo, insieme a coraggio <andreia>, giustizia <dikaiosyne> e saggezza <sophia>.
Riferimento in greco antico
κόσμος πού τις ἡ σωφροσύνη ἐστὶ καὶ ἡδονῶν τινων καὶ ἐπιθυμιῶν ἐγκράτεια (Πλάτων – Πολιτεία, Βιβλίον Δ, υλ’ ε’, ια’).
Traslitterazione
Kósmos poú tis hē sōphrosýnē estì kaì hēdonôn tinōn kaì epithymiôn enkráteia (Plátōn – Politeía, IV, 430 e, 11).
Traduzione
La temperanza <sōphrosýnē> è in un certo modo un ordine <Kósmos>, un controllo <enkráteia> di determinati piaceri e desideri (Platone – Repubblica, IV, 430 e, 11).
<Sōphrosýnē> è ‘temperanza’, ‘sobrietà’, ‘moderazione’. Secondo il pensiero filosofico antico, a cui facciamo riferimento, si tratta di una delle quattro virtù cardinali. Le altre tre sono: <andreía> (coraggio), <dikaiosýnē> (giustizia) e la qualità del <sophós> ossia <sōphrosýnē> (saggezza).
Carmide
<Sōphrosýnē> (fra le parole P-Z della filosofia rock stoica) è ‘temperanza’, il tema principale del dialogo platonico Carmide. Il testo (considerato giovanile) di Platone * è aporetico (cioè non conduce a una soluzione certa) ed areteico (cioè si occupa di <aretè>, la virtù). Infatti, in Carmide vengono valutate diverse definizioni di virtù senza giungere a una decisione finale univoca. Emerge, tuttavia, con una certa preponderanza, la necessità per il virtuoso di avere una purezza morale comportante alcune cristalline ricadute comportamentali.
Cratilo e Fedro
In un altro dialogo platonico, Cratilo è presente una descrizione di <sōphrosýnē> quale ‘sanità morale’ .
Infine, in un terzo libro di Platone, Fedro, la virtù chiamata <sōphrosýnē> è intesa come elemento di mediazione fra le componenti appetitive (volitive in senso materiale) e quelle spirituali dell’individuo.

Anche Zenone di Cizio * considera <sōphrosýnē> una delle quattro principali caratteristiche di un’autentica esistenza filosofica. Per molti esponenti dello Stoicismo quali Gaio Musonio Rufo *, Seneca *, Epitteto * e anche per Marco Aurelio * la funzione principale di <sōphrosýnē> è limitare, contenere e controllare le appetizioni umane.
Marco Tullio Cicerone
Marco Tullio Cicerone * prende in considerazione quattro parole latine per tradurre appropriatamente <sōphrosýnē>: <temperantia> (temperanza), <moderatio> (moderazione), <modestia> (modestia) e <frugalitas> (frugalità). In generale, pur in presenza di alcune differenze e sfumature, i vari termini fanno tutti riferimento a un atteggiamento misurato, composto, cauto, distaccato, capace di smussare e di mediare.
Tematiche notevolmente connesse a <sōphrosýnē> sono prominenti in opere di Eschilo, Sofocle ed Euripide. Citiamo, in particolare, la tragedia Ippolito di Euripide in cui la virtù è rappresentata dalla dea Artemide e trova la sua personificazione proprio nel protagonista Ippolito.
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Sympátheia
(συμπάθεια)
“Affinità”, accordo, consonanza, vicinanza, mutua interdipendenza, vibrazione all’unisono.
Riferimento in greco antico
κατὰ γὰρ τὴν τῶν οὐρανίων πρὸς τὰ ἐπίγεια συμπάθειαν ὁ κόσμος σύμπνους ἐστὶν ἑαυτῷ (Σέξτος Ἐμπειρικός – Πρὸς μαθηματικούς, Βιβλίον Θ ριθ’).
Traslitterazione
Katà gàr tḕn tôn ouraníōn pròs tà epígeia sympátheian ho kósmos sýmpnous estìn heautôi (Séxtos Empeirikós – Pròs mathēmatikoús, IX, 119).
Traduzione
In virtù della simpatia <sympátheian> delle cose celesti verso quelle terrestri, il cosmo <kósmos> respira tutto insieme in concordanza con se stesso (Sesto Empirico – Adversus Mathematicos, IX, 119).
<Sympátheia> è ‘affinità’. Altri termini adeguati a esprimere questo concetto sono: ‘accordo’, ‘consonanza’, ‘simpatia’, ‘vicinanza’, ‘mutua interdipendenza’, ‘interesse’, ‘comprensione’.
Plotino
La nozione di <sympátheia> è piuttosto importante nel pensiero di Plotino *. Come è noto, l’autore di Enneadi elabora alcune tesi di Platone * – in particolare quelle contenute in Timeo – e anche diverse nozioni dello Stoicismo. Tuttavia, Plotino si smarca da certe dottrine stoiche, per esempio dal “fisicalismo”. Infatti, per il filosofo di Licopoli <sympátheia> è la consonanza totale di una realtà essenzialmente incorporea. Per esempio, attribuisce proprio a <sympátheia> la connessione fra loro di fenomeni spazialmente distanti. Secondo lui, tutto è interconnesso in virtù dell’appartenenza a una sola anima universale. E ci sono ambiti in cui ciò appare molto evidente: influenze astrali, magia, divinazione, preghiere, percezioni.

In Colloqui con sé stesso *, Marco Aurelio *fornisce istruzioni per tenere in mente le idee più importanti: “riflettere spesso sulle interconnessioni e mutue dipendenze fra tutte le cose dell’universo”. La gran parte del pensiero stoico poggia su questa nozione di una tessitura unica e universale con cui ogni cosa si collega a tutte le altre.
Marco Aurelio
L’imperatore romano e filosofo stoico è convinto dell’importanza di una corretta interpretazione di <sympátheia> perché se tutti capiscono di essere connessi agli altri, ne può conseguire maggiore rispetto reciproco e concordia. Se poi gli umani comprendono di essere connessi non solo fra loro ma pure con le pietre, le piante, la pioggia, gli insetti e gli altri animali, allora la consonanza diventa assoluta. “L’universo ha generato creature senzienti per i loro vantaggi reciproci, con un occhio alla cooperazione e mai al danneggiamento“.
<Sympátheia> (fra le parole P-Z della filosofia rock stoica) è “affinità”. Quando gli altri soffrono, anche noi soffriamo. Quando il mondo soffre, anche noi soffriamo. Marco Aurelio dice: “se qualcosa fa male all’alveare allora fa male all’ape“.
Stoicismo
Lo Stoicismo considera ogni cosa come componente di un immenso, unico, organismo. Tutto condivide la medesima sostanza. Tutti respirano la stessa aria. E naturalmente discendiamo tutti dalla medesima catena evolutiva, indipendentemente da etnie, luoghi di nascita, culture, ricchezze e stato di salute.
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Synkatáthesis
(συγκατάθεσις)
“Assenso”, inteso come accettazione interiore (assenso a sé stessi), dei dati elaborati da corpo e mente, per poter intraprendere un’azione.
Riferimento in greco antico
ὁ γὰρ σκεπτικὸς οὐκ ἀναιρεῖ τὰς κατὰ φαντασίαν κατὰ τὸ προφανὲς παθολογίας, ἀλλὰ μόνον τὴν συγκατάθεσιν τῶν ἀδήλων ἀναιρεῖ (Σέξτος Ἐμπειρικός – Πυρρώνειοι ὑποτυπώσεις, Βιβλίον Α, ι’, ιθ’).
Traslitterazione
Ho gàr skeptikòs ouk anaireî tàs katà phantasían katà tò prophanès pathologías, allà mónon tḕn synkatáthesin tôn adḗlōn anaireî (Séxtos Empeirikós – Pyrrhṓneioi hypotypṓseis, I, 10, 19).
Traduzione
Lo scettico, infatti, non distrugge le impressioni passive che derivano dalle rappresentazioni <phantasían> evidenti, ma elimina soltanto l’assenso <synkatáthesin> dato alle cose oscure (Sesto Empirico – Lineamenti pirroniani, I, 10, 19).
<Synkatáthesis> è ‘assenso’, inteso come recezione interiore delle percezioni processate dai sensi e dalla mente. Nello Stoicismo, quindi, si tratta di un’approvazione delle sensazioni e delle istanze raccolte dinanzi a un oggetto, un evento, un fenomeno, così da poter fornire una reazione adeguata..
Nello specifico, <synkatáthesis> è il terzo livello di coerenza e consequenzialità nel processo volizione/valutazione o rifiuto/giudizio. Infatti, è parte di una sequenza il cui scopo è di consentirci un modo giusto di affrontare la realtà.
Dinamica in tre step
Il primo step della sequenza è <aísthēsis> risultante dalla attivazione dei nostri sensi. Per esempio, se un sasso ci colpisce al volto i nostri sensi si attivano immediatamente e producono una serie di stimoli di varia natura (dolore, allerta, produzione di adrenalina, eccetera).

Il secondo grado è <phantasía> consistente nella creazione delle rappresentazioni con cui è possibile il passaggio dall’apparato sensoriale all’anima (alla mente). Per esempio, mentre <aísthēsis> ci fornisce le sensazioni di dolore (urto, bruciore, stordimento, ecc.) , <phantasía> ci fornisce l’idea di un oggetto in collisione con il nostro volto, forse non molto grande, probabilmente di forma irregolare, giunto con una certa velocità e da una certa angolazione.
Attenzione, le <phantasíai> sono prodotte non solo da fatti e oggetti esterni ma anche da condizioni interiori (predisposizioni, processi organici, malfunzionamenti e molto altro). Comunque, sia il primo livello (estetico/sensoriale) sia il secondo livello (rappresentativo) sono essenzialmente passivi. In altre parole, non è chiamata in causa la nostra libertà di scelta.
Al terzo step synkatáthesis
Al terzo livello troviamo ciò di cui ci stiamo occupando, cioè <synkatáthesis>. È una sorta di <lógos> allocato dentro noi stessi (un riflesso del <lógos> universale) preposto al compito di dare assenso (o rifiutarlo oppure magari sospendere il giudizio) alle rappresentazioni del secondo ‘step‘. Continuando nell’esempio del sasso al volto, il <lógos> interiore <synkatáthesis> potrebbe decidere di respingere la rappresentazione di un sasso non molto grande, di forma irregolare, eccetera. Tale rifiuto della rappresentazione formatasi in noi rapidamente e automaticamente potrebbe dipendere da molte esperienze analoghe in cui abbiamo, poi, verificato non trattarsi affatto di un sasso ma di un grosso insetto.
Peculiarità di synkatáthesis
Come è evidente, questo terzo livello implica una certa libertà individuale sottraendosi alle istintualità dei primi due. Non si tratta di una libertà assoluta, in quanto la terza fase del processo è ovviamente legata alla seconda (la quale è, a sua volta, legata alla prima), ma comunque c’è un margine di decisione da parte del soggetto.
Condizionamenti di synkatáthesis
<Synkatáthesis> (fra le parole P-Z della filosofia rock stoica) è ‘assenso’. Ma come si è appena argomentato, si tratta di un assenso interiore non completamente libero. Infatti, potremmo valutare di essere stati colpiti al volto da un calabrone e non da una pietra, ma non potremmo mai giungere alla conclusione di essere stati colpiti da una leggerissima ala di farfalla. Se propendessimo per l’idea della farfalla ciò dipenderebbe da follia, malattia, stato di grave alterazione psico-fisica o allucinazioni.
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Téchnē
(τέχνη)
“Competenza pratica”, capacità, ‘expertise’, tecnica, abilità, mestiere, arte materiale, sapienza pratica.
Riferimento in greco antico
γίγνεται δὲ τέχνη ὅταν ἐκ πολλῶν τῆς ἐμπειρίας ἐννοημάτων μία καθόλου γένηται περὶ τῶν ὁμοίων ὑπόληψις (Ἀριστοτέλης – Μετὰ τὰ φυσικά, Βιβλίον Α, α’, ϡπα’ α’, ε’).
Traslitterazione
Gígnetai dè téchnē hótan ek pollôn tês empeirías ennoēmátōn mía kathólou génētai perì tôn homoíōn hypólēpsis (Aristotélēs – Metà tà physiká, I, 1, 981 a, 5-7).
Traduzione
L’arte <téchnē> si genera quando, da molte osservazioni dell’esperienza, si forma un unico giudizio <hypólēpsis> universale riferito a casi simili (Aristotele – Metafisica, I, 1, 981 a, 5-7).
<Téchnē> è “competenza pratica”. Nella filosofia dell’antica Grecia questa parola designa ‘abilità’, ‘capacità’, ‘mestiere’, ‘arte materiale’.
Marco Aurelio *11.5 afferma: “la nostra <téchnē> consiste nell’essere buoni esseri umani“. La frase dell’imperatore romano è ben più profonda di quanto si possa ritenere a prima vista. Egli non dice, per esempio, “la nostra finalità consiste nell’essere buoni esseri umani”. Marco Aurelio usa il termine <téchnē>, un termine collocato in ambito pratico. Vuole dire: dobbiamo essere buoni nella pratica, nella vita materiale, fattivamente (non solo nelle intenzioni e nelle parole).
Téchnē ed epistḗmē
C’è differenza fra la parola <téchnē> e la parola <epistḗmē> poiché si riferiscono a due ambiti diversi anche se non privi di punti di contatto. Il contatto è rappresentato dall’area concettuale della ‘conoscenza’, comune a entrambi i termini. E, infatti, Platone * talvolta usa i due idiomi in modo intercambiabile mentre altre volte sembra distinguerli abbastanza marcatamente. Quando usati in senso piuttosto ampio e generale, i due termini significano egualmente ‘conoscenza’. Invece, in discorsi più specifici, le differenze fra “conoscenza teorica” <epistḗmē> e “competenza pratica” <téchnē> emergono nettamente. Per esempio, Aristotele * usa le due parole in modo diversificato.

Senza dubbio, <téchnē> implica aspetti più pratici e fattuali: come fare qualcosa con perizia e accuratezza. Viceversa, <epistḗmē> implica questioni maggiormente teoriche: cosa significa un concetto e con quali conseguenze.
<Téchnē> è “competenza pratica”. Per gli antichi greci, la parola indica anche le arti meccaniche, comprese medicina e musica.
Retaggio greco-antico
L’aforisma inglese “gentlemen don’t work with their hands” (i gentiluomini non lavorano usando le mani) trae origine proprio da una concezione in voga nella antica Grecia. Le operazioni manuali sono destinate alle classi inferiori mentre le classi superiori possono occuparsi delle arti liberali destinate agli uomini liberi. Tuttavia, come sempre accade con le parole, i significati e le implicazioni possono mutare a seconda dei contesti e dei tempi storici.
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Télos
(τέλος)
“Obbiettivo”, traguardo, scopo, fine, meta conclusiva, approdo finale, punto di arrivo.
Riferimento in greco antico
ἡ δὲ φύσις τέλος ἐστὶ καὶ οὗ ἕνεκα (Ἀριστοτέλης – Φυσικὴ ἀκρόασις, Βιβλίον Β, β’, ρϙδ’ α’, κη’).
Traslitterazione
Hē dè phýsis télos estì kaì hoû héneka (Aristotélēs – Physikḕ akróasis, II, 2, 194 a, 28).
Traduzione
La natura <phýsis> infatti è il fine <télos> e lo scopo <héneka> (Aristotele – Fisica, II, 2, 194 a, 28).
<Télos> è ‘fine’, ‘obbiettivo’. Nel quadro della nostra filosofia, questo termine indica “il traguardo”, “il punto conclusivo” degli studi, dell’addestramento, del processo formativo, dell’esistenza intera. Aristotele * sostiene fortemente l’idea di un punto d’arrivo di ogni cosa e chiama, appunto, <télos> questo ‘fine’.
Aristotele
La parola significa pure ‘intento’, ‘destinazione’, ‘approdo’. Tuttavia Aristotele la usa in un modo molto specifico. Il filosofo di Stagira, il cui stesso nome deriva dall’unione di <ἄριστος – áristos> (migliore) e <τέλος – telos> (fine) fa riferimento soprattutto al <télos> insito dall’origine in ogni cosa. Ritiene, infatti, ogni elemento del creato provvisto di un proprio obbiettivo a cui esso stesso è inevitabilmente destinato. Si tratta della ragione stessa per cui ogni cosa esiste.
Entelécheia
La parola <télos> è contenuta nell’espressione aristotelica <entelécheia>, traducibile come “ciò grazie a cui diventa attuale quanto resterebbe solo potenziale”. L’idea di <entelécheia> (una forza, una energia, un ‘drive‘) è connessa alla differenziazione aristotelica fra ‘materia’ e ‘forma’, fra ‘potenza’ e ‘atto’.
James Hillman
In qualche modo, il concetto è stato recentemente ripreso in chiave psicoanalitica da James Hillman. Nasciamo tutti con una funzione da assolvere: se la individuiamo e la compiamo siamo pienamente realizzati.
Forse aveva in mente qualcosa del genere il poeta Dylan Thomas quando scrisse “La forza che dalla verde miccia spinge il fiore“.
Télos dentro noi
In ogni cosa è inscritto un destino. In ognuno di noi c’è il seme di quanto deve successivamente compiersi. Il seme di una quercia, nella sua originaria piccolezza, contiene già tutte le informazioni necessarie e sufficienti al successivo sviluppo di un albero grosso, alto, duraturo. Pertanto, il <télos> della quercia è di seguire le istruzioni contenute nel proprio seme. Così come il <télos> di un uovo è diventare pulcino e poi gallina. Insomma, il compito è semplice e soprattutto chiaro.
Destino e scelta
Ma noi non possiamo cavarcela con la stessa semplice traiettoria di un seme o di un uovo. Noi siamo dotati di una mente complessa con cui si origina una libertà di scelta <eleuthería> molto più ampia di quelle concesse a semi e uova. La sciagura per noi è di avere una mente più elaborata degli altri esseri viventi, ma non al punto da evitarci l’errore <apotinchánō>. Così la libertà di scelta si traduce per noi in una libertà di sbagliare, una libertà di uscire dal giusto cammino, una libertà di deviare.
Margini di libertà
La quercia ha pochissimi margini per svincolarsi dal percorso a cui è destinata. Inoltre, tali margini dipendono non da lei ma da circostanze esterne (abbondanza o meno di acqua, presenza o meno di luce solare nel punto in cui è caduto il seme, arrivo di esseri umani intenzionati a costruire un edificio proprio in quel posto, eccetera). I nostri margini sono certamente più ampi perché ci sono molte cose nella nostra disponibilità <eph’ hēmîn>.

<Télos> è ‘scopo’, ‘fine’. L’esistenza necessita di ‘scopo’. Tutti noi ne abbiamo uno (o dovremmo). Ma proprio la elaboratezza della nostra mente (unita alla montagna di ‘spazzatura’ di cui la riempiamo) ci offusca la vista – e il cuore – non facendoci vedere il nostro scopo. Non a caso sono soprattutto i bambini (la cui mente non si è ancora irrimediabilmente contaminata) a saper bene cosa vogliono fare. Ci sono bambini, per esempio, la cui lucidità e determinazione su cosa vogliono compiere da grandi lascia allibiti.
L’uomo contro il proprio télos
Purtroppo, per gli umani la faccenda non si limita alla generale incapacità di riconoscere il proprio destino, il proprio scopo, il motivo della propria esistenza, Non di rado, gli umani agiscono addirittura contro il proprio fine, contro la propria indole, contro le proprie inclinazioni personali. Ciò, per esempio, non accade agli animali. Un lupo non può scegliere di diventare agnello.
Possiamo scegliere le reazioni a eventi su cui non possiamo esercitare scelte
Naturalmente, la questione della “scelta consapevole” <prohaíresis> è fondamentale per la filosofia (e per la teologia). La questione umana, in fondo, può essere ridotta a questo aspetto. Tutti noi possiamo sempre scegliere la nostra reazione agli eventi. Possiamo soprattutto scegliere la reazione non immediata, non a caldo. Scopo della filosofia a cui qui facciamo riferimento, comunque, è di giungere a un tale livello di autocontrollo da poter scegliere pure come reagire nell’immediatezza di una circostanza capace di destare istinti primordiali. È solo questione di allenamento <askesis> e di forza di volontà (anche essa, comunque, dipendente dall’addestramento).
Importanza dell’addestramento filosofico
Si rigetta, pertanto, ogni argomentazione del tipo “mi dispiace, io reagisco così perché son fatto così”. Data la possibilità di uscire dal seminato (rispetto alla obbligatorietà a cui sono soggetti semi e uova) la medesima possibilità può essere richiamata anche per rimettersi in carreggiata, recuperando il proprio scopo, la propria più autentica natura, la propria vocazione.
Brano suggerito: “Target” – Tommy Lee Sparta (2018) -> ASCOLTA SU YOUTUBE
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Theós
(θεός)
“Dio”, divinità, potenza assoluta, principio universale, ordine del creato, entità superiore, logica regolatrice e onnicomprensiva.
Riferimento in greco antico
καὶ περιέχειν ἅπαντα καὶ πάντα κυβερνᾶν· καὶ τοῦτο εἶναι τὸ θεῖον· ἀθάνατον γὰρ καὶ ἀνώλεθρον (Ἀναξίμανδρος μνημονευόμενος ὑπὸ τοῦ Ἀριστοτέλους ἐν τῇ Φυσικῇ ἀκροάσει, Γ, δ’, σγ’ β’, ι’).
Traslitterazione
Kaì periéchein hápanta kaì pánta kybernân; kaì toûto eînai tò theîon; athánaton gàr kaì anṓlethron (Anaxímandros mnēmoneuómenos hypò toû Aristotélous en têi Physikêi akroásei, III, 4, 210 b, 10-12).
Traduzione
[Il principio] abbraccia ogni cosa e governa ogni cosa; e questo è il divino <theîon>; esso è infatti immortale e indistruttibile (Anassimandro citato da Aristotele in Fisica, III, 4, 203 b, 10-12).
<Theós> è ‘dio’. Questa parola della Grecia antica è traducibile anche come ‘divinità’. Il termine fa riferimento a una entità in possesso di poteri supremi con i quali conferisce un ordine all’universo. La medesima entità attribuisce agli esseri umani la loro ragione <lógos> e la loro libertà di scelta consapevole <prohaíresis>.
Asperità della teologia
Naturalmente, una entità connessa a tali poteri costituisce una questione filosofica (teologica) complessa. Essa si presenta come talmente “altra” rispetto alla natura umana da risultare inafferrabile e ineffabile. La si può solo intuire e la si può solo definire in modo apofatico. Comunque, non è questa la sede per affrontare le implicazioni riguardanti il concetto di ‘dio’. Qui ci basta riferire il termine <theós> al ‘principio ultimo’, alla ‘legge suprema’, alla ‘energia universale’, alla ‘causa del tutto’.

C’è qualcosa oltre le molecole, oltre gli atomi, oltre le particella subatomiche. C’è una vibrazione, movimento, energia, spirito. Questa forza, questa oscillazione, è alla base dell’espansione dell’universo, ma anche alla base dell’esistenza di un moscerino o della nostra mente.
Il problema di dio
Per secoli le menti più acute, curiose e infaticabili si sono spese senza risparmio per affrontare il problema di ‘dio’, dell’uno onnicomprensivo, dell’assoluto senza residui, dell’eterno senza tempo, dell’onnipotente, dell’onnisciente. Molte sono giunte a conclusioni simili sul nostro esser parte di questo ‘tutto’, di questa totalità onnipervasiva. Il fatto stesso di essere a nostra volta compresi nell’assolutezza (come parte, come componente, come risultante) determina il nostro problema di non poter osservare la questione da una posizione terza, esterna e neutrale (conseguenza della non esistenza di un ‘esterno’ rispetto al tutto). Ecco perché ci affidiamo a percezioni e intuizioni senza riuscire a trovare risposte esaurienti.
Valore della spiritualità
<Theós> è ‘dio’. Millenni di vana speculazione intellettuale sul “problema di dio” indicano come unica strada percorribile quella della spiritualità. Insomma, gli strumenti della logica e del ragionamento si sono dimostrati palesemente insufficienti per maneggiare la questione dell’assoluto. La nostra mente è a proprio agio nell’elaborare un uso pratico e utile dell’energia elettrica (per esempio), ma annaspa dinanzi a ‘dio’. Tuttavia, la meditazione, la preghiera, l’astrazione e altre pratiche spirituali sembrano costituire le modalità con cui maggiormente siamo in grado di avvicinarci a ‘dio’.
Valore dell’arte
Naturalmente, possiamo annoverare le più varie forme d’arte fra le pratiche spirituali. Un brano musicale particolarmente ispirato può avvicinarci a ‘dio’ più di un testo teologico di tremila pagine. E lo stesso vale per una importante opera cinematografica o pittorica. In effetti, sembra proprio necessario spegnere la mente argomentativa e lasciarsi riempire dal ‘tutto’ senza elucubrazioni cervellotiche.
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Tonos
(τόνος)
“Tensione”, sorta di energia e vibrazione alla base di attrazione e repulsione, ma più generalmente di ogni azione e movimento.
Riferimento in greco antico
ἔργα καθ᾽ ἑαυτὴν μὲν ὁ τόνος ἐστὶ τῆς ψυχῆς καὶ τὸ μόνιμον ἐν οἷς ἂν ὁ λογισμὸς κελεύσῃ (Χρύσιππος ὁ Σολεὺς μνημονευόμενος ὑπὸ τοῦ Γαληνοῦ ἐν τῷ Περὶ τῶν Ἱπποκράτους καὶ Πλάτωνος δογμάτων, Βιβλίον Δ, ϛ’, υγ’, α’).
Traslitterazione
Érga kath᾽ heautḕn mèn ho tónos estì tês psychês kaì tò mónimon en hoîs àn ho logismòs keleúsēi (Chrýsippos ho Soleùs mnēmoneuómenos hypò toû Galēnoû en tôi Perì tôn Hippokrátous kaì Plátōnos dogmátōn, IV, 6, 403, 1).
Traduzione
Le funzioni proprie dell’anima <psychês> in se stessa sono la tensione <tónos> e la stabilità in ciò che la ragione <logismòs> ordina (Crisippo di Soli citato da Galeno in Sulle dottrine di Ippocrate e di Platone, IV, 6, 403, 1).
<Tónos> è ‘tensione’. Principio fisico di attrazione e repulsione, tensione interiore con cui si originano virtù e vizi umani. Per comprendere <tónos> è utile la nozione di <pneûma>, ‘soffio vitale’, miscela costituita da aria (movimento) e fuoco (calore). Nella Grecia antica, filosofi e fisici (fra le due ‘professioni’ non c’era gran differenza) considerano tre tipi di <pneûma> fatti di aria e fuoco.
Tre tipi di pneûma
Primo, il <pneûma> inteso come condizione cronica, il quale conferisce a tutte le cose stabilità e coesione <héxis>. È presente anche in pietre e altri oggetti inanimati. Nemesio attribuisce il potere del <pneûma> al suo moto di trazione <tonicê kinêsis>. In pratica, il <pneûma> agisce verso l’esterno, producendo qualità e quantità, e verso l’interno, dando luogo a unità e sostanza. Ogni individualità è caratterizzata dall’equilibrio del proprio <pneûma> con cui si tiene insieme e, allo stesso tempo, si distingue dalle altre individualità.
Il secondo tipo di <pneûma> è la ‘forza vitale’. Il terzo tipo è il <pneûma> inteso come ‘anima’.

<Tónos> è ‘tensione’, spinta ideale con cui la nostra filosofia promuove anche la dignità e il decoro in tutti gli individui.
Stoicismo
In ultima analisi, nella filosofia stoica il <pneûma> è il principio generativo attivo alla base di tutte le individualità e di tutto il cosmo. Nella sua manifestazione più elevata, <pneûma> costituisce l’animo umano <psychḗ>, il quale è a sua volta una porzione del <pneûma> inteso come ‘anima di dio’.
Come forza capace di dare struttura alla materia il <pneûma> esiste anche nelle entità inanimate. Una possibilità di attualizzare il concetto di <tónos> è di considerarlo uno degli effetti dell’energia (a livello fisico ma anche spirituale).
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Tópos
(τόπος)
“Luogo”, non solo in senso fisico e geografico, ma anche figurativo come nel caso di un luogo comune del discorso (argomento).
Riferimento in greco antico
τόπος ἐστὶ τὸ πέρας τοῦ περιέχοντος σώματος (Ἀριστοτέλης – Φυσικὴ ἀκρόασις, Βιβλίον Δ, δ’, σιβ’ α’, κ’).
Traslitterazione
Tópos estì tò péras toû periéchontos sṓmatos (Aristotélēs – Physikḕ akróasis, IV, 4, 212 a, 20-21).
Traduzione
Il luogo <tópos>è il limite del corpo contenente (Aristotele – Fisica, IV, 4, 212 a, 20-21).
<Tópos> è ‘luogo’, da intendere in una misura più ampia e flessibile rispetto alla mera localizzazione fisica. Infatti, la parola greca è traducibile come ‘sito’ (in latino <locus>) ma può anche designare luoghi figurativi, luoghi del discorso, per esempio nel senso di ‘argomento’, ‘tema’, ‘questione’.
Tópoi nella retorica
Nella retorica classica, <tópos> si riferisce al metodo per lo sviluppo delle argomentazioni. Per esempio, i <tópoi> sono formule standard (giochi di parole, proverbi, espressioni idiomatiche) a cui i retori ricorrono per costruire ragionamenti e discorsi.
L’espressione <tópoi> è stata molto utilizzata da Aristotele*. Essa indica i “luoghi” in cui il parlante (o lo scrivente) colloca argomenti ritenuti appropriati per certi nuclei tematici. In tale contesto, i <tópoi> sono strumenti e tecniche per la costruzione dei discorsi.

<Tópos> è ‘luogo’. In Retorica, Aristotele identifica due tipologie di <tópoi>. Il primo tipo è “generale” <koinoì tópoi> e il secondo tipo è “particolare” <ídioi tópoi>.
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